L’IMPORTANZA DEL MECENATISMO E DEL COLLEZIONISMO

Invito

Collezionismo e committenza sono da sempre specchio della cultura di un’epoca e termometro del gusto ma non solo: ogni commissione, ogni acquisto d’arte contribuisce a scrivere una pagina della nostra storia, è un gradino nella scala dell’evoluzione che saliranno le generazioni future.

Grazie a grandi collezionisti e mecenati che hanno raccolto e condiviso arte oggi tutti noi possiamo allargare i nostri orizzonti culturali. Pensiamo a Peggy Guggenheim o a Giuseppe Panza di Biumo.

Sono stata invitata a tenere una conversazione d’Arte domenica 13 aprile 2014 a Correggio Art Home, il centro studi della Fondazione Il Correggio che ha sede nella casa natale del pittore. L’argomento che mi è stato chiesto di illustrare è il rapporto fra potere e cultura alla corte dei Da Correggio.

Cosa fa di un piccolo centro padano una grande capitale la cui nomea non viene offuscata neanche da cinque secoli? Le armi e attenti rapporti diplomatici non sarebbero bastati senza una lungimirante politica culturale.

Pittore emiliano del XVII sec., Pianta di Correggio

Pittore emiliano del XVII sec., Pianta di Correggio

Questo è il caso della corte dei Da Correggio che, attraverso reggenti illuminati e colti, commissioni artistiche al passo con i tempi e un autentico amore per le arti e per le lettere, hanno donato al loro piccolo Stato monumenti, urbanistica, e opere che avrebbero resistito ai secoli mantenendo fresco tutto il loro splendore.

I Da Correggio, nelle persone del conte Nicolò II e della contessa Veronica Gambara hanno intessuto rapporti con molte delle personalità più in vista della politica e della cultura del tempo.

medaglia di Nicolò II Da Correggio

  medaglia di Nicolò II Da Correggio

Il Correggio, Ritratto di Gentildonna (probabilmente Veronica Gambara)

Il Correggio, Ritratto di Gentildonna (probabilmente Veronica Gambara)

 

E quando parlo di personalità in vista intendo davvero in vista: l’imperatore Carlo V fu ospite a Correggio per ben due volte, Veronica Gambara ebbe scambi epistolari intensi con Isabella d’Este, le rime della contessa Da Correggio furono ammirate da Pietro Aretino che definì Correggio “un paradisetto culturale”. Parlò della corte emiliana anche Ludovico Ariosto nell’ Orlando Furioso riconoscendole una qualità intellettuale e culturale che ben poche altre corti (di queste dimensioni) avevano. Anche l’Ariosto sarà ospite di Veronica a Correggio nel 1531. Nicolò II oltre che uomo di Stato fu anche uomo di lettere tanto da essere annoverato fra i fondatori della drammaturgia italiana grazie al suo “Fabula de Cefalo e Procri”, un’opera drammatica in volgare che è la seconda dopo l’Orfeo di Poliziano. La “Fabula” di Nicolò da Correggio  ebbe tanto successo che spesso gli artisti rinascimentali presero spunto proprio da essa per raffigurare questo mito.

Correggio, a partire da Antonio Allegri, ha dato i natali a una quantità di straordinari talenti che hanno brillato in ogni epoca in arte, letteratura, musica.

Com’è nato un humus culturale così fertile, cos’ha reso l’aria di questo centro così  creativa? La risposta è da cercare proprio nella storia, in un passato che i suoi Signori hanno costruito ogni giorno, guardando non solo al presente ma anche al futuro, con le opere d’arte commissionate e acquistate che hanno saputo stimolare giovani menti facendone grandi talenti.

“IN ABSENTIA”

In Absentia, collettiva in memoria di Lucia Finzi, vittima della Shoah

In Absentia, collettiva in memoria di Lucia Finzi, vittima della Shoah

Ciascuno di noi ha un nervo scoperto e il mio – umanamente e professionalmente – è decisamente la storia della Shoah.

Il progetto ARS – Art Resistance Shoah a cui ho dato vita insieme al collega Salvatore Trapani, è arrivato alla sua seconda mostra.

Quest’anno siamo partiti non dalla grande Storia ma da una singola storia locale, quella di Lucia Finzi, una donna ebrea di Correggio (Comune che ha ospitato la mostra), deportata e uccisa ad Auschwitz. Alla famiglia di Lucia Finzi non è rimasto assolutamente nulla di lei, se non i ricordi e una copia della foto tessera della carta d’identità.

Lucia Finzi (per gentile concessione della famiglia Finzi)

Lucia Finzi
(per gentile concessione della famiglia Finzi)

“In absentia”, Il titolo di questa collettiva, allude proprio alla sua assenza, la sua e quella di tutte le vite cancellate dal nazifascismo. Un’assenza che abbiamo cercato di colmare con i nostri strumenti. In risposta a beni sequestrati e distrutti abbiamo offerto opere d’arte, alcune delle quali realizzate proprio per questa mostra e ispirate alla storia di Lucia, arrivata a noi attraverso i racconti del nipote Guido. In risposta alla distruzione abbiamo scelto la creazione, in risposta all’omologazione imposta alle menti dalla dittatura abbiamo voluto sottolineare la libertà di pensiero e la ricchezza della varietà di espressione.

