La carne e lo spirito: “Giove ed Io”

Margherita Giove ed Io

Quando un pittore che ha lavorato tutta la vita sul Sacro a fine carriera si confronta col profano, beh, possono nascere opere imprevedibili che rivelano qualcosa in più sulla sua personalità.

Antonio Allegri, Giove ed Io, 1531, olio su tela, 163,5 x 74, Vienna Kunsthistoriches Museum

Antonio Allegri, Giove ed Io, 1531, olio su tela, 163,5 x 74, Vienna Kunsthistoriches Museum

Ecco Giove ed Io, 1531, uno dei capolavori del Correggio, dipinto per Federico II Gonzaga (che aveva un certo gusto per i dipinti erotici, come testimoniano gli affreschi di Palazzo Te).

Giulio Romano, Giove e Olimpia, Mantova, Palazzo Te

Giulio Romano, Giove e Olimpia, Mantova, Palazzo Te

Ripercorriamo la storia: Giove si innamora della bella Io e per non farsi scoprire dalla gelosissima Giunone scende sulla terra avvolto in una nube e con questo stratagemma possiede Io. Giunone poi, non nuova a questi scherzi del consorte, scopre l’inganno – nonostante Giove avesse trasformato Io in una giumenta per depistare la moglie – e vessa Io riducendola in schiavitù finché non arriva Mercurio, invocato da Giove, a liberarla. La storia va avanti ancora a lungo, fra mille peripezie e personaggi che però al Correggio non interessano. Correggio va subito al cuore del racconto, dipingendo l’incontro fra Giove ed Io, furtivo, passionale, travolgente. L’incontro fra carne umana e spirito divino, quello spirito che si concretizza soltanto nell’istante in cui sfiora la pelle di Io.

Giove ed Io rappresenta in realtà, più che l’omonimo mito, l’eterno dualismo fra sensualità e spiritualità che il Correggio ha saputo superare con un’interpretazione tantrica ante litteram.

In tutta la serie de “Gli Amori di Giove”, i più celebri fra i pochi dipinti di soggetto profano del Correggio, Giove ed Io si distingue su tutti per una passionalità travolgente ma non licenziosa o ammiccante. Soltanto divinamente (in ogni senso) intensa.

Il Correggio, Leda e il cigno, 1530-31, olio su tela, 152 x 191, Berlino, Gemäldegalerie

Il Correggio, Leda e il cigno, 1530-31, olio su tela, 152 x 191, Berlino, Gemäldegalerie 

Il Correggio, Danae, 1531-32, olio su tela, 161 x 193, Roma, Galleria Borghese

Il Correggio, Danae, 1531-32, olio su tela, 161 x 193, Roma, Galleria Borghese

Il Correggio, Ganimede e l'aquila, 1531-32, olio su tela, 163,5 x 70,5, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Il Correggio, Ganimede e l’aquila, 1531-32, olio su tela, 163,5 x 70,5, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Il valore aggiunto che Correggio riesce a conferire alla sua Io è la passione resa in modo molto naturalistico e coinvolto, com’è proprio dell’Allegri che si conferma anche nel soggetto profano maestro dei sentimenti che non gli sono dunque ispirati solo dalla fede. Quanto a Giove Correggio, a differenza degli altri artisti, ha la brillante intuizione di raffigurarlo non nascosto dalla nube ma fatto della nube stessa. Il suo corpo divino sembra materializzarsi solo nel punto e nel momento in cui entra in contatto con la carne umana della ragazza desiderata.

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Il realismo morbido con cui rende l’opima fisicità di Io e l’altrettanto naturalistica evanescenza con cui dipinge il dio-nuvola (una nuvola scura che scendendo sulla giovane preda l’avrebbe avvolta occultando la vista del loro incontro) traducono questo incontro di divino e umano che non è solo un amore profano ma anche un anelare dell’uomo al divino attraverso l’amore sensuale.

Un particolare rivelatore sembra avvalorare questa tesi: nell’angolo in basso a destra c’è un cervo dipinto che sembra quasi un ripensamento. Il cervo sembra colto nell’atto di bere l’acqua ai piedi di Io. Accanto ad esso si trova un otre, antico simbolo convenzionale per la sorgente di un fiume. Questa associazione di simboli rimanda al Salmo 42: “ Come la cerva anela ai corsi delle acque così la mia anima anela a Te, o Dio”.

