Palmira: da Tiepolo all’ISIS

Zenobia_regina_di_Palmira, Damasco, Museo Archeologico Nazionale

Ritratto di Zenobia, bassorilievo proveniente da Palmira, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Damasco

Come si collegano Giambattista Tiepolo, pittore Veneziano del Settecento e la città di Palmira, oggi si tutte le cronache internazionali in seguito alle recenti devastazioni dello Stato Islamico?

Il nesso è la Storia raccontata dall’Arte.

Circa intorno al 1720 il nobile veneziano Alvise Zenobio commissionò a Giambattista Tiepolo un ciclo di dipinti probabilmente in occasione del matrimonio con Alba Grimani, anch’essa nobildonna veneziana.

Il soggetto scelto, in onore al nome di famiglia, fu Le Storie di Zenobia.

sc1080.jpg

Giambattista Tiepolo, La regina Zenobia arringa i suoi soldati, 1725/1730, olio su tela, Washington, National Galleri, Samuel H. Kress Collection

Giambattista-Tiepolo-Trionfo-di-Aureliano-1718-ca-Torino-Galleria-Sabauda-

Giambattista Tiepolo, Il trionfo di Aureliano, 1725/30, olio su tela, Torino, Galleria Sabauda

1024px-Giovanni_Battista_Tiepolo_-_Il_trionfo_di_Aureliano

Giambattista Tiepolo, Zenobia di fronte a Aureliano, olio su tela, 1725/30, olio su tela, Madrid, Museo del Prado

La storia di Zenobia, regina di Palmira (città dell’attuale Siria) dal 267 al 273, guerriera, coraggiosa, ambiziosa, ribelle e – sembra, bellissima -, si intreccia alle numerose leggende che la sua figura ha ispirato e che la vogliono, per esempio, discendente di Cleopatra, regina d’Egitto, di Semiramide, regina assiro babilonese e di Didone, regina di Cartagine.

Il suo nome latino era Julia Aurelia Zenobia ma, non essendosi mai sentita suddita dell’Impero Romano, usò sempre la forma aramaica Bath Zabbai (figlia di Zabba).

Zenobia prese spesso parte alle spedizioni militari accanto al marito Odenato VII, re di Palmira e si interessò sempre degli affari di corte.

Tra il 267 e il 268 fece assassinare il marito (il sicario era un certo Maconio, cugino o nipote di Odenato, tra l’altro), e gli successe al trono.

Una volta al potere, in uno slancio di ambizione molto simile a un delirio di onnipotenza, Zenobia intraprese una campagna di espansione militare senza precedenti il cui obbiettivo era non solo mantenere il regno di Palmira indipendente dall’Impero Romano ma addirittura creare un Impero d’Oriente per arrivare a sfidare quello di Roma, di cui la sua città era da tempo colonia.

800px-Impero_romano_260

Il regno di Palmira alla sua massima espansione

Dopo la sua dichiarazione d’indipendenza dall’Impero Romano Zenobia, con un gesto fortemente simbolico,  iniziò a far coniare monete con la propria effige.

ZENOBIA_-_RIC_V_2_-_80000750

Moneta con l’effige di Zenobia

L’imperatore Aureliano dopo un affronto del genere, mosse guerra a Palmira e la pose sotto assedio.

Zenobia, non intenzionata ad arrendersi, fuggì ma venne catturata e condotta a Roma dove fu costretta a sfilare come trofeo di guerra sembra – narra sempre la leggenda – legata con catene d’oro.

Gli ultimi giorni di Zenobia non sono univocamente narrati. Secondi alcune fonti li trascorse in una meravigliosa villa a Tivoli concessale dall’Imperatore, secondo altre si sarebbe lasciata morire di fame piuttosto che subire l’onta della prigionia.

Un grande tema epico per un giovane pittore, Tiepolo, qui non proprio alle prime armi ma ancora nella sua fase giovanile, già comunque in procinto di affermarsi come Maestro indiscusso.

I dipinti principali della serie, in seguito a vendite e passaggi di proprietà, sono ora alla National Gallery di Washington (Zenobia che arringa i soldati), al Museo del Prado di Madrid (La sottomissione ad Aureliano) e alla Galleria Sabauda di Torino (Il Trionfo di Aureliano).

Palmira oggi.

Nel marzo 2016 le truppe del regime siriano di Bashar Al Assad insieme all’aviazione russa hanno riconquistato, dopo 10 mesi di occupazione, la città di Palmira, caduta in mano ai combattenti dello Stato Islamico.

Il sito archeologico, uno dei più importanti del mondo, non è stato raso completamente al suolo, come si temeva ma è stato gravemente danneggiato.

Palmira_arco di trionfo_31032016_JosephEid_afp_getty images

Palmira, 31 marzo 2016, i resti dell’Arco di Trionfo, foto Joseph Eid/AFP/Getty Images

Palmira_il tempio di Baashamin_31032016_JosephEid_afp_getty images

Palmira, 31 marzo 2016, i resti del tempio di Baalshamin, foto Joseph Eid/AFP/Getty Images

Palmira_il tempio di Bel_31032016_JosephEid_afp_getty images

Palmira, 31 marzo 2016, i resti tempio di Bel, foto Joseph Eid/AFP/Getty Images

Fermo restando che negli eventi bellici le perdite più gravi sono sempre le vite umane, i danni causati dallo Stato Islamico a Palmira che è uno dei siti archeologici più importanti del Medio Oriente, teatro della storia di Zenobia, sono una grave perdita per la memoria storica del mondo intero; un tentativo, fortunatamente non riuscito fino in fondo, di assoggettare una città-simbolo di un glorioso passato di cultura e ribellione.

 

Correggio e Parmigianino, Arte a Parma nel Cinquecento

Header-ITA

Due opere del Correggio, La Pietà e il disegno per il parapetto della Cattedrale di Parma, di proprietà  della Fondazione “Il Correggio”, della quale ho l’onore di essere vice-presidente, sono presenti alla mostra “Correggio e Parmigianino, arte a Parma nel Cinquecento” dal 12 marzo al 26 giugno 2016 alle Scuderie del Quirinale di Roma.

La mostra, della quale la Fondazione è uno degli enti patrocinatori, è curata da David Ekserdjian, uno dei più importanti studiosi del Correggio e si preannuncia un grande successo, con opere incredibili provenienti da mezzo mondo.

Ekserdjian

La Pietà (olio su tavola, cm. 34,2 x 29,2) è un’opera giovanile, databile indicativamente fra il 1518 e il 1520. Acerba per alcuni versi ma estremamente raffinata per altri. Il primo aspetto che balza all’occhio è la narrazione affettiva del soggetto, nella quale Correggio era maestro e grazie alla quale si è distinto su tutti i suoi contemporanei. Il soggetto deriva direttamente dalla tipologia del Vesperbild tedesco, la raffigurazione della Madonna con in grembo il corpo del Cristo morto, poco diffusa in Italia fra fine Quattrocento e inizio Cinquecento e trattata da Correggio in questa piccola tavola ad uso devozionale, con grande intimità, ponendo l’accento più sul legame umano fra Maria e Cristo che sul loro ruolo divino. In particolare la vicinanza dei volti fra i due personaggi è un elemento nuovo in questo tipo di raffigurazione come anche il modo della Vergine di sorreggere la gambe del figlio, accavallando la destra sulla sinistra per non fare scivolare il corpo. Entrambi i gesti sono un modo di Maria di stringere a sé il figlio privo di vita in un ultimo, toccante abbraccio.

Un altro elemento imprescindibile di quest’opera è il paesaggio sullo sfondo: uno squarcio di luce che illumina la scena piuttosto cupa. Il fondo arboreo del dipinto si apre, sulla sinistra in una veduta chiara e nebbiosa, composta per velature delicate, che rivela il debito del Correggio con la pittura di Leonardo da Vinci.

Correggio,_pietà

 

Lo Studio per il parapetto della Cattedrale di Parma, un piccolo disegno a sanguigna e inchiostri su carta, oltre ad essere un documento  del “making of” del capolavoro epocale del Correggio maturo, la cupola affrescata del Duomo di Parma, ci mostra la straordinaria abilità dell’Allegri disegnatore.

Il Correggio, noto per il suo colorire, mostra in quest’opera tutta la sua padronanza del disegno e della composizione, rivelando di essere un artista completo, padrone dei volumi corporei e di un tratto morbido e deciso allo stesso tempo.

Correggio_disegno_fronte - Copia

I due prestiti della Fondazione Il Correggio alla mostra romana dunque aprono e chiudono la parabola artistica del Correggio, accompagnandoci dalla sua giovinezza alla sua maturità attraverso strumenti espressivi diversi, nella conoscenza di questo colosso del Rinascimento.

Un’altra opera presente in mostra, alla quale la nostra Fondazione è particolarmente legata, è “Il Creatore in gloria fra gli angeli”, dei Musei Vaticani. La tela, cimasa del Trittico di Santa Maria della Misericordia, smembrato e disperso, per la prima volta esce dai Musei Vaticani per una mostra come originale del Correggio e non più come “maniera del Correggio” dopo la nostra riattribuzione.

correggio_quad_9_190

Fra gli sponsor della mostra non si può non citare Webranking, azienda leader nel search marketing con base a Correggio, che ha creduto nel sostegno della cultura e delle eccellenze artistiche del territorio.

 

IL BIMILLENARIO DELLA MORTE DI AUGUSTO, FRA ARTE E TECNOLOGIA

Augusto di Prima Porta, Musei Vaticani

Augusto di Prima Porta, Musei Vaticani

Oggi, 19 agosto 2014, si celebra il bimillenario della morte di Ottaviano Augusto, Princeps (rifiutò sempre infatti il termine “imperator”) di Roma che segnò il passaggio dal periodo repubblicano al principato.

Augusto, come molti uomini di potere, fece un uso grandioso della propaganda – e dell’Arte come suo strumento – per celebrare il suo principato. Fu lui a commissionare a Virgilio l’Eneide, con la quale dichiarava la discendenza della Gens Julia, alla quale apparteneva, direttamente dall’eroe Enea, figlio di Anchise e nientemeno che della dea Venere. A scopo celebrativo fece erigere anche l’Ara Pacis, simbolo della pace e della prosperità raggiunte da Roma durante la sua reggenza.

AraPacis

Il suo ambizioso e quasi epico programma celebrativo era volto ad assimilare il suo regime con l’età dell’oro, una nuova epoca di semplicità di costumi, prosperità e pace universale.

Il sistema di propaganda che adottò fu così efficace che il mito della sua discendenza divina e la pace augustea furono fonte d’ispirazione nei secoli per gli assolutismi a venire.

Diverse sono le iniziative che Roma dedica a Ottaviano e ai suoi monumenti e fra queste spicca l’apertura straordinaria dell’Ara Pacis stasera, dalle 21 alle 24, con proiezioni di luce sul fronte occidentale e su quello orientale, che ricreano i colori originali dell’altare. La tecnica di proiezione digitale si basa su analisi di laboratorio, ricerche cromatiche e analisi comparative sulla pittura romana: in particolare su sculture policrome e pitture murali come quelle Pompeiane.

Non è la prima volta che questo sistema viene proiettato: il debutto fu nel 2009. Il gruppo di studio che ha lavorato sulla ricerca della cromia originale e sulla tecnologia per farla esperire al pubblico, si è costituito molti anni fa, in occasione dell’allestimento del nuovo museo.

la personificazione di Roma

la personificazione di Roma

L’approccio alla proiezione è discreto, perché non investe l’intero monumento ma due lati soltanto, permettendo un immediato confronto con il marmo bianco com’è oggi, e di taglio critico poiché – come si legge sul sito stesso del Museo: www.arapacis.it – “non si vuole colorare l’Ara Pacis “com’era” ma restituire, in via d’ ipotesi, l’aspetto prossimo all’originale di un passato lontano ma non perduto”.

Una tecnologia non invasiva, spettacolare e coinvolgente per il grande pubblico, ma con alle spalle una seria ricerca e scientifica pienamente in linea con le tendenze “edutainment” (educare divertendo) di oggi.

Negli stessi orari stasera sarà visitabile anche la mostra “L’arte del comando. L’eredità di Augusto”, in corso fino al 7 settembre, sempre al Museo dell’Ara Pacis. La mostra approfondisce le principali politiche culturali e di propaganda messe in atto da Augusto nel suo principato.  In mostra saranno esposti incisioni, dipinti, monete, mosaici, acqueforti, oli, sculture e gemme.

augusto-arte-comando

Ara Pacis a colori e mostra “L’Arte del comando. L’eredità di Augusto”

Museo dell’Ara Pacis

Orario:

Apertura straordinaria del museo il 19 agosto 2014, ore 21.00-24.00 (la biglietteria aprirà alle 21.00 e l’ultimo ingresso è alle ore 23.00), in occasione delle celebrazioni del bimillenario della morte di Augusto.

Biglietto d’ingresso:

Biglietto unico per “Ara Pacis a colori” e mostra “L’arte del comando. L’eredità di Augusto” in occasione dell’apertura straordinaria del 19 agosto:
–  Ingresso Intero € 11,00
–  Ingresso Ridotto € 9,00

Informazioni: tel. 060608 tutti i giorni dalle 9.00 alle 21.00
 

La carne e lo spirito: “Giove ed Io”

Margherita Giove ed Io

Quando un pittore che ha lavorato tutta la vita sul Sacro a fine carriera si confronta col profano, beh, possono nascere opere imprevedibili che rivelano qualcosa in più sulla sua personalità.

Antonio Allegri, Giove ed Io, 1531, olio su tela, 163,5 x 74, Vienna Kunsthistoriches Museum

Antonio Allegri, Giove ed Io, 1531, olio su tela, 163,5 x 74, Vienna Kunsthistoriches Museum

Ecco Giove ed Io, 1531, uno dei capolavori del Correggio, dipinto per Federico II Gonzaga (che aveva un certo gusto per i dipinti erotici, come testimoniano gli affreschi di Palazzo Te).

Giulio Romano, Giove e Olimpia, Mantova, Palazzo Te

Giulio Romano, Giove e Olimpia, Mantova, Palazzo Te

Ripercorriamo la storia: Giove si innamora della bella Io e per non farsi scoprire dalla gelosissima Giunone scende sulla terra avvolto in una nube e con questo stratagemma possiede Io. Giunone poi, non nuova a questi scherzi del consorte, scopre l’inganno – nonostante Giove avesse trasformato Io in una giumenta per depistare la moglie – e vessa Io riducendola in schiavitù finché non arriva Mercurio, invocato da Giove, a liberarla. La storia va avanti ancora a lungo, fra mille peripezie e personaggi che però al Correggio non interessano. Correggio va subito al cuore del racconto, dipingendo l’incontro fra Giove ed Io, furtivo, passionale, travolgente. L’incontro fra carne umana e spirito divino, quello spirito che si concretizza soltanto nell’istante in cui sfiora la pelle di Io.

Giove ed Io rappresenta in realtà, più che l’omonimo mito, l’eterno dualismo fra sensualità e spiritualità che il Correggio ha saputo superare con un’interpretazione tantrica ante litteram.

In tutta la serie de “Gli Amori di Giove”, i più celebri fra i pochi dipinti di soggetto profano del Correggio, Giove ed Io si distingue su tutti per una passionalità travolgente ma non licenziosa o ammiccante. Soltanto divinamente (in ogni senso) intensa.

Il Correggio, Leda e il cigno, 1530-31, olio su tela, 152 x 191, Berlino, Gemäldegalerie

Il Correggio, Leda e il cigno, 1530-31, olio su tela, 152 x 191, Berlino, Gemäldegalerie 

Il Correggio, Danae, 1531-32, olio su tela, 161 x 193, Roma, Galleria Borghese

Il Correggio, Danae, 1531-32, olio su tela, 161 x 193, Roma, Galleria Borghese

Il Correggio, Ganimede e l'aquila, 1531-32, olio su tela, 163,5 x 70,5, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Il Correggio, Ganimede e l’aquila, 1531-32, olio su tela, 163,5 x 70,5, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Il valore aggiunto che Correggio riesce a conferire alla sua Io è la passione resa in modo molto naturalistico e coinvolto, com’è proprio dell’Allegri che si conferma anche nel soggetto profano maestro dei sentimenti che non gli sono dunque ispirati solo dalla fede. Quanto a Giove Correggio, a differenza degli altri artisti, ha la brillante intuizione di raffigurarlo non nascosto dalla nube ma fatto della nube stessa. Il suo corpo divino sembra materializzarsi solo nel punto e nel momento in cui entra in contatto con la carne umana della ragazza desiderata.

???????????????????????????????????????????????????????????

Il realismo morbido con cui rende l’opima fisicità di Io e l’altrettanto naturalistica evanescenza con cui dipinge il dio-nuvola (una nuvola scura che scendendo sulla giovane preda l’avrebbe avvolta occultando la vista del loro incontro) traducono questo incontro di divino e umano che non è solo un amore profano ma anche un anelare dell’uomo al divino attraverso l’amore sensuale.

Un particolare rivelatore sembra avvalorare questa tesi: nell’angolo in basso a destra c’è un cervo dipinto che sembra quasi un ripensamento. Il cervo sembra colto nell’atto di bere l’acqua ai piedi di Io. Accanto ad esso si trova un otre, antico simbolo convenzionale per la sorgente di un fiume. Questa associazione di simboli rimanda al Salmo 42: “ Come la cerva anela ai corsi delle acque così la mia anima anela a Te, o Dio”.

La grandezza del Correggio, rispetto ad artisti predecessori, coevi e successivi, sta nello sviluppare l’opera non in modo narrativo ma emozionale, con un taglio verticale e centrato sul soggetto senza elementi di distrazione. Il vero contenuto è l’espressione del sentimento.

Bartolomeo Di Giovanni, Giove ed Io, 1488

Bartolomeo Di Giovanni, Giove ed Io, 1488

La modernità nella resa di questo soggetto, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, sta nel fatto che il poeta latino descrive una Io che fugge nei  boschi per paura di Giove, mentre la Io dipinta dal Correggio prende piacere dalla sua evanescente essenza. Correggio descrive dunque anche concettualmente un piacere che non solo si dà da parte maschile ma si riceve godendone anche da parte femminile: un punto di vista per i tempi quantomeno inusuale.

Secondo Strzygowski potrebbe derivare da  “Satiro che bacia una donna vista di schiena” del Museo Archeologico di Venezia. Ci sono molte opere dell’antichità con coppie poste in posizioni simili.

Ara Grimani, Museo archeologico di venezia

Ara Grimani, Museo archeologico di Venezia

Non è tuttavia certo che Correggio conoscesse direttamente questi modelli. E’ probabile che Allegri abbia composto insieme diversi modelli antichi mediati da disegni fatti da artisti romani della cerchia raffaellesca e Giulio Romano potrebbe aver avuto un ruolo chiave nel fornire al Correggio questi modelli.

(Post tratto dalla mia conferenza omonima al Correggio Art Home il 13 ottobre 2013)

 

5 BUONI MOTIVI PER VEDERE LA MOSTRA DI FRIDA KHALO A ROMA

  1. Nuoterete nel colore

L’arte è strettamente legata alla latitudine in cui nasce. Clima, colori, temperamento del luogo influenzano le forme e ancor più i colori. Frida e la sua pittura sono figlie del Messico rivoluzionario e sono un’esplosione di colori caldi rinfrescati da verdi tropicali e blu ultramarini.

Di fronte a questi dipinti intensi e palpitanti di vita, amore, dolore e gioia gli occhi si riempiono di colori che resteranno con voi a lungo

 

Frida Kahlo, Mosè o Nucleo Solare, 1945, olio su faesite

Frida Kahlo, Mosè o Nucleo Solare, 1945, olio su faesite

 

  1. Esorcizzerete i vostri fantasmi

Questa è una mostra decisamente catartica. Un viaggio nella storia di una donna la cui vita è stata segnata da drammi fisici e sentimentali e che li ha attraversati guardandoli dritti negli occhi, senza mai sfuggire al dolore e alla paura ma abbracciandoli, cercando di conoscerli profondamente, talvolta ironizzando su di essi e su sé stessa.

Una grande lezione.

 

Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine e un colibrì,1940, olio su lamina metallica, 63,5 x 49,5

Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine e un colibrì,1940, olio su lamina metallica, 63,5 x 49,5

 

  1. Scoprirete nuovi orizzonti

Perché, diciamolo, la pittura messicana non è che sia così conosciuta in Europa.

 

Frida Kahlo, L'abbraccio amorevole dell'Universo, la terra (il Messico), io, Diego e il signor Xolotl, 1949, olio su masonite

Frida Kahlo, L’abbraccio amorevole dell’Universo, la terra (il Messico), io, Diego e il signor Xolotl, 1949, olio su masonite

 

  1. Capirete che Frida non dipingeva solo sé stessa

Ritraeva soprattutto sé stessa, intensamente sé stessa, con la curiosità di chi si vuole capire ma in mostra troverete anche altri soggetti come meravigliose, nature morte, sconosciute ai più, colorate, succose e polpose ma anche carichissime di significati simbolici neanche tanto velati. Nature morte fatte di frutti tropicali, nature morte viste da un’altra latitudine, con significati sottesi talvolta tragici ma sempre accompagnati da un filo di ironia.

 

Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943, olio su tela, 63 x 81,5

Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943, olio su tela, 63 x 81,5

 

  1. Sveglierà il vostro spirito ribelle

…perché ce l’avete uno spirito ribelle, vero?

 

Il busto in gesso

Il busto in gesso

 

Frida Kahlo

a cura di Helga Prignitz-Poda

Roma, Scuderie del Quirinale

20 marzo- 31 agosto 2014

 

 

 

L’IMPORTANZA DEL MECENATISMO E DEL COLLEZIONISMO

Invito

Collezionismo e committenza sono da sempre specchio della cultura di un’epoca e termometro del gusto ma non solo: ogni commissione, ogni acquisto d’arte contribuisce a scrivere una pagina della nostra storia, è un gradino nella scala dell’evoluzione che saliranno le generazioni future.

Grazie a grandi collezionisti e mecenati che hanno raccolto e condiviso arte oggi tutti noi possiamo allargare i nostri orizzonti culturali. Pensiamo a Peggy Guggenheim o a Giuseppe Panza di Biumo.

Sono stata invitata a tenere una conversazione d’Arte domenica 13 aprile 2014 a Correggio Art Home, il centro studi della Fondazione Il Correggio che ha sede nella casa natale del pittore. L’argomento che mi è stato chiesto di illustrare è il rapporto fra potere e cultura alla corte dei Da Correggio.

Cosa fa di un piccolo centro padano una grande capitale la cui nomea non viene offuscata neanche da cinque secoli? Le armi e attenti rapporti diplomatici non sarebbero bastati senza una lungimirante politica culturale.

Pittore emiliano del XVII sec., Pianta di Correggio

Pittore emiliano del XVII sec., Pianta di Correggio

Questo è il caso della corte dei Da Correggio che, attraverso reggenti illuminati e colti, commissioni artistiche al passo con i tempi e un autentico amore per le arti e per le lettere, hanno donato al loro piccolo Stato monumenti, urbanistica, e opere che avrebbero resistito ai secoli mantenendo fresco tutto il loro splendore.

I Da Correggio, nelle persone del conte Nicolò II e della contessa Veronica Gambara hanno intessuto rapporti con molte delle personalità più in vista della politica e della cultura del tempo.

medaglia di Nicolò II Da Correggio

  medaglia di Nicolò II Da Correggio

Il Correggio, Ritratto di Gentildonna (probabilmente Veronica Gambara)

Il Correggio, Ritratto di Gentildonna (probabilmente Veronica Gambara)

 

E quando parlo di personalità in vista intendo davvero in vista: l’imperatore Carlo V fu ospite a Correggio per ben due volte, Veronica Gambara ebbe scambi epistolari intensi con Isabella d’Este, le rime della contessa Da Correggio furono ammirate da Pietro Aretino che definì Correggio “un paradisetto culturale”. Parlò della corte emiliana anche Ludovico Ariosto nell’ Orlando Furioso riconoscendole una qualità intellettuale e culturale che ben poche altre corti (di queste dimensioni) avevano. Anche l’Ariosto sarà ospite di Veronica a Correggio nel 1531. Nicolò II oltre che uomo di Stato fu anche uomo di lettere tanto da essere annoverato fra i fondatori della drammaturgia italiana grazie al suo “Fabula de Cefalo e Procri”, un’opera drammatica in volgare che è la seconda dopo l’Orfeo di Poliziano. La “Fabula” di Nicolò da Correggio  ebbe tanto successo che spesso gli artisti rinascimentali presero spunto proprio da essa per raffigurare questo mito.

Correggio, a partire da Antonio Allegri, ha dato i natali a una quantità di straordinari talenti che hanno brillato in ogni epoca in arte, letteratura, musica.

Com’è nato un humus culturale così fertile, cos’ha reso l’aria di questo centro così  creativa? La risposta è da cercare proprio nella storia, in un passato che i suoi Signori hanno costruito ogni giorno, guardando non solo al presente ma anche al futuro, con le opere d’arte commissionate e acquistate che hanno saputo stimolare giovani menti facendone grandi talenti.

Massimiliano Alioto, “Codex Corruptionis”

Di cosa può parlare un artista in un ottimo momento della sua carriera in uno scenario prestigioso e internazionale come quello della Biennale di Venezia in un momento di tensione economica, politica e sociale come quello che stiamo vivendo?

Massimiliano Alioto sceglie di parlare di Corruzione: una scelta coraggiosa, un argomento scomodo che affronta, come suo solito, senza compromessi sviluppando la sua narrazione in una composizione monumentale di 89 piccole tele che occupano un’intera parete del Padiglione Arabo Siriano.

Invito Padiglione Arabo Siriano, 55a Biennale di Venezia

Invito Padiglione Arabo Siriano, 55a Biennale di Venezia

“Codex Corruptionis” è il nome dell’installazione: un titolo latino per indicare una caratteristica endemica dell’uomo, la corruttibilità, che sempre è esistita e che sempre esisterà. Un nome che da l’idea di una grande “antologia della corruzione” in cui trovano spazio oggetti del desiderio, lusinghe, specchietti per le allodole, serpenti tentatori e anime dannate.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis "Excrucior", 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis “Excrucior”, 2013, olio su tela, 30×30

Alioto sviluppa un discorso profondo e analitico che tocca ogni aspetto del problema e lo fa restando lontano da quella retorica che avrebbe impoverito il suo lavoro rendendolo stereotipo. Lo sguardo di Alioto è uno sguardo indagatore e profondo con una cifra stilistica che lo contraddistingue che è un’ironia sottile e tagliente che gli permette di guardare il mondo dalla giusta distanza, senza chiamarsi fuori dalle tematiche che affronta e al contempo senza farsi travolgere dall’emotività e dal lirismo.

La sua composizione ha una forma circolare, una forma che torna spesso anche all’interno dei singoli quadri fra spire di serpenti o di fumo, in vortici di insetti e vermi e che crea un senso di stordimento: le dimensioni della composizione la rendono incombente sullo spettatore che si sente risucchiato in questa ridda di immagini da cui non riesce a togliere lo sguardo sollecitato da mille immagini.

Codex Corruptionis

Codex Corruptionis

La pittura di Massimiliano Alioto mostra in questa serie tutto il suo patrimonio genetico  e il suo imprinting artistico.

È una pittura nutrita di passato sia a livello formale che contenutistico e allo stesso tempo contemporanea.

I riferimenti cronologici della sua iconografia rimandano al presente, soprattutto nell’immaginario legato al cibo, al fast-food

Massimiliano_Alioto_CodexCorruptionis_2013_oliosu tela_30x30 (3)

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Massimiliano_Alioto_CodexCorruptionis_2013_oliosu tela_30x30 (4)

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

ma ci sono molti riferimenti anche al passato. La corona che cinge una nuvola di fumo è una citazione perfetta di quella con cui gli angeli incoronano la Vergine nella Madonna Salting di Antonello da Messina, il mesciroba fatto di due Nautilus è mutuato da quello del XVI secolo conservato al Museo degli Argenti di Firenze, le piante sotto vetro rimandano alle antiche pratiche officinali.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Antonello da Messina, Madonna Salting, 1460-1469, olio su tavola, Londra, National Gallery

Antonello da Messina, Madonna Salting, 1460-1469, olio su tavola, Londra, National Gallery

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Fra le piccole tele compare anche una scultura dipinta: si tratta di una citazione, limitata al solo eloquentissimo volto, del monumento a fra Girolamo Savonarola che si trova a Ferrara nella piazza omonima. Il più grande fustigatore della decadenza e della corruzione dei suoi tempi è qui ridotto però a un semplice fermacarte, quasi ad indicare come oggi non esista una figura corrispettiva, un vero contrappeso alla corruzione e alla sua spettacolarizzazione mediatica.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Stefano Galletti, Fra Girolamo Savonarola, 1875, Ferrara

Stefano Galletti, Fra Girolamo Savonarola, 1875, Ferrara

Accanto al frate predicatore trovano posto i ritratti allegorici di Lucrezia e Cesare Borgia, figli di Papa Alessandro VI, che scomunicò Savonarola per aver puntato il suo dito contro l’intera famiglia Borgia accusandola di aver accelerato la corsa della moralità della Chiesa verso il precipizio. Anche in questo caso siamo di fronte a un riferimento colto, un altro esempio di pittura che parla di sé stessa citando il Ritratto di Cesare Borgia di Altobello Melone e il ritratto di Ritratto di Lucrezia Borgia come Flora di Bartolomeo Veneto. Ovviamente tradotti nell’idioma di Alioto e ridotti a teschi ornati degli attributi che li identificano.

E cosa dire di quel perfetto turbante orientale ornato da una preziosa corona, capolavoro di pittura, curatissimo nei dettagli preziosi, perfetto nella morbidezza opulenta del tessuto. Una metonimia artistica che rimanda a Il festino di Baldassarre di Rembrandt dal quale Alioto riprende il copricapo di uno sbalordito re di Babilonia, sorpreso e spaventato durante un banchetto da una mano apparsa dal nulla che incide sulla parete una profezia in lettere ebraiche annunciando la divisione del suo regno fra Medi e Persiani per volere di Dio, come punizione per la sua brama di potere e le sue mancanze.

Massimiliano Alioto; Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto; Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Rembrandt, il festino di Baldassarre, 1636, olio su tela, Londra, National Gallery

Rembrandt, il festino di Baldassarre, 1636, olio su tela, Londra, National Gallery

Quasi una serie nella serie sono le tele raffiguranti teschi, eterni, atemporali che completano questo quadro di indagine diacronica. Teschi coperti di insetti che ammiccano all’analogo soggetto dell’ Et in arcadia ego di Guercino,

Guercino, Et in arcadia ego, 1618-1622, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini

Guercino, Et in arcadia ego, 1618-1622, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

teschi riempiti di banconote che escono dalle cavità come tibie incrociate, teschi coronati da diademi che ricordano For the love of God il cranio tempestato di diamanti di Damien Hirst.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

work in progress

work in progress

Questo complesso, tormentato lavoro allegorico è l’equivalente delle danze macabre medievali, incarna un coacervo di paure millenaristiche che anche oggi, un po’ in ritardo rispetto allo scadere del millennio, pervadono la nostra società sgomenta e impreparata di fronte a un’era che si chiude e a un’altra incerta e indefinita che si apre.

Questa analisi visiva dell’animo umano ricorda le teorie di un etologo eccezionale come Desmond Morris: gli uomini non sono angeli decaduti ma scimmie evolute[1], a volte grandi, a volte mostri ma sempre animali, con tutti gli istinti della loro specie.

Alioto sceglie di parlare dell’uomo per metafore che attingono i loro argomenti dal regno animale, con l’approccio scientifico di un naturalista e con la stessa ironia didascalica che ha utilizzato Esopo nelle sue Favole ed ecco comparire il topo travestito la pavone, il serpente incantatore che si perde in spire di fumo, la gazza ladra e poi insetti, larve e una danza di vermi che si arrotolano su loro stessi come menzogne.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Di fronte a questa installazione si è affascinati e ipnotizzati. Alioto fa provare all’osservatore la stessa sensazione di stordimento ed esaltazione che prova l’animo umano di fronte alla lusinga del successo: accelera il ritmo e calca i toni fino ad arrivare a quella tela rotonda al centro della composizione che è la chiave di volta di tutto il discorso.

Qui lo sguardo eccitato da quest’orgia di immagini arriva e trova una tregua, una pausa incantata.

Un cuore sospeso in una nuvola di fumo, una tela tonda, perfetta, in una miriade di tele quadrate e spigolose. È dal cuore che si irradia quel rigor mortis dei sentimenti, quell’aridità che porta alla corruzione. Ma il cuore è anche la chiave per il processo inverso, per il rinsavimento, per il ripristino dei valori calpestati.

foto 1 (2)

Ho avuto il piacere di partecipare a questa eccezionale ricerca fin dal suo inizio, scrivendo il testo critico al catalogo che ha accompagnato l’opera, mentre Massimiliano dipingeva. Il mio testo e i quadri sono stati frutto di una ricerca congiunta e multidisciplinare, di un confronto fra storia, etologia, spiritualità, pittura. Lo scambio di fonti, spunti e consigli mentre i reciproci lavori erano ancora “in progress” ha reso questo complesso lavoro un viaggio affascinante alla ricerca di una scomoda parte