Se il nazifascismo ha cercato di cancellare l’arte di opposizione, l’arte che sveglia le coscienze, oggi con questo progetto possiamo provare a ridare spazio a tutte le voci che sono state soffocate, come quella di Lucia Finzi e lo facciamo attraverso lo strumento che ci è proprio: l’arte. Uno strumento che non riporta date o numeri, non mette in ordine avvenimenti, non trascrive documenti ma evoca atmosfere, piange, urla, commuove, ci catapulta dentro un coacervo di sentimenti attraverso i quali la storia si fissa nella nostra mente e facciamo davvero nostra l’idea di “mai più”.

Abbiamo cercato di raccontare per sensazioni la storia di Lucia Finzi che è la storia di tante altre vittime; una singola storia che è riflesso della “grande storia” segnata da tappe drammatiche: le leggi razziali, la fuga in cerca di un nascondiglio sicuro, i rastrellamenti, gli arresti, le deportazioni, i campi di concentramento, la morte. Un climax di violenza che non riusciamo nemmeno a immaginare e che questi artisti hanno evocato.

Per raccontare l’inenarrabile abbiamo cercato una storia locale, poco conosciuta, che potesse aggiungere un tassello a quanto già si sa − o si crede di sapere − sull’Olocausto. Quindi abbiamo invitato degli artisti che la raccontassero e ognuno di loro ci ha sorpreso, restituendoci un racconto per sensazioni molto più ricco e profondo di quello che avrebbe potuto essere una narrazione tradizionale.

Da questa storia nasce la nostra idea di creare una mostra collettiva attraverso la quale ogni artista possa aggiungere un tassello a questa storia cancellata. Nella ricerca degli artisti, durante lunghe chiacchierate con i galleristi che hanno preso parte al progetto, ci siamo imbattuti anche in opere già esistenti che abbiamo scelto di inserire nella mostra come elementi mancanti al nostro discorso.

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Abbiamo cercato di raccontare per sensazioni la storia di Lucia Finzi che è la storia di tante altre vittime; una singola storia che è riflesso della “grande storia” segnata da tappe drammatiche: le leggi razziali, la fuga in cerca di un nascondiglio sicuro, i rastrellamenti, gli arresti, le deportazioni, i campi di concentramento, la morte. Un climax di violenza che non riusciamo nemmeno a immaginare e che questi artisti hanno evocato.

Ne è uscita una mostra ricca e varia accompagnata, al momento dell’inaugurazione da un approfondimento storico artistico di Salvatore Trapani sul tema di Arte e Damnatio Memoriae, da un intervento di Beniamino Goldstein, rabbino capo di Modena e Reggio e da una meravigliosa performance di danza del ballerino minimalista Giuseppe Palombarini su musiche tratte dal fil “Il pianista” di Roman Polanski.

Salvatore Trapani e Rav Goldstein durante la conferenza inaugurale "In Absentia vs Damnatio Memoriae"

Salvatore Trapani e Rav Goldstein durante la conferenza inaugurale “In Absentia vs Damnatio Memoriae”

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Gli artisti che abbiamo selezionato sono Massimiliano Alioto, Gabriele Arruzzo, Francesco De Grandi, Omar Galliani, Tea Giobbio, Giuseppe Gonella, Svitlana Grebenyuk, Ali Hassoun, Massimo Lagrotteria, Trento  Longaretti, Hermann Nitsch, Luca Pignatelli, Silvio Porzionato, Paolo Quaresima, Aldo Sergio, Giovanni Sesia, Cristiano Tassinari,  Santiago Ydañez.

E’ stato fondamentale inoltre la partecipazione davvero sentita di tutte le gallerie di riferimento: La Galleria de’ Bonis, Italian Factory, Bonelli Lab, BiasuttiBisutti, la Galleria Restarte e la Galleria Forni.

Come ha detto Fania Brankovskaja, partigiana e testimone ebrea lituana sopravvissuta alla distruzione del ghetto di Vilnius  che abbiamo avuto l’onore di avere come ospite, “Queste opere sono come tante porte, ognuno può trovare la più vicina alla propria sensibilità per entrare nella Storia”.

Margherita Fontanesi, Salvatore Trapani e Fania Brancovskaja

Margherita Fontanesi, Salvatore Trapani e Fania Brancovskaja

Guido Finzi ha raccontato a noi la storia di sua zia Lucia, noi l’abbiamo raccontata ai nostri artisti, i nostri artisti la raccontano al loro pubblico che ne parlerà a famigliari e amici.