La grandezza del Correggio, rispetto ad artisti predecessori, coevi e successivi, sta nello sviluppare l’opera non in modo narrativo ma emozionale, con un taglio verticale e centrato sul soggetto senza elementi di distrazione. Il vero contenuto è l’espressione del sentimento.

Bartolomeo Di Giovanni, Giove ed Io, 1488

Bartolomeo Di Giovanni, Giove ed Io, 1488

La modernità nella resa di questo soggetto, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, sta nel fatto che il poeta latino descrive una Io che fugge nei  boschi per paura di Giove, mentre la Io dipinta dal Correggio prende piacere dalla sua evanescente essenza. Correggio descrive dunque anche concettualmente un piacere che non solo si dà da parte maschile ma si riceve godendone anche da parte femminile: un punto di vista per i tempi quantomeno inusuale.

Secondo Strzygowski potrebbe derivare da  “Satiro che bacia una donna vista di schiena” del Museo Archeologico di Venezia. Ci sono molte opere dell’antichità con coppie poste in posizioni simili.

Ara Grimani, Museo archeologico di venezia

Ara Grimani, Museo archeologico di Venezia

Non è tuttavia certo che Correggio conoscesse direttamente questi modelli. E’ probabile che Allegri abbia composto insieme diversi modelli antichi mediati da disegni fatti da artisti romani della cerchia raffaellesca e Giulio Romano potrebbe aver avuto un ruolo chiave nel fornire al Correggio questi modelli.

(Post tratto dalla mia conferenza omonima al Correggio Art Home il 13 ottobre 2013)

 

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REGGIO EMILIA: IL MUSEO TRASVERSALE

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I Musei Civici di Reggio Emilia rinnovano il proprio aspetto e aprono una nuova sezione dedicata all’ Arte Contemporanea e a un nuovo modo di concepire il Museo.

Il terzo piano di Palazzo San  Francesco ospita un nuovo allestimento, su progetto di Italo Rota, che ripropone in modo nuovo e trasversale le collezioni dei Musei (artistiche, archeologiche, etnografiche e naturalistiche).

Pezzi, spesso poco conosciuti, delle diverse raccolte sono state esposti in grandi e luminose vetrine tematiche che raccontano la storia della città, dei suoi personaggi e del suo percorso artistico unendo in modo libero e intelligente reperti archeologici, cimeli risorgimentali, ritratti di pittori, poeti, scienziati, armi ed abiti tribali portati a Reggio da esploratori locali.

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L’allestimento presenta pezzi del nostro passato in un modo che strizza l’occhio al futuro, quasi fossero oggetti conservati in contenitori ipertecnologici dai nostri successori per documentare e analizzare la nostra civiltà.

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Decontestualizzando gli oggetti e ricollocandoli insieme con libere associazioni interdisciplinari li si può vedere con nuovi occhi, scevri da antiche, pur utili, classificazioni.

E perché non associare a questo nuovo modo di raccontare la città citazioni letterarie e cinematografiche?

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Il patrimonio dei Musei diventa così fluido, rompe le barriere di collezioni, piani, vetrine e magazzini per adattarsi a un modo di conoscere il mondo che è anch’esso cambiato.

 

5 BUONI MOTIVI PER VEDERE LA MOSTRA DI FRIDA KHALO A ROMA

  1. Nuoterete nel colore

L’arte è strettamente legata alla latitudine in cui nasce. Clima, colori, temperamento del luogo influenzano le forme e ancor più i colori. Frida e la sua pittura sono figlie del Messico rivoluzionario e sono un’esplosione di colori caldi rinfrescati da verdi tropicali e blu ultramarini.

Di fronte a questi dipinti intensi e palpitanti di vita, amore, dolore e gioia gli occhi si riempiono di colori che resteranno con voi a lungo

 

Frida Kahlo, Mosè o Nucleo Solare, 1945, olio su faesite

Frida Kahlo, Mosè o Nucleo Solare, 1945, olio su faesite

 

  1. Esorcizzerete i vostri fantasmi

Questa è una mostra decisamente catartica. Un viaggio nella storia di una donna la cui vita è stata segnata da drammi fisici e sentimentali e che li ha attraversati guardandoli dritti negli occhi, senza mai sfuggire al dolore e alla paura ma abbracciandoli, cercando di conoscerli profondamente, talvolta ironizzando su di essi e su sé stessa.

Una grande lezione.

 

Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine e un colibrì,1940, olio su lamina metallica, 63,5 x 49,5

Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine e un colibrì,1940, olio su lamina metallica, 63,5 x 49,5

 

  1. Scoprirete nuovi orizzonti

Perché, diciamolo, la pittura messicana non è che sia così conosciuta in Europa.

 

Frida Kahlo, L'abbraccio amorevole dell'Universo, la terra (il Messico), io, Diego e il signor Xolotl, 1949, olio su masonite

Frida Kahlo, L’abbraccio amorevole dell’Universo, la terra (il Messico), io, Diego e il signor Xolotl, 1949, olio su masonite

 

  1. Capirete che Frida non dipingeva solo sé stessa

Ritraeva soprattutto sé stessa, intensamente sé stessa, con la curiosità di chi si vuole capire ma in mostra troverete anche altri soggetti come meravigliose, nature morte, sconosciute ai più, colorate, succose e polpose ma anche carichissime di significati simbolici neanche tanto velati. Nature morte fatte di frutti tropicali, nature morte viste da un’altra latitudine, con significati sottesi talvolta tragici ma sempre accompagnati da un filo di ironia.

 

Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943, olio su tela, 63 x 81,5

Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943, olio su tela, 63 x 81,5

 

  1. Sveglierà il vostro spirito ribelle

…perché ce l’avete uno spirito ribelle, vero?

 

Il busto in gesso

Il busto in gesso

 

Frida Kahlo

a cura di Helga Prignitz-Poda

Roma, Scuderie del Quirinale

20 marzo- 31 agosto 2014

 

 

 

Luca Pignatelli e l’astrazione

Luca Pignatelli, La caccia, 2014, tecnica mista su carta, 157 x 247,5

Luca Pignatelli, La caccia, 2014, tecnica mista su carta, 157 x 247,5

Fermento e stile in questi giorni vanno di pari passo in Via Mecenate a Milano dove, al civico 77 Giuseppe Lezzi ha aperto  M77gallery, il suo nuovo spazio espositivo nel quale Luca Pignatelli ha presentato la sua ultima produzione: una serie di lavori su carta dal titolo Off Paper.

Pignatelli è a un cambio di rotta nella sua produzione e Off paper è la serie che sancisce il suo affascinante approccio all’astrazione. Mentre in contemporanea al Museo di Capodimonte a Napoli è in corso un’altra sua monografica, curata da Achille Bonito Oliva, nella quale dominano le sue opere a tema scultoreo e classico.

La monografica di Milano segna una nuova tappa del viaggio di Pignatelli nella trascrizione del mondo. E’ caratterizzata da un’astrazione quasi tribale che presenta ancora qualche traccia di figurazione, opere che mi hanno molto affascinato e che portano echi lontani evocando lo stridore  di una pietra che migliaia di anni fa tracciava graffiti sulle rocce della Valcamonica. Sono segni che avvincono lo sguardo che in essi cerca storie e immagini senza trovare né le une ne’ le altre in modo compiuto.

Luca Pignatelli, Cosmographie 8818, tecnica mista su carta, 272,7 x 400

Luca Pignatelli, Cosmographie 8818, tecnica mista su carta, 272,7 x 400

Un altro gruppo di opere suggerisce poi un’astrazione più compiuta ma anche composta e calibrata. Sono segni che, come traduce Michele Bonuomo, curatore della mostra, sembrano voler misurare lo spazio. La ricerca sul segno è in queste opere importante quanto quella sui materiali che diventano essi stessi linee, fondi e campiture.

Luca Pignatelli, Icona, 2014, tecnica mista su carta intelata, 197 x 171,3

Luca Pignatelli, Icona, 2014, tecnica mista su carta intelata, 197 x 171,3

Le nuove opere hanno attirato un pubblico selezionato, fatto di collezionisti provenienti da tutt’Italia, giornalisti, critici, galleristi italiani e stranieri e il meglio degli artisti contemporanei. Sguardi sorpresi e affascinati, la circospezione di chi studia lungamente i pezzi da ogni angolazione come per carpire il segreto di una nuova ricerca artistica.

Luca Pignatelli, Off paper

30 maggio – 27 settembre 2014

M77 Gallery

Via Mecenate, 77, Milano