Renato Guttuso e la società davanti al caminetto

Le opere che più mi affascinano sono quelle apparentemente semplici che catturano magari per la loro pulizia formale, ma delle quali si scoprono dettagli rivelatori che le rendono incredibilmente, enigmaticamente ricche ed eloquenti.

Si tratta di opere parlanti che però raccontano qualcosa solo a chi vuole stare ad ascoltare o meglio, a vedere. Diversamente mostrano soltanto una superficie gradevolmente ordinaria.

Guttuso, Caminetto, 1984, olio su tela, 150 x 125,5

Dunque Guttuso, con questo dipinto, ci trasporta davanti a un caminetto, un caldo scoppiettante fuoco in un interno borghese. Sono alcuni dettagli che ci danno questa indicazione di ceto: il marmo, usato al posto della pietra persino per la soglia, l’ottone che protegge il pavimento in parquet dalle scintille e sul quale si riflettono le fiamme, con un piccolo virtuosismo pittorico. Persino l’aver scelto non una sedia qualsiasi come elemento in primo piano ma una Thonet non è un dettaglio casuale.

In basso a sinistra, appoggiata in un angolo, per terra c’è una caffettiera napoletana evidentemente fuori posto. In un vero interno la caffettiera sarebbe stata di servizio, in porcellana decorata e si sarebbe trovata su un tavolino. Questa anomalia indica che l’oggetto, di evidente origine popolare,  deve essere letto in chiave simbolica.

Il libretto rosso sulla mensola del camino è una chiara allusione al libretto rosso di Mao e all’impegno politico di Guttuso che ha pervaso tutta la sua vita e gran parte della sua carriera artistica.

L’uovo nel portauovo davanti al libretto è forse l’elemento più enigmatico. Apparentemente un simbolo di perfezione e dell’origine della vita che ha radici antichissime nell’icnografia artistica (l’esempio più noto potrebbe essere la “Pala di Brera” di Piero Della Francesca con l’uovo che pende dall’alto sul capo della Vergine e del Bambino), ma non è raffigurato nella sua interezza. L’aver collocato l’uovo nel portauovo riporta il simbolo in una dimensione quotidiana a voler ricordare la perfezione si, ma anche il nutrimento. Una immagine insomma di un Guttuso intellettuale ma con i piedi per terra, soprattutto se accostata alla caffettiera napoletana.

Nella sua lettura completa l’opera appare come uno spaccato metaforico della società, con le sue stratificazioni, quelle più palesi e quelle più nascoste: la componente borghese, la facciata, la componente popolare, ai margini ma che si impone all’attenzione, la parte politicizzata rappresentata da quel piccolo libretto rosso squillante come una spia di allerta.

Ecco come, un’immagine apparentemente semplice può nascondere, per chi la sa guardare, una mondo intero.

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The Power of Art. Le donne, l’Arte, la città

copertina 2 fbIl fatto di lavorare nel mondo dell’Arte come donna ha un peso di genere diverso? Esistono una visione e una gestione femminile dell’Arte?

Mi hanno  invitato, nella doppia veste di gallerista e vice presidente della Fondazione “Il Correggio” a rispondere a queste domande un’attrice e un’artista: Laura Pazzaglia e Maria A. Listur che hanno organizzato per sabato 8 aprile 2017 l’incontro The Power of Art.

Insieme a me ci saranno Francesca Baboni, critica d’arte e curatrice, ideatrice del Premio Combat e, insieme a me, membro del CdA della Fondazione “Il Correggio”, Elisabetta Farioli, direttrice dei Musei civici di Reggio Emilia, Marzia Faietti, direttrice del Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi, Marinella Paderni, critica d’arte contemporanea e prima donna a dirigere un’Università del Design (Isia di Faenza), Daniela Ciotola, storica dell’arte e curatrice del fortunatissimo programma d’arte Passpartout di Philippe Daverio, Melania Rossi, giovane critica e curatrice d’arte che ha firmato la curatela della mostra evento di Jan Fabre a Firenze lo scorso anno.

the power of art 2.jpeg

I nostri lavori sono molto diversi ma concorrono a determinare l’arte che vedete oggi.

Chi c’è dietro le opere d’arte che incontriamo nei nostri viaggi e nella vita quotidiana?

Chi sceglie cosa noi cittadini e visitatori vediamo nelle mostre, nei musei, nelle gallerie, perfino in televisione?

Molte delle persone che si occupano di arte oggi, in Italia, direttori di museo, curatori, galleristi, sono donne: quello che prima era un’eccezione, oggi sembra una scelta condivisa.

Dalla direzione dei Musei Vaticani, per la prima volta dalla loro fondazione affidata a una donna, alla direzione artistica della Biennale di Venezia 2017, al management delle maggiori fiere d’arte, i nomi sono molto spesso al femminile… Cosa succede nel mondo dell’arte? Qualcosa è cambiato? Come le donne stanno interpretando e rendendo concreta la funzione dell’arte nelle nostre città?

The Power of Art, le donne, l’arte le città

sabato 8 aprile , ore 17, Sala degli specchi Teatro Municipale Valli.

Ingresso libero fino ad esaurimento posti disponibili.

Dalle 16.30 saranno aperte le terrazze del Teatro Municipale Valli con servizio di caffetteria e bookshop.

Per informazioni: Ufficio Pari Opportunità Comune di Reggio Emilia tel. 0522 58.50.63, www.municipio.re.it

ART GALLERIES IN THE SOCIAL MEDIA ERA

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Challenging

Questo è il termine che sintetizza la lecture  che ho seguito martedì 28 aprile alla Bocconi riguardo al ruolo delle gallerie d’Arte nell’epoca dei social media.