Dalla mostra  è nato una pubblicazione in doppio formato: cartaceo ed ebook scaricabile gratuitamente o ordinabile a questo link:

http://www.vanillaedizioni.com/shop/arte/in-absentia/

Su una sola cosa Hitler aveva ragione: l’arte è davvero uno strumento potente.

“Verso Verdi” un’app fra arte, musica, territorio e digitale

Immaginate un nuovo modo di esplorare un mondo attraverso il vostro iphone.

Dimenticate menù a tendina, indici e mappe di navigazione e lasciatevi guidare dal vostro stato d’animo e dalla vostra curiosità.

Emotional browsing  è l’approccio tecnologico e la filosofia scelti per quest’app che ti scatta una foto e, in base all’espressione del tuo viso seleziona per te solo determinati contenuti.

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Una volta aperta l’app ci si trova di fronte a una schermata che ha l’aspetto di un firmamento costellato di pianeti: ognuno di questi è un museo che ha qualcosa a che fare con la figura di Giuseppe Verdi. Muovendo l’iphone si può esplorare lo spazio e scegliere un pianeta da approfondire. Così si inizia a scoprire la complessità della figura di Verdi, ben oltre la sua identità di musicista. Ed ecco che si svela per esempio che Verdi era anche un imprenditore agricolo e il collegamento al Museo Cervi o alla Bonifica di Argenta permettono di capire qualcosa in più sull’assetto territoriale e agricolo 800esco contestualizzando la figura di Verdi nel suo tempo a tutto tondo  e non solo nell’ambito culturale.

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Una volta esplorato un pianeta/museo l’app suggerisce una serie di percorsi tematicamente affini a ciò che si è appena guardato. Per ogni museo sono stati selezionati  contenuti visivi e sonori  (musiche di Verdi,  suoni ambientali ecc.) e  testi di approfondimento che rendono l’esperienza ricca e immersiva.

La narrazione non lineare rende l’utilizzo dell’app sempre nuovo tenendo alto il livello di curiosità attraverso collegamenti inconsueti che portano a scoprire un nuovo Verdi, l’uomo del suo tempo, e con esso il contesto socio-culturale e storico a cui apparteneva.

Questi percorsi portano ad esplorare Musei conosciuti come  il Museo Boldini di Ferrara e la Galleria Ricci Oddi di Piacenza o la stessa Villa Verdi  ma anche realtà come il Museo dell’Ocarina e degli strumenti musicali in terracotta di Budrio  di Bologna (che suonano musiche verdiane!), Casa Artusi di Forlimpopoli (FC), il Castello della musica di Noceto (PR), la Fondazione Guglielmo Marconi, Il Museo del Risorgimento di Bologna, Il Museo della Figurina di Modena e tanti altri.

“Verso Verdi” si colloca nell’ ampia piattaforma in progress che è “MUMU – Musei Multiverso”, un’esperienza conoscitiva multimediale dei musei e dei beni culturali dell’Emilia-Romagna, destinata a diventare un incrocio di saperi e di esperienze umanistiche e digitali.

La realizzazione dell’app è stata resa possibile da Regione Emilia Romagna, Istituto dei Beni Culturali  e Università di Bologna ed è già scaricabile dall’app store.

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Provatela!

EMILIANO ZANICHELLI “SOFISTICAZIONI ALIMENTARI”

Emiliano Zanichelli, Sofisticazioni Alimentari, 2012, stampa fotografica su carta cotone 1/5, 20 x 25

Emiliano Zanichelli, Sofisticazioni Alimentari, 2012, stampa fotografica su carta cotone 1/5,
20 x 25

Una fotografia che mi conquista è quella in cui si uniscono la pulizia formale, la ricerca su basi multidisciplinari e un contenuto etico.

La serie “Sofisticazioni Alimentari” di Emiliano Zanichelli ha tutte queste caratteristiche.

Si tratta di un percorso in 17 scatti (ma la serie è aperta e in progress) realizzati in analogico e in bianco e nero che indagano il perverso rapporto fra cibo e industria attraverso la modifica del corredo genetico dell’alimento.

La forza di questa serie sta in un intervento manuale e violento sul soggetto, che non  si avvale di postproduzione digitale[1] ma di lavoro di coltello, ago e filo prima dello scatto. Frutti e verdure sono stati tagliati e riassemblati, talvolta invertendo i pezzi, con grossolani punti di sutura che sottolineano la brutalità di un’operazione violenta e contro natura.

Lo sfondo bianco e la luce asettica proiettano questi scatti in un’atmosfera chirurgica.

Impossibile non pensare all’esperimento del dottor Frankenstein. Il romanzo di Mary Shelley è stato del resto fonte di grande ispirazione per Emiliano Zanichelli che ha condotto il suo lavoro proprio sul filo della domanda fulcro del romanzo: “Come osi giocare con la vita?”.

Dopo la laurea in ingegneria Zanichelli inizia un progressivo approfondimento delle tematiche ambientali affrontandole da diverse angolazioni, convinto che parlare di ambiente, di ciò che si coltiva, di ciò che si mangia, sia parlare di sé stessi.

Lui stesso scrive: “Siamo arrivati a considerare normale produrre, acquistare e mangiare cibi artificiali, sofisticati, geneticamente modificati, a patto che questo non comporti la violazione di alcuna legge. Ci scandalizziamo solo – per qualche giorno – quando i media ci ingozzano – per qualche giorno – con i dettagli dell’ultima indagine che ha portato alla luce qualcosa di troppo grande per essere ignorato. Poi continuiamo a disinteressarci alla qualità e alla provenienza di ciò che mangiamo, o semplicemente a delegare a sconosciuti o a macchine la preparazione del cibo. Così facendo svuotiamo la tavola del suo più grande valore.

L’invito è a fermarsi un istante, con la forchetta sospesa, a riflettere su cosa stiamo per mettere in bocca”.

La serie sarà esposta fino al 9 maggio 2013 alla Galleria de’ Bonis di Reggio Emilia all’interno del festival Fotografia Europea.

Qui il calendario con le prossime tappe della mostra.


[1] Il massimo di intervento non manuale sono un paio di doppie esposizioni

Emiliano Zanichelli, Sofisticazioni Alimentari, 2012, stampa fotografica su carta cotone 1/5, 20 x 25

Emiliano Zanichelli, Sofisticazioni Alimentari, 2012, stampa fotografica su carta cotone 1/5,
20 x 25

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Emiliano Zanichelli, Sofisticazioni Alimentari, 2012, stampa fotografica su carta cotone 1/5,
20 x 25

Emiliano Zanichelli, Sofisticazioni Alimentari, 2012, stampa fotografica su carta cotone 1/5,  20 x 25

Emiliano Zanichelli, Sofisticazioni Alimentari, 2012, stampa fotografica su carta cotone 1/5,
20 x 25

I GIARDINI DELL’ANIMA

I giardini dell'anima

Dalla mia conferenza “I giardini dell’anima”, Correggio Art Home, 24 febbraio 2013

 

Cos’è un giardino?

Il giardino è uno spazio naturale delimitato e modificato dall’uomo per ricavarne un’oasi privata.

Il giardino rispecchia il modo in cui uomini di diverse epoche e latitudini hanno addomesticato la natura in base a motivi di ordine religioso, filosofico, sociale, politico, culturale rispecchiando il modo in cui gli uomini hanno visto il mondo nel corso della storia.

L’approccio degli artisti al tema del giardino è sempre stato, sia a livello concettuale che  stilistico molto diverso da quello con il paesaggio. Il giardino nell’arte diventa spesso infatti la metafora di qualcos’altro.

Nel Medioevo due sono i grandi poli tematici che si rincorrono a questo proposito: l’Hortus conclusus, metafora della verginità di Maria e l’Hortus deliciarum, il giardino delle delizie, luogo dei piacerti terreni e sensuali della corte.

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Bottega di Martin Shongauer, “La caccia mistica dell’unicorno” (particolare)

Nella letteratura e nell’arte di tutti i tempi e di tutti i luoghi torna spesso il Giardino dell’Età dell’Oro, un posto mitico teatro di un tempo perfetto in cui gli uomini vivevano felici e liberi da malattia, morte, peccato.

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Lucas Cranach il Vecchio “l’Età dell’Oro”, 1530

 

Tutti e tre i grandi monoteisimi, Cristianesimo, Ebraismo e Islam, figurano l’aldilà come un giardino: sembrerebbe dunque che l’uomo veda la felicità perfetta e ideale nella comunione con la natura.

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Fratelli Limbourg, miniatura da “Les très riches heures du duc de Berry”, 1416 ca.

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“L’imperatore Babour controlla le piantagioni del giardino della fedeltà”, manoscritto XVI sec.

Molti dei romanzi dell’età cortese sono ambientati (in toto o in parte) in giardini più o meno realistici: il Decameron di Giovanni Boccaccio,

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Illustrazione dal “Decamerone” di Boccaccio

l’Hypnerotomachia Polyphili di Francesco Colonna,

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Illustrazione dall’”Hypnerotomachia Polyphili” di Francesco Colonna

il Roman de la Rose di Guillaume de Lorris e Jan de Meun.

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Illustrazione per il “Roman de la Rose”, 1475

Un altro tema che attraversa tutta la storia dell’arte riproponendosi ciclicamente è quello del “giardino d’amore”: il giardino diventa luogo di incontri romantici ed erotici, luogo di seduzione, felicità e piacere. La differenza fra “Giardino del Paradiso” e “Giardino d’amore” è che in quest’ultimo gli amanti possono godere  liberamente dei frutti del giardino senza incorrere in divieti. Banditi da questi giardini sono i temi di ubbidienza, disubbidienza e peccato. Spesso in questa ambientazione sono presenti anche simboli di altri aspetti dei piaceri dei sensi come il cibo e la musica sotto forma di tavole imbandite e musici che a volte abbandonano i loro strumenti per prendere parte ai banchetti. Non di rado compare anche una fontana che allude alla simbolica e mitica fonte dell’eterna giovinezza.

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Jean Antoine Watteau,”I piaceri dell’amore”, 1719 ca.

Completamente diversi sono i valori e i significati che ruotano intorno ai giardini raffigurati dagli artisti cinesi e giapponesi. Penso ai giardini di Hokusai e di Hiroshige: essenziali e “puliti” che invitano alla meditazione e alla ricerca di un equilibrio interiore. Il giardino non è altro che il riflesso esteriore di questa astrazione: un ordine e un’armonia naturali ed esteriore che fungono da modelli per l’ordine e l’armonia interiori.

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Katsushika Hokusai, “Iris”, 1814

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Hiroshige Utagawa, “Ciliegi in fiore”, 1856-58

I pittori romantici raramente si confrontano con il tema del giardino, presi piuttosto dalla vastità e dalla incontrollabilità della natura selvaggia. Il giardino, piccola porzione di natura recintata e plasmata ad arte dall’uomo, è quanto più lontano si possa pensare dal concetto romantico di “sublime”, da quei paesaggi che attraggono e spaventano. Proprio per questa sua caratteristica di finitezza e questo senso di irruenza naturale imbrigliata il giardino si è rivelato in pochi, magnifici dipinti romantici una metafora perfetta per parlare di quella parte dell’anima più intima o piuttosto di quella parte che si sente ingabbiata, limitata come un giardino di fronte alla vastità del mondo.

Caspar David Friedrich ne “La terrazza del giardino” del 1811-12 rappresenta due paesaggi uno nell’altro, come scatole cinesi: in lontananza il paesaggio naturale, vario, irregolare, soleggiato, in primo piano un giardino fatto di aiuole geometriche e vialetti di ghiaia, cinto da un muretto e delimitato da un cancello chiuso, con due leoni di pietra a fare da guardia, avvolto nella penombra. Nel giardino siede una donna intenta nella lettura, la vediamo solo di spalle, anche la sua postura ci rivela come sia raccolta in se stessa. Il giardino rappresenta l’interiorità della donna raccolta nella lettura, il paesaggio soleggiato rappresenta il mondo al di fuori di lei.

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Caspar David Friedrich, “La terrazza del giardino”, 1811-12

Un’interpretazione simile è quella che propone Goustave Courbet in “Signora alla terrazza o la signora di Francoforte”, 1842 ca. Lo spazio rappresentato si articola fra la terrazza, ideale prolungamento delle mura domestiche, il giardino, spazio liminare fra casa e spazio aperto e il paesaggio esterno, il mondo. La donna seduta in terrazzo ha lo sguardo perso nel vuoto e rapito nei suoi pensieri, non nota neanche lo spettacolare tramonto che incendia il cielo intorno a lei. Sembra quasi di entrare nei suoi pensieri, sembra di avvertire i sussurri e le grida del suo sdoppiamento di signora alto-borghese, divisa fra le sicurezze della casa, della famiglia, delle convenzioni sociali e il desiderio di lasciarsi trasportare dall’avventura, di conoscere la vastità e l’imprevedibilità del mondo, qui presenti nella natura e in quel tramonto di fuoco.

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Goustave Courbet, “Signora alla terrazza” o “La signora di Francoforte”, 1842

I giardini nell’arte sono tutto questo: uno spazio sottratto al mondo, un rifugio segreto, un luogo ideale di piacere, un’evasione dai tormenti della vita che sembrano placarsi solo a contatto con la natura, una natura però trasformata dall’uomo a sua immagine e somiglianza, che rispecchia la cultura del suo tempo con i suoi limiti, i suoi sogni, le sue trasgressioni.

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Jean Honorè Fragonard, “L’altalena”, 1770

THE ARCHITECTURE OF DOOM. La filosofia nazista della bellezza attraverso la violenza

Noi dobbiamo creare l’Uomo Nuovo così che la nostra razza non soccomba alla degenerazione dei tempi moderni

Adolf Hitler, 1935

The architecture of doom

L’arte ha avuto una funzione importante  per la comunicazione del regime nazista ma non si immagina fino in fondo quanto.

Può aiutare ad avere una diversa visione sul tema “Architecture of Doom” (titolo originale “Undergångens arkitektur”) un film-documentario scritto, prodotto e diretto dallo svedese Peter Cohen nel 1989 e premiato l’anno successivo alla Berlinale, che purtroppo non è stato ancora tradotto in italiano (esiste soltanto in Inglese, tedesco, svedese e portoghese) né diffuso nel nostro Paese.

Il film esplora l’ossessione di Hitler per l’arte, dalle sue prime prove frustrate come artista, alla sua profonda conoscenza di artisti e movimenti fino alla strumentalizzazione che ne ha fatto a fine di propaganda politica nell’intero corso del suo regime.

Un acquerello di Hitler

Un acquerello di Hitler

un acquerello di  Hitler

un acquerello di Hitler

Hitler ha sempre inseguito un ideale di bellezza classico che ha cercato di replicare ovunque intorno a se: nelle arti visive come nell’urbanistica, come nelle coreografie di discorsi e celebrazioni politico-militari che lui stesso progettava. La sua visione era quella del popolo tedesco come un corpo solo e a questa visione partecipava anche la sua passione per l’architettura che lo accompagnò tutta la vita. I suoi progetti erano architetture solenni e imperiali e anche queste dovevano essere un punto di riferimento forte per il popolo tedesco: edifici che creassero un senso di appartenenza e compattassero il popolo. Quello di Hitler era un sogno corale.

adunate naziste

Il 18 luglio 1937 inaugurava a Monaco la mostra “Entartete kunst” (arte degenerata) 650 opere di 112 artisti  non in linea con le teorie estetiche naziste, opere requisite da musei e collezioni pubbliche di tutta la Germania. La mostra, dal taglio fortemente “didattico”,  viaggiò per quattro anni in Germania e in Austria e fu visitata da 3 milioni di persone. In questa esposizione  c’era tutto il pensiero hitleriano e il suo rapporto con l’arte. Cubismo, espressionismo e tanti altri movimenti artistici non ispirati a canoni di ordine, regolarità, pulizia formale erano considerati sintomi di un malessere della società che doveva essere “curato”. La mostra sottolineava come tutta l’Europa fosse pervasa da quest’arte “corrotta”, che celebrava il brutto e si allontanava sempre più da quella che avrebbe dovuto essere la vera -secondo il pensiero Hitleriano- funzione dell’arte: la celebrazione della grandezza della Germania e del suo popolo ariano. Solo la Germania poteva invertire questa tendenza e risanare l’arte tornando a quel classicismo celebrativo dei fasti nazionali che Hitler proponeva come modello.

folla all'inaugurazione della mostra "Arte degenerata"

folla all’inaugurazione della mostra “Arte degenerata”

Tutto ciò che esulava da questo canone di bellezza fatto di pulizia formale, eleganza di stampo classico  e di celebrazione della prestanza fisica, era da eliminare. Ecco la parola chiave: “eliminare”.

Come dichiarò Hitler all’apertura della Casa dell’Arte Tedesca nel 1937: “Noi abbiamo dato all’arte nuovi, grandi compiti”. La missione di creare una nuova estetica era alla base dell’ideologia nazista e aveva come obiettivo finale quello di creare un nuovo mondo più bello, puro, sano, pulito. Ed ecco altre due parole chiave “bello” e “pulito” che insieme alla già citata “eliminare” delineano un quadro che si fa via via più agghiacciante.

Prima l’eliminazione delle opere d’arte non conformi poi delle persone “non conformi”, malati, disabili fino agli ebrei. Non a caso i ritratti d’avanguardia, nella mostra “Entartete Kunst”, erano accostati a foto di deformità fisiche in un paragone al di fuori di ogni senso di umanità e di moralità.

paragoni fra opere d'arte degenerata e handicap fisici

paragoni fra opere d’arte degenerata e handicap fisici

paragoni fra opere d'arte degenerata e handicap fisici

paragoni fra opere d’arte degenerata e handicap fisici

"Può questa essere chiamata vita?" Il concetto nazista di eutanasia

“Può questa essere chiamata vita?” Il concetto nazista di eutanasia

Hitler, lui per primo artista e appassionato d’arte (e appassionato in questo caso è un termine riduttivo), conosceva bene il valore dell’arte, soprattutto dell’arte “degenerata” e il suo potenziale eversivo, quindi non fece mai distruggere le opere d’arte non in linea con la sua politica culturale ma le fece semplicemente sparire.

In quest’ottica perversa rientravano anche le camere a gas: strumenti per rendere più bello il mondo attraverso la violenza eliminando i nemici del nazismo e della sua presupposta “purezza”.

Ogni documentario della propaganda nazista era ricco di paragoni con la bellezza e con opere d’arte, come quello della presentazione del gas Zyklon B che sarebbe poi stato usato nelle camere a gas e che veniva indicato come un “potente ed efficace antiparassitario” che in pochissimo tempo avrebbe potuto eliminare quei tarli che distruggono i begli oggetti dei tedeschi (e l’esempio indicato era una scultura lignea).

Parlare di bellezza e di arte si è rivelato in questo contesto storico pericolosissimo e purtroppo efficacissimo.

Se tutti i totalitarismi hanno strumentalizzato l’arte ai fini di propaganda nessun regime come quello nazista ne ha fatto un credo, l’oggetto di una depravata missione di rinnovamento della Germania in nome della purezza e della bellezza.

Architecture of doom”, attraverso una narrazione chiara e ritmata ma non incalzante e innumerevoli fondamentali filmati e foto d’epoca riesce a restituire con un climax ascendente il disegno di Hitler.

Il documentario non prende in esame soltanto le arti figurative ma anche il rapporto del nazismo con la musica e l’architettura, sempre all’interno dell’epos della nuova Germania dominatrice riuscendo nel difficile intento di scattare una fotografia realistica del contesto storico-culturale senza tingerlo di toni emotivi ma mantenendo un’oggettività storica che è preziosa per la comprensione dell’incomprensibile.

 

Lucia Conversi e Il viaggio di Ulisse per IPad

Il 3 luglio è uscito su App Store  “Il viaggio di Ulisse”, l’ultima produzione di Elastico (gli stessi autori di Pinocchio, ne ho parlato qui). Anche questo nuovo “libro da giocare”, se possibile più interattivo e coinvolgente del precedente, è stato disegnato da Lucia Conversi.

Sirene

Come appassionata di nuovi media, oltre che come gallerista e amica di Lucia le ho fatto centinaia di domande per cercare di capire come nasce un’opera d’arte digitale come questa e come un’artista può lavorare con strumenti non tradizionali pur senza abbandonare le sue caratteristiche pittoriche.

Eccone alcune:

D: credi che possa nuocere all’immaginazione l’utilizzo di libri sempre
più interattivi e coinvolgenti?

R: credo di no, nella nostra visione delle cose realizziamo qualcosa di diverso dal libro, che non si vuole sostituire ad esso, ma che al contrario può incuriosire e indirizzare al testo originale avvicinando i bambini alla lettura. Il libro interattivo si muove su altri canali, tramite altri mezzi e suggerisce possibilità che danno vie nuove all’immaginazione. Esiste ancora molta ostilità e diffidenza verso questi prodotti ma credo dipenda dal fatto che sono ancora poco diffusi, siamo solo all’inizio di un percorso e come la visione di film e animazioni anche i nostri “books to play” non nuoceranno alle nuove generazioni saranno solo uno stimolo in più.

D: quali sono stati i tuoi modelli di riferimento visivi?

R: non saprei dirti nulla di preciso, solitamente prima di iniziare una nuova app mi tuffo in un periodo di studio sui personaggi e sugli ambienti e pesco un po’ ovunque, guardo tutto quello che mi capita sull’argomento e poi rielaboro dopo aver lasciato sedimentare. Stavolta mi hanno addirittura passato qualche puntata del famoso sceneggiato televisivo, anche quello è stato utile. Ho lavorato anche sui vasi greci, ma cercando di non cadere in un eccesso di decorativismo che avrebbe “raffreddato” l’atmosfera calda e avvolgente che avevo in mente e che ha convinto subito editor e art director del progetto.

Troia in fiamme

D: hai lavorato su una storia antichissima con uno strumento estremamente
moderno, come hai trovato un equilibrio?

R: uno strumento moderno che ti legge la storia se vuoi e ti culla con le musiche composte su misura per l’app…non è difficile, si tratta di sfruttare bene le potenzialità del mezzo e coordinarle per creare una precisa gamma di situazioni non solo visive. Ho fatto solo una parte di tutto questo lavoro, il team è preparato e dopo la realizzazione di Pinocchio abbiamo imparato molto, siamo andati migliorando quanto a cooperazione, eravamo più coesi e rilassati. Il risultato speriamo che lo dimostri.

Il viaggio

D: che differenza c’è fra dipingere e disegnare in maniera tradizionale e
direttamente in digitale? Quale situazione preferisci?

R: premetto che parto da una base disegnata manualmente, in modo tradizionale e proseguo nella realizzazione delle varie parti della scena lavorando in digitale, con vari software di digital painting. Rispetto a un lavoro completamente manuale i vantaggi sono numerosi. Realizzare una scena vuol dire comporla con diverse parti che vengono “animate” dal programmatore e dall’art director, inutile che spieghi il vantaggio di poter lavorare su livelli diversi che possono essere modificati singolarmente. Inoltre i software in questione sono in grado di simulare qualsiasi tecnica di disegno e pittura in modo decisamente realistico e questo ti consente di amalgamare bene il digitale con la base manuale non rinunciando al calore e alla materia del disegno tradizionale. Non parlerei di preferenze ma, pur non volendo cadere nella retorica della bellezza di sporcarsi le mani, devo dire che non vorrei rinunciare alle infinite sfumature che riesco a produrre lavorando manualmente. Credo che per il momento e per il mio livello di tecnica le soluzioni migliori nascano dalla mescolanza di questi due mezzi. L’obiettivo è la comunicazione di un messaggio e qualunque mezzo mi consenta di veicolarlo meglio è ben accetto.

Calipso

D: a che tipo di pubblico pensavi mentre realizzavi le tavole?

R: bambini, bambini sul serio, non adulti che comprano cose da adulti ai loro figli perché piacciono a loro. Per questo l’ultima parola sull’app spetta ai miei nipoti, sono loro che scovano i bug, che sottolineano mancanze e problemi in modo diretto e impietoso. Per questo quando usciamo con un nuovo libro interattivo su App Store siamo fiduciosi che piacerà anche agli altri bambini.

Potete trovare un altro mio articolo sullo stesso argomento qui e colgo l’occasione per ringraziare Chiara Serri e CSArt

Sonia Maria Luce Possentini, Alfabetiere dei sentimenti

Sonia Maria Luce Possentini, Alfabetiere dei sentimenti, A, 2012, tecnica mista su carta, cm. 30 x 30

Sonia Maria Luce Possentini, Alfabetiere dei sentimenti, C, 2012, tecnica mista su carta, cm. 30 x 30

Sonia Maria Luce Possentini, Alfabetiere dei sentimenti, P, 2012, tecnica mista su carta, cm. 30 x 30

Queste sono le tre opere che Sonia Maria Luce Possentini ha donato a Artemergenza.

Si tratta di immagini nate ascoltando le voci dei bambini che vivono nei campi per sfollati dopo i terremoti di quest’ultimo mese. La scelta del soggetto è strettamente legata al lavoro di  Sonia come illustratrice di libri per l’infanzia ma anche alla destinazione dei proventi di questa iniziativa, che saranno impiegati per la ricostruzione delle scuole colpite dal sisma.

“A” come affetti

“C” come casa

“P” come paura

Il terremoto ha costretto molti di noi a riscrivere il proprio alfabeto, a ridefinire le proprie priorità ad ancorarsi ai propri affetti e Sonia ha saputo dare la migliore forma visiva a questo complicato groviglio emozionale, con la delicatezza che le è propria, come sempre in punta di matita

Il Terremoto in Emilia

La torre dell’orologio di Finale Emilia credits: La Presse

Da molti giorni non aggiorno il mio blog: i terremoti che hanno colpito l’Emilia Romagna, la mia regione, in questo periodo hanno tenuto la mia attenzione lontana da qui.

Sono stati giorni sottosopra, giorni di insicurezza, di paura, di dolore, ma tutto in Emilia sta ripartendo. Con coraggio, tenacia, voglia di vivere e con la solidarietà che da sempre ha caratterizzato questa terra, l’Emilia sta ricominciando a vivere.

Il bisogno di aiuti qui è ancora tantissimo e per questo, come primo post dopo questo lungo periodo di pausa, voglio segnalare alcune iniziative di solidarietà che sono nate anche nel settore dell’arte.

A Reggio Emilia Ateliers Viaduegobbitre organizza  per sabato 23 giugno 2012, dalle ore 10 alle ore 24, una vendita di opere d’arte donate da artisti internazionali e di libri illustrati donati da case editrici italiane, per sostenere un progetto di recupero degli edifici scolastici colpiti dal terremoto

L’Iniziativa è realizzata in collaborazione con Provincia di Reggio Emilia, Comune di Reggio Emilia, Musei Civici di Reggio Emilia, Fondazione Palazzo Magnani, Reggio Children, Arci RE, Circolo degli Artisti di Reggio Emilia, Galleria 8,75 Artecontemporanea, Flag No Flags, Illustrati Logos, CNA Reggio Emilia, Stefano Bartoli Cornici, CSArt – Comunicazione per l’Arte.

A questo progetto partecipa anche Sonia Maria Luce Possentini, l’artista (e amica) di cui ho già scritto a proposito di Arte Resistenza e Shoah ).

Un’altra iniziativa, ideata da Alberto Agazzani, che parte da Reggio Emilia è “ARTquake, il sussulto dell’arte“. Si tratta di una raccolta di opere donate da artisti di ogni provenienza che verranno esposte in una mostra ai Chiostri di San Domenico di Reggio Emilia dall’11 luglio al 5 settembre. Le opere saranno acquistabili con un’offerta minima. I fondi raccolti saranno messi a disposizione per la ricostruzione dei comuni di Rolo (RE), Cavezzo (MO) e Quistello (MN).

Da Modena muove invece TERREMOTO, OPERE D’ARTE ALL’ASTA PER FINANZIARE LA RICOSTRUZIONE, organizzata da Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Fotografia e Galleria Civica di Modena in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Modena e di Reggio Emilia.

Si tratta questa volta di un’asta, condotta da Filippo Lotti, amministratore delegato di Sotheby’s, che avrà luogo il 27 giugno nei locali dell’ex ospedale di Sant’Agostino. Fra gli artisti partecipanti Nobuyoshi Araki, Daido Moriyama, Hiroshi Sugimoto, Guido Guidi, Franco Fontana, Mauro Restiffe, Akram Zaatari, Mounir Fatmi, Sebastian Szyd, Swetlana Heger, Walter Niedermayr, Ivan Moudov, Gabriele Basilico.