Ha moderato l’incontro Marc Spiegler, global director di Art Basel e hanno partecipato come relatori i galleristi:

Maria Bernheim – Maria Bernheim, Zurich
Emanuela Campoli – Campoli Presti, Paris, London
Francesca Kaufmann –  Kaufmann Repetto, Milano, New York
Oliver Newton – 47 Canal, New York

Nonostante fossero più i sostenitori della presenza delle gallerie sui social network che i detrattori la presenza anche di pareri non favorevoli ha alzato il livello del dibattito rendendolo più sfaccettato e permettendo di fare luce sui pro e i contro di un nuovo capitolo della storia del mercato dell’Arte e del collezionismo.

Il mondo oggi si sta spostando in gran parte on line ed è utopico – e a parer mio sbagliato – che le gallerie d’Arte ignorino l’esistenza dei social media e ne stiano fuori con un atteggiamento snobistico verso il mezzo o iperprotettivo verso i propri artisti.

Personalmente, come gallerista, constato che molti dei miei clienti (e molti dei potenziali tali) sono sui social network e spesso ci contattano privatamente dopo aver visto nostre opere anche sulla nostra pagina Facebook. Questo è un fenomeno in lento ma costante aumento, mentre i contatti dal sito o dalla newsletter sono ormai all’ordine del giorno. Ma questi non sono social network.

Secondo alcuni i social media sono i “bignami” dell’arte e danno informazioni superficiali che banalizzano la cultura artistica e disincentivano la buona abitudine di leggere articoli di spessore.

Se sul fatto che la critica d’Arte sia penalizzata dalla fast-culture dei social sono d’accordo, non credo invece che la comunicazione di una galleria attraverso di essi possa portare via i clienti dallo spazio espositivo.

Chi compra Arte non rinuncerà mai a vedere le opere dal vivo e ben sa che le foto, pur essendo preziosissimi strumenti di lavoro, non rendono mai giustizia ai pezzi.

Soprattutto per gallerie giovani o delocalizzate rispetto ai grandi centri i social network possono diventare importanti.
Ma non basta esserci è importante anche il modo in cui si usano: un uso scorretto, trascurato, inadeguato al linguaggio social può avere l’effetto negativo di un boomerang penalizzando la galleria.

E qui subentra il challenge, la sfida che si pone alle gallerie d’Arte: trovare il giusto modo di comunicarsi e soprattutto invitare gli utenti del web ad andare in galleria, alle fiere agli eventi.

In una parola creare attesa, non esaurire in un post l’interesse del pubblico ma farlo nascere con quel post.

Non solo pubblicare un’opera e una didascalia o  dare una notizia ma produrre contenuti con il linguaggio adatto. Contenuti che iniziano a essere fruiti on line ma devono essere completati dal vivo.

I post di una galleria secondo me devono essere come uno strip-tease: devono stuzzicare, non soddisfare completamente l’interesse del pubblico, devono far nascere il desiderio di un approfondimento. E di conseguenza la galleria deve essere pronta anche alla seconda fase, quella dell’approfondimento nel proprio spazio espositivo.

Mettere on line una galleria è come mettere una barca in mare, ma poi bisogna soffiare nelle sue vele nella giusta direzione per farla andare lontano.

Qual è la giusta direzione? Qual è il giusto modo di parlare a un cliente sui social? Non credo ci sia una risposta univoca: ogni galleria ha uno stile diverso e followers diversi, anche in fase differenti del loro cammino dell’arte, chi neofita chi già esperto o collezionista. Per capire cosa è giusto fare bisogna osservare molto: osservare come comunicano le istituzioni culturali, un certo tipo di pubblicità, le riviste specializzate, ma anche assecondare la propria personalità e il proprio stile di gallerista.

La stragrande maggioranza degli artisti inoltre usa i social network e anche questo fattore dev’essere tenuto presente dalle loro gallerie di riferimento che non credo possano permettersi di non essere a loro volta presenti. Sta poi nella correttezza dell’artista coordinarsi con la propria galleria per non “bruciare” pezzi e nuove serie pubblicandoli prima della galleria che magari ha in programma una mostra o un evento, come faceva notare Emanuela Campoli, nel rispetto della libertà dell’artista ma anche del lavoro di squadra che si fa con il proprio gallerista.

 

IN CONTEMPORANEA

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“smettila di lamentarti e inizia a fare”.

Così è nata la mia idea di “In Contemporanea”.

Fase 1: OSSERVAZIONE

Il mondo è cambiato e con esso le abitudini delle persone e il modo di fruire l’arte contemporanea.

Anche per i galleristi la vita è cambiata: si lavora sempre più on line, in fiera, su appuntamento. Sempre meno in galleria.

Ma le gallerie d’arte sono luoghi importanti. Non sono negozi, sono incubatori culturali, sono sedi espositive non istituzionali, sono luoghi di nascita di idee e progetti e punti di incontro. Insomma, sono gli ambienti in cui “si fa” l’arte contemporanea.

Che piaccia o no le gallerie influenzano sensibilmente il mondo dell’arte e ne determinano andamento e  futuro ed è un gran peccato che diventino luoghi virtuali e sempre meno “fisici”.

Anche gli appassionati di arte contemporanea sono cambiati, sono sempre più informati ed esigenti, abituati a stimoli sempre più sofisticati. Pretendono di più sia come qualità delle opere sia come “entratainment”.

Fase 2: RIELABORAZIONE

In molte città italiane ed Europee esistono circuiti del contemporaneo che si sviluppano fra realtà private.

A Reggio Emilia mancava. Perché non crearne uno e non cercare di dargli un taglio speciale? Del resto questa città ha fatto scuola in tanti settori, perché non fare uscire anche nell’arte contemporanea il “Reggio approach” diventato famoso in tutto il mondo con l’educazione?

Fase 3: REALIZZAZIONE

Reggio Emilia ha un numero alto di gallerie d’arte, tutte di qualità e specializzate in un settore, quindi in grado di accontentare le esigenze più varie: dallo storicizzato di alto livello, alle ultime tendenze, dai giovani emergenti alla ricerca di nicchia.

L’entusiasmo e la fattività emiliana non mancano e tutti hanno accolto con slancio, idee e voglia di fare questa iniziativa.

Così nel 2014 siamo partiti con la prima edizione.

Ogni anno In Contemporanea si arricchisce, i rapporti si cementano, le richieste di collaborazione aumentano.

E le gallerie tornano ad essere protagoniste, salotti culturali frequentati da collezionisti e artisti, imprenditori e amministratori pubblici, critici e giornalisti.

Ed è così che ci piace lavorare: “smettendo di lamentarci e iniziando a fare”.

In Contemporanea quest’anno propone:

manfredi-autoritratto-con-e-1971-olio-su-tela-61x47Galleria de’ Bonis

Viale dei Mille 44/B, Reggio Emilia, tel. 0522 580605, cell. 338 3731881, info@galleriadebonis.com, http://www.galleriadebonis.com.

“Rêve. Il sogno di Alberto Manfredi”

1-29 ottobre 2016

Inaugurazione: sabato 1 ottobre, ore 17.00

Venerdì 21 ottobre, ore 18.00, conversazione d’arte su Alberto Manfredi.

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Corso Garibaldi 43, Reggio Emilia, tel. 0522 435765, info@bonioniarte.it, http://www.bonioniarte.it.

Giacomo Cossio – Massimo Pulini, “Il destino dei fiori”

A cura di Nicolò Bonechi.

1 ottobre – 13 novembre 2016

Inaugurazione: sabato 1 ottobre, ore 17.00

enrico-della-torre-universo-fluviale-1989-olio-su-tela-tre-telai-assemblati-cm-116x220-copia2000&NOVECENTO Galleria d’Arte

Via Sessi 1/F,  Reggio Emilia,  tel. 0522 580143, duemilanovecento@tin.it, http://www.duemilanovecento.it.

Enrico Della Torre, “Figuratività dell’Invisibile”

1 ottobre – 13 novembre 2016

Inaugurazione: sabato 1 ottobre, ore 18.00

Sabato 22 ottobre, ore 18.00, presentazione del libro “Gioseffo Zarlino e la scienza della musica nel ‘500 dal numero sonoro al corpo sonoro” di Guido Mambella (Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 2016), in dialogo con il professor Cesarino Ruini e la professoressa Monica Boni.

untitled-001-anno-2015-tecnica-mista-su-polietilene-52x41-cm-copiaGalleria 8,75 Artecontemporanea

Corso Garibaldi 4, Reggio Emilia, cell. 340 3545183, ginodifrenna875arte@yahoo.it, http://www.csart.it/875.

Claudio Gaddini, “Lucide trasparenze”.

A cura di Chiara Serri

1-29 ottobre 2016

Inaugurazione: sabato 1 ottobre, ore 17.00

Sabato 8 ottobre, ore 17.00, narrazioni per bambini a cura di Galline Volanti.

daniele-vezzani-francesca-2016-grafite-su-cartasilvano-scolari-scimmia-concatenata-grafite-su-cartaRezArte Contemporanea

Via Emilia all’Ospizio 34/D, Reggio Emilia, tel. 0522 333351, cell. 393 9233135, cell. 338 1305698,  info@galleriarezarte.it, http://www.galleriarezarte.it.

Silvano Scolari – Daniele Vezzani, “Umano non umano”.

1 ottobre – 20 novembre 2016

Inaugurazione: sabato 1 ottobre, ore 18.00

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Via San Zenone 11, Reggio Emilia, cell. 335 8034053, simonini@zenonecontemporanea.it, http://www.zenonecontmporanea.it.

Daniele Cestari, “Altre visioni”

1-30 ottobre 2016

Inaugurazione: sabato 1 ottobre, ore 18.00

Venerdì 14 ottobre, ore 19.00 concerto jazz di Interno1 jazz council.

galliano-4-3VICOLO FOLLETTO ART FACTORIES

Vicolo Folletto 1, Reggio Emilia, info@vicolofolletto.it, http://www.vicolofolletto.it.

Daniele Gallliano, “rare-facto”

A cura di Flavio Arensi

1 ottobre – 6 novembre 2016

Inaugurazione: sabato 1 ottobre, ore 18.30

Sabato 8 ottobre e venerdì 28 ottobre, ore 23.00, “Una donna nella folla”, reading con Laura Pazzaglia.

Fase 4: INSERISCI UN NUOVO ELEMENTO

Una summa di tutte le mostre sarà la collettiva “In Contemporanea al Museo” che segna una nuova collaborazione fra le gallerie private e i Musei Civici di Reggio Emilia.

La collettiva, proporrà opere di tutti gli artisti che espongono nelle gallerie partecipanti per una visione d’insieme.

 

In contemporanea al Museo”

30 settembre – 30 ottobre 2016

Musei Civici di Reggio Emilia

Via Spallanzani 1, Reggio Emilia

Inaugurazione: venerdì 30 settembre, ore 18.00

Orari di apertura: da martedì a venerdì ore 9.00- 12.00, sabato, domenica e festivi ore 10.00-13.00 e 16.00-19.00.

L’edizione di quest’anno è stata possibile anche grazie grazie al supporto di:

logo-medici-ad     miselli_logo2    logo   zuliani

incontemporanea.eu

www.facebook.com/InContemporaneaRE

twitter.com/contemporaneaRE

 

 

 

 

Palmira: da Tiepolo all’ISIS

Zenobia_regina_di_Palmira, Damasco, Museo Archeologico Nazionale

Ritratto di Zenobia, bassorilievo proveniente da Palmira, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Damasco

Come si collegano Giambattista Tiepolo, pittore Veneziano del Settecento e la città di Palmira, oggi si tutte le cronache internazionali in seguito alle recenti devastazioni dello Stato Islamico?

Il nesso è la Storia raccontata dall’Arte.

Circa intorno al 1720 il nobile veneziano Alvise Zenobio commissionò a Giambattista Tiepolo un ciclo di dipinti probabilmente in occasione del matrimonio con Alba Grimani, anch’essa nobildonna veneziana.

Il soggetto scelto, in onore al nome di famiglia, fu Le Storie di Zenobia.

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Giambattista Tiepolo, La regina Zenobia arringa i suoi soldati, 1725/1730, olio su tela, Washington, National Galleri, Samuel H. Kress Collection

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Giambattista Tiepolo, Il trionfo di Aureliano, 1725/30, olio su tela, Torino, Galleria Sabauda

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Giambattista Tiepolo, Zenobia di fronte a Aureliano, olio su tela, 1725/30, olio su tela, Madrid, Museo del Prado

La storia di Zenobia, regina di Palmira (città dell’attuale Siria) dal 267 al 273, guerriera, coraggiosa, ambiziosa, ribelle e – sembra, bellissima -, si intreccia alle numerose leggende che la sua figura ha ispirato e che la vogliono, per esempio, discendente di Cleopatra, regina d’Egitto, di Semiramide, regina assiro babilonese e di Didone, regina di Cartagine.

Il suo nome latino era Julia Aurelia Zenobia ma, non essendosi mai sentita suddita dell’Impero Romano, usò sempre la forma aramaica Bath Zabbai (figlia di Zabba).

Zenobia prese spesso parte alle spedizioni militari accanto al marito Odenato VII, re di Palmira e si interessò sempre degli affari di corte.

Tra il 267 e il 268 fece assassinare il marito (il sicario era un certo Maconio, cugino o nipote di Odenato, tra l’altro), e gli successe al trono.

Una volta al potere, in uno slancio di ambizione molto simile a un delirio di onnipotenza, Zenobia intraprese una campagna di espansione militare senza precedenti il cui obbiettivo era non solo mantenere il regno di Palmira indipendente dall’Impero Romano ma addirittura creare un Impero d’Oriente per arrivare a sfidare quello di Roma, di cui la sua città era da tempo colonia.

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Il regno di Palmira alla sua massima espansione

Dopo la sua dichiarazione d’indipendenza dall’Impero Romano Zenobia, con un gesto fortemente simbolico,  iniziò a far coniare monete con la propria effige.

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Moneta con l’effige di Zenobia

L’imperatore Aureliano dopo un affronto del genere, mosse guerra a Palmira e la pose sotto assedio.

Zenobia, non intenzionata ad arrendersi, fuggì ma venne catturata e condotta a Roma dove fu costretta a sfilare come trofeo di guerra sembra – narra sempre la leggenda – legata con catene d’oro.

Gli ultimi giorni di Zenobia non sono univocamente narrati. Secondi alcune fonti li trascorse in una meravigliosa villa a Tivoli concessale dall’Imperatore, secondo altre si sarebbe lasciata morire di fame piuttosto che subire l’onta della prigionia.

Un grande tema epico per un giovane pittore, Tiepolo, qui non proprio alle prime armi ma ancora nella sua fase giovanile, già comunque in procinto di affermarsi come Maestro indiscusso.

I dipinti principali della serie, in seguito a vendite e passaggi di proprietà, sono ora alla National Gallery di Washington (Zenobia che arringa i soldati), al Museo del Prado di Madrid (La sottomissione ad Aureliano) e alla Galleria Sabauda di Torino (Il Trionfo di Aureliano).

Palmira oggi.

Nel marzo 2016 le truppe del regime siriano di Bashar Al Assad insieme all’aviazione russa hanno riconquistato, dopo 10 mesi di occupazione, la città di Palmira, caduta in mano ai combattenti dello Stato Islamico.

Il sito archeologico, uno dei più importanti del mondo, non è stato raso completamente al suolo, come si temeva ma è stato gravemente danneggiato.

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Palmira, 31 marzo 2016, i resti dell’Arco di Trionfo, foto Joseph Eid/AFP/Getty Images

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Palmira, 31 marzo 2016, i resti del tempio di Baalshamin, foto Joseph Eid/AFP/Getty Images

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Palmira, 31 marzo 2016, i resti tempio di Bel, foto Joseph Eid/AFP/Getty Images

Fermo restando che negli eventi bellici le perdite più gravi sono sempre le vite umane, i danni causati dallo Stato Islamico a Palmira che è uno dei siti archeologici più importanti del Medio Oriente, teatro della storia di Zenobia, sono una grave perdita per la memoria storica del mondo intero; un tentativo, fortunatamente non riuscito fino in fondo, di assoggettare una città-simbolo di un glorioso passato di cultura e ribellione.

 

Cosa si compra quando si compra un’opera d’Arte

BUY ARTCapita che, chi non è avvezzo al mercato dell’Arte fatichi a capire i prezzi, a volte anche alti –ma è sempre tutto relativo- dell’Arte contemporanea.

Cosa si compra quando si compra un’opera d’arte?

Si compra un pezzo di Storia, il documento di un’epoca.

Si compra un’idea.

Si compra una visione del mondo.

Si comprano anni di studio.

Si compra una porta che si apre su un altro mondo parallelo, non verbale, non razionale.

Si compra uno specchio che riflette non il nostro aspetto fisico ma la nostra anima.

Comprare un’opera d’arte è conoscere cose nuove.

Ma soprattutto comprare un’opera d’arte è come innamorarsi. Non si comprano sempre opere belle, secondo il senso estetico comune, si comprano opere in cui ci riconosciamo.

 

Il Segreto dei Giusti

 

Da dove nasce una mostra?

Questa in particolare è nata da un luogo: il Giardino dei Giusti del museo Yad Vashem di Gerusalemme, Il Memoriale per la Shoah, dove ho incontrato le storie di uomini che hanno rischiato la vita per salvare altri uomini.

Poi l’idea di questa mostra si è rafforzata con la lettura di un libro: “La bontà insensata, il segreto degli uomini Giusti” di Gabriele Nissim che sonda il confine fra eroismo e normalità affrontando tante storie di vite strappate alla Shoah.

Infine si è sviluppata con l’incontro di artisti e galleristi speciali che mi hanno prestato o prodotto per questa occasione opere stupende con le quali abbiamo messo in luce quello che è il segreto degli uomini Giusti.

Non da ultimo è stato determinante il contributo di alcuni storici con i quali  ho avuto importanti scambi di opinioni che mi hanno aiutato a non farmi confondere dall’emotività perché non è con questa che si capisce la Storia  e nemmeno si fa una buona mostra.

Una leggenda ebraica che compare nel Talmud di Babilonia narra che, dall’inizio del mondo fino alla fine dei giorni, ci siano sempre 36 uomini giusti, inconsapevoli di esserlo e ignoti a tutti;  uomini che svolgono lavori umili, dai quali dipende il destino dell’umanità. È grazie a loro se Dio risparmia il mondo dalla distruzione nonostante i peccati degli uomini.

Secondo la leggenda ogni volta che uno dei Giusti porta a termine il suo compito e scompare viene sostituito da un altro .

Uno dei compiti dell’Arte Contemporanea dovrebbe essere quello di interpretare la realtà odierna e renderla più comprensibile. Gli artisti hanno una sensibilità particolarmente acuita che permette loro di captare i cambiamenti nella società e nella Storia nonostante la ridottissima distanza temporale che, come sempre quando si è troppo a ridosso dall’oggetto dell’osservazione, li rende incomprensibili ai più.

Gli artisti dovrebbero essere insomma le avanguardie del nostro tempo e interpretarne lo spirito, quello che Hegel, nelle sue lezioni sulla filosofia della storia, chiamava Zeitgeist.

Il linguaggio per immagini dell’Arte figurativa, elude la ragione e viene interpretato direttamente dalla sensibilità individuale. Fa appello a una sfera emotiva di vissuto personale che può diventare una leva importante per muovere e sostenere la ragione nella comprensione di fatti più grandi dell’Uomo.

Troppo raramente l’Arte Contemporanea si accosta ad altre discipline come strumento di conoscenza complementare e questa sua assenza la impoverisce molto relegandola spesso a status symbol intellettuale, a nicchia di speculazione filosofica per pochi o, peggio ancora, finisce per chiudersi in un circolo autoreferenziale in cui chi la produce, chi la interpreta, chi la espone e chi la vende fa riferimento solo ad essa stessa isolandola dal resto del mondo.

Se quella dei 36 Giusti è una leggenda biblica, l’esistenza di tanti Giusti fra le Nazioni è realtà.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, in tutto il mondo, persone eccezionali nella loro normalità, hanno salvato tantissime vite umane dalla Shoah.

Nel 1963 il museo Yad Vashem, ha istituito una commissione, guidata da un membro della Corte Suprema Israeliana che, con rigorosi criteri di selezione, ha iniziato a valutare le storie degli ebrei salvati dall’Olocausto. “Giusto fra le Nazioni” è il riconoscimento più alto per lo Stato israeliano e la commissione dello Yad Vashem garantisce ai Giusti comprovati la Nazionalità onoraria, un sostegno economico e, in caso di necessità, un sostegno per le cure mediche. Fino agli anni Novanta per ciascuno dei Giusti riconosciuti veniva piantato un albero nel Giardino dei Giusti del museo poi, essendo terminato lo spazio per le piantumazioni, i loro nomi hanno trovato posto in un muro all’interno del giardino stesso.

Mirko Baricchi, Paul Beel, Ariela Böhm, Alfio Giurato, Fosco Grisendi, Ester Grossi, Lea Golda Holterman, Federico Infante, Massimo Lagrotteria, Marco Martelli, Matteo Massagrande, Sonia Maria Luce Possentini, Matteo Pugliese, Tobia Ravà, Max Rohr, Matteo Tenardi, Wainer Vaccari sono gli artisti che ho scelto per raccontare questa pagina di Storia.

Il Comune di Correggio, Galleria de’ Bonis, Bonelli Lab, Bonioni Arte, Punto sull’Arte, Cardelli & Fontana Arte Contemporanea , Galleria Restarte, Spazio Testoni, Federico Rui Arte Contemporanea  e M77 Gallery sono stati i partner che hanno reso possibile questa mostra.

Il conteggio della commissione di Yad Vashem è arrivato a riconoscere ad oggi  25.700 Giusti, dei quali 634 italiani .

Un numero così superiore al 36 della leggenda del Talmud restituisce una certa speranza nell’umanità e nelle persone sulle quali il suo destino poggia.

 

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“IN ABSENTIA”

In Absentia, collettiva in memoria di Lucia Finzi, vittima della Shoah

In Absentia, collettiva in memoria di Lucia Finzi, vittima della Shoah

Ciascuno di noi ha un nervo scoperto e il mio – umanamente e professionalmente – è decisamente la storia della Shoah.

Il progetto ARS – Art Resistance Shoah a cui ho dato vita insieme al collega Salvatore Trapani, è arrivato alla sua seconda mostra.

Quest’anno siamo partiti non dalla grande Storia ma da una singola storia locale, quella di Lucia Finzi, una donna ebrea di Correggio (Comune che ha ospitato la mostra), deportata e uccisa ad Auschwitz. Alla famiglia di Lucia Finzi non è rimasto assolutamente nulla di lei, se non i ricordi e una copia della foto tessera della carta d’identità.

Lucia Finzi (per gentile concessione della famiglia Finzi)

Lucia Finzi
(per gentile concessione della famiglia Finzi)

“In absentia”, Il titolo di questa collettiva, allude proprio alla sua assenza, la sua e quella di tutte le vite cancellate dal nazifascismo. Un’assenza che abbiamo cercato di colmare con i nostri strumenti. In risposta a beni sequestrati e distrutti abbiamo offerto opere d’arte, alcune delle quali realizzate proprio per questa mostra e ispirate alla storia di Lucia, arrivata a noi attraverso i racconti del nipote Guido. In risposta alla distruzione abbiamo scelto la creazione, in risposta all’omologazione imposta alle menti dalla dittatura abbiamo voluto sottolineare la libertà di pensiero e la ricchezza della varietà di espressione.

Se il nazifascismo ha cercato di cancellare l’arte di opposizione, l’arte che sveglia le coscienze, oggi con questo progetto possiamo provare a ridare spazio a tutte le voci che sono state soffocate, come quella di Lucia Finzi e lo facciamo attraverso lo strumento che ci è proprio: l’arte. Uno strumento che non riporta date o numeri, non mette in ordine avvenimenti, non trascrive documenti ma evoca atmosfere, piange, urla, commuove, ci catapulta dentro un coacervo di sentimenti attraverso i quali la storia si fissa nella nostra mente e facciamo davvero nostra l’idea di “mai più”.

Abbiamo cercato di raccontare per sensazioni la storia di Lucia Finzi che è la storia di tante altre vittime; una singola storia che è riflesso della “grande storia” segnata da tappe drammatiche: le leggi razziali, la fuga in cerca di un nascondiglio sicuro, i rastrellamenti, gli arresti, le deportazioni, i campi di concentramento, la morte. Un climax di violenza che non riusciamo nemmeno a immaginare e che questi artisti hanno evocato.

Per raccontare l’inenarrabile abbiamo cercato una storia locale, poco conosciuta, che potesse aggiungere un tassello a quanto già si sa − o si crede di sapere − sull’Olocausto. Quindi abbiamo invitato degli artisti che la raccontassero e ognuno di loro ci ha sorpreso, restituendoci un racconto per sensazioni molto più ricco e profondo di quello che avrebbe potuto essere una narrazione tradizionale.

Da questa storia nasce la nostra idea di creare una mostra collettiva attraverso la quale ogni artista possa aggiungere un tassello a questa storia cancellata. Nella ricerca degli artisti, durante lunghe chiacchierate con i galleristi che hanno preso parte al progetto, ci siamo imbattuti anche in opere già esistenti che abbiamo scelto di inserire nella mostra come elementi mancanti al nostro discorso.

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Abbiamo cercato di raccontare per sensazioni la storia di Lucia Finzi che è la storia di tante altre vittime; una singola storia che è riflesso della “grande storia” segnata da tappe drammatiche: le leggi razziali, la fuga in cerca di un nascondiglio sicuro, i rastrellamenti, gli arresti, le deportazioni, i campi di concentramento, la morte. Un climax di violenza che non riusciamo nemmeno a immaginare e che questi artisti hanno evocato.

Ne è uscita una mostra ricca e varia accompagnata, al momento dell’inaugurazione da un approfondimento storico artistico di Salvatore Trapani sul tema di Arte e Damnatio Memoriae, da un intervento di Beniamino Goldstein, rabbino capo di Modena e Reggio e da una meravigliosa performance di danza del ballerino minimalista Giuseppe Palombarini su musiche tratte dal fil “Il pianista” di Roman Polanski.

Salvatore Trapani e Rav Goldstein durante la conferenza inaugurale "In Absentia vs Damnatio Memoriae"

Salvatore Trapani e Rav Goldstein durante la conferenza inaugurale “In Absentia vs Damnatio Memoriae”

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Gli artisti che abbiamo selezionato sono Massimiliano Alioto, Gabriele Arruzzo, Francesco De Grandi, Omar Galliani, Tea Giobbio, Giuseppe Gonella, Svitlana Grebenyuk, Ali Hassoun, Massimo Lagrotteria, Trento  Longaretti, Hermann Nitsch, Luca Pignatelli, Silvio Porzionato, Paolo Quaresima, Aldo Sergio, Giovanni Sesia, Cristiano Tassinari,  Santiago Ydañez.

E’ stato fondamentale inoltre la partecipazione davvero sentita di tutte le gallerie di riferimento: La Galleria de’ Bonis, Italian Factory, Bonelli Lab, BiasuttiBisutti, la Galleria Restarte e la Galleria Forni.

Come ha detto Fania Brankovskaja, partigiana e testimone ebrea lituana sopravvissuta alla distruzione del ghetto di Vilnius  che abbiamo avuto l’onore di avere come ospite, “Queste opere sono come tante porte, ognuno può trovare la più vicina alla propria sensibilità per entrare nella Storia”.

Margherita Fontanesi, Salvatore Trapani e Fania Brancovskaja

Margherita Fontanesi, Salvatore Trapani e Fania Brancovskaja

Guido Finzi ha raccontato a noi la storia di sua zia Lucia, noi l’abbiamo raccontata ai nostri artisti, i nostri artisti la raccontano al loro pubblico che ne parlerà a famigliari e amici.

Dalla mostra  è nato una pubblicazione in doppio formato: cartaceo ed ebook scaricabile gratuitamente o ordinabile a questo link:

http://www.vanillaedizioni.com/shop/arte/in-absentia/

Su una sola cosa Hitler aveva ragione: l’arte è davvero uno strumento potente.

Massimiliano Alioto, “Codex Corruptionis”

Di cosa può parlare un artista in un ottimo momento della sua carriera in uno scenario prestigioso e internazionale come quello della Biennale di Venezia in un momento di tensione economica, politica e sociale come quello che stiamo vivendo?

Massimiliano Alioto sceglie di parlare di Corruzione: una scelta coraggiosa, un argomento scomodo che affronta, come suo solito, senza compromessi sviluppando la sua narrazione in una composizione monumentale di 89 piccole tele che occupano un’intera parete del Padiglione Arabo Siriano.

Invito Padiglione Arabo Siriano, 55a Biennale di Venezia

Invito Padiglione Arabo Siriano, 55a Biennale di Venezia

“Codex Corruptionis” è il nome dell’installazione: un titolo latino per indicare una caratteristica endemica dell’uomo, la corruttibilità, che sempre è esistita e che sempre esisterà. Un nome che da l’idea di una grande “antologia della corruzione” in cui trovano spazio oggetti del desiderio, lusinghe, specchietti per le allodole, serpenti tentatori e anime dannate.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis "Excrucior", 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis “Excrucior”, 2013, olio su tela, 30×30

Alioto sviluppa un discorso profondo e analitico che tocca ogni aspetto del problema e lo fa restando lontano da quella retorica che avrebbe impoverito il suo lavoro rendendolo stereotipo. Lo sguardo di Alioto è uno sguardo indagatore e profondo con una cifra stilistica che lo contraddistingue che è un’ironia sottile e tagliente che gli permette di guardare il mondo dalla giusta distanza, senza chiamarsi fuori dalle tematiche che affronta e al contempo senza farsi travolgere dall’emotività e dal lirismo.

La sua composizione ha una forma circolare, una forma che torna spesso anche all’interno dei singoli quadri fra spire di serpenti o di fumo, in vortici di insetti e vermi e che crea un senso di stordimento: le dimensioni della composizione la rendono incombente sullo spettatore che si sente risucchiato in questa ridda di immagini da cui non riesce a togliere lo sguardo sollecitato da mille immagini.

Codex Corruptionis

Codex Corruptionis

La pittura di Massimiliano Alioto mostra in questa serie tutto il suo patrimonio genetico  e il suo imprinting artistico.

È una pittura nutrita di passato sia a livello formale che contenutistico e allo stesso tempo contemporanea.

I riferimenti cronologici della sua iconografia rimandano al presente, soprattutto nell’immaginario legato al cibo, al fast-food

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Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

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Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

ma ci sono molti riferimenti anche al passato. La corona che cinge una nuvola di fumo è una citazione perfetta di quella con cui gli angeli incoronano la Vergine nella Madonna Salting di Antonello da Messina, il mesciroba fatto di due Nautilus è mutuato da quello del XVI secolo conservato al Museo degli Argenti di Firenze, le piante sotto vetro rimandano alle antiche pratiche officinali.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Antonello da Messina, Madonna Salting, 1460-1469, olio su tavola, Londra, National Gallery

Antonello da Messina, Madonna Salting, 1460-1469, olio su tavola, Londra, National Gallery

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Fra le piccole tele compare anche una scultura dipinta: si tratta di una citazione, limitata al solo eloquentissimo volto, del monumento a fra Girolamo Savonarola che si trova a Ferrara nella piazza omonima. Il più grande fustigatore della decadenza e della corruzione dei suoi tempi è qui ridotto però a un semplice fermacarte, quasi ad indicare come oggi non esista una figura corrispettiva, un vero contrappeso alla corruzione e alla sua spettacolarizzazione mediatica.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Stefano Galletti, Fra Girolamo Savonarola, 1875, Ferrara

Stefano Galletti, Fra Girolamo Savonarola, 1875, Ferrara

Accanto al frate predicatore trovano posto i ritratti allegorici di Lucrezia e Cesare Borgia, figli di Papa Alessandro VI, che scomunicò Savonarola per aver puntato il suo dito contro l’intera famiglia Borgia accusandola di aver accelerato la corsa della moralità della Chiesa verso il precipizio. Anche in questo caso siamo di fronte a un riferimento colto, un altro esempio di pittura che parla di sé stessa citando il Ritratto di Cesare Borgia di Altobello Melone e il ritratto di Ritratto di Lucrezia Borgia come Flora di Bartolomeo Veneto. Ovviamente tradotti nell’idioma di Alioto e ridotti a teschi ornati degli attributi che li identificano.

E cosa dire di quel perfetto turbante orientale ornato da una preziosa corona, capolavoro di pittura, curatissimo nei dettagli preziosi, perfetto nella morbidezza opulenta del tessuto. Una metonimia artistica che rimanda a Il festino di Baldassarre di Rembrandt dal quale Alioto riprende il copricapo di uno sbalordito re di Babilonia, sorpreso e spaventato durante un banchetto da una mano apparsa dal nulla che incide sulla parete una profezia in lettere ebraiche annunciando la divisione del suo regno fra Medi e Persiani per volere di Dio, come punizione per la sua brama di potere e le sue mancanze.

Massimiliano Alioto; Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto; Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Rembrandt, il festino di Baldassarre, 1636, olio su tela, Londra, National Gallery

Rembrandt, il festino di Baldassarre, 1636, olio su tela, Londra, National Gallery

Quasi una serie nella serie sono le tele raffiguranti teschi, eterni, atemporali che completano questo quadro di indagine diacronica. Teschi coperti di insetti che ammiccano all’analogo soggetto dell’ Et in arcadia ego di Guercino,

Guercino, Et in arcadia ego, 1618-1622, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini

Guercino, Et in arcadia ego, 1618-1622, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

teschi riempiti di banconote che escono dalle cavità come tibie incrociate, teschi coronati da diademi che ricordano For the love of God il cranio tempestato di diamanti di Damien Hirst.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

work in progress

work in progress

Questo complesso, tormentato lavoro allegorico è l’equivalente delle danze macabre medievali, incarna un coacervo di paure millenaristiche che anche oggi, un po’ in ritardo rispetto allo scadere del millennio, pervadono la nostra società sgomenta e impreparata di fronte a un’era che si chiude e a un’altra incerta e indefinita che si apre.

Questa analisi visiva dell’animo umano ricorda le teorie di un etologo eccezionale come Desmond Morris: gli uomini non sono angeli decaduti ma scimmie evolute[1], a volte grandi, a volte mostri ma sempre animali, con tutti gli istinti della loro specie.

Alioto sceglie di parlare dell’uomo per metafore che attingono i loro argomenti dal regno animale, con l’approccio scientifico di un naturalista e con la stessa ironia didascalica che ha utilizzato Esopo nelle sue Favole ed ecco comparire il topo travestito la pavone, il serpente incantatore che si perde in spire di fumo, la gazza ladra e poi insetti, larve e una danza di vermi che si arrotolano su loro stessi come menzogne.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Di fronte a questa installazione si è affascinati e ipnotizzati. Alioto fa provare all’osservatore la stessa sensazione di stordimento ed esaltazione che prova l’animo umano di fronte alla lusinga del successo: accelera il ritmo e calca i toni fino ad arrivare a quella tela rotonda al centro della composizione che è la chiave di volta di tutto il discorso.

Qui lo sguardo eccitato da quest’orgia di immagini arriva e trova una tregua, una pausa incantata.

Un cuore sospeso in una nuvola di fumo, una tela tonda, perfetta, in una miriade di tele quadrate e spigolose. È dal cuore che si irradia quel rigor mortis dei sentimenti, quell’aridità che porta alla corruzione. Ma il cuore è anche la chiave per il processo inverso, per il rinsavimento, per il ripristino dei valori calpestati.

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Ho avuto il piacere di partecipare a questa eccezionale ricerca fin dal suo inizio, scrivendo il testo critico al catalogo che ha accompagnato l’opera, mentre Massimiliano dipingeva. Il mio testo e i quadri sono stati frutto di una ricerca congiunta e multidisciplinare, di un confronto fra storia, etologia, spiritualità, pittura. Lo scambio di fonti, spunti e consigli mentre i reciproci lavori erano ancora “in progress” ha reso questo complesso lavoro un viaggio affascinante alla ricerca di una scomoda parte dell’uomo.

Alioto Copertina Codex Corruptionis

Codex Corruptionis sarà visibile alla Biennale di Venezia, Padiglione Arabo Siriano, Isola di San Servolo, fino al 24 novembre 2013.

Potrete acquistare il libro direttamente dal sito di Maretti Editore  a questo link: http://www.marettieditore.com/shop.php?idc=4&idp=79

Se volete saperne di più su Massimiliano Alioto vi rimando al suo blog massimilianoalioto.wordpress.com

e al suoi social

http://www.facebook.com/Massimilianoalioto

http://www.twitter.com/MaxAlioto

http://pinterest.com/maxalioto


[1] “I viewed my fellow man not as a fallen angel, but as a risen ape”, Desmond Morris, The Naked Ape: A Zoologist’s Study of the Human Animal, 1967

Freaky?

In questi giorni ho guardato a ripetizione “I fink u freeky” il video del trio sudafricano Die Antwoord diretto da un grande fotografo: Roger Ballen.

foto di Roger Ballen dal video “I fink u freeky” di Die Antwoord

foto di Roger Ballen dal video “I fink u freeky” di Die Antwoord

Nell’iconografia di questo video, urtante, fastidiosa, magnetica, c’è tutta la poetica di Ballen.

Il fotografo newyorchese, che dagli anni ‘70 vive in Sudafrica, ha uno sguardo sulla realtà e sulla sua bellezza estremamente libero e trasversale in cui ho ritrovato il mio.

Nell’intervista che accompagna il dietro le quinte del video è lui stesso ad affermare come i bizzarri soggetti delle sue immagini siano per lui esattamente uguali ai soggetti cosiddetti “normali”.

I primi riferimenti che l’occhio educato all’ immagine crede di scorgere in questo video sono agli zingari di Koudelka,

Koudelka, Zingari

ai freaks di Diane Arbus,

Diane Arbus, Freaks

Diane Arbus, Freaks

Diane Arbus, Freaks

alla street art, prima fra tutti quella di Basquiat.

Basquiat

Basquiat

Ma anche ai video musicali diretti da Floria Sigismondi (uno fra tutti “the beautiful people” di Marylin Manson).

In realtà quello che emerge dalle immagini di Ballen è molto di più. Non si tratta di un “gusto del bizzarro” quanto piuttosto di una visione più ampia e più scevra di sovrastrutture estetizzanti della vita stessa.

Dove va cercata la bellezza? Dove la normalità? E’ davvero la regolarità soltanto che attrae e gratifica l’occhio umano? Secondo Ballen no.

Un pensiero critico e indipendente, abbastanza smaliziato da non cadere in clichè, ha come mezzo di indagine uno sguardo curioso e aperto.

“I fink u freeky” ha un che di liberatorio e, secondo me, completamente privo dell’aspetto morboso della curiosità. E’ il lato “b” della vita finalmente portato sul lato “a”. Non c’è derisione né spettacolarizzazione del brutto, ma semplicemente, meravigliosamente, un resettamento dei canoni estetici.

Il concetto di Bellezza spesso si veste di un’accezione esclusivista, che non ammette alla propria corte che un ridottissimo, artificiosissimo, numero di elementi animati e inanimati. Ballen con le sue immagini apre finalmente le porte del palazzo a tutti e a tutto, mostrando quanto può essere varia, insolita, sfaccettata, scioccante, sgradevole, rumorosa, sporca, divertente, intrigante, nuova la bellezza se solo non ci si ostina a cercarla in una sola direzione. Anzi, perché parlare ancora di bellezza?

Per saperne di più:

il sito di Roger Ballen  www.rogerballen.com

La galleria di riferimento per le opere di Ballen in Italia  www.galleriaminini.it

Il sito di Die Antwoord   www.dieantwoord.com

la Fondazione Roger Ballen per lo sviluppo della Fotografia in Sud Africa  www.rogerballen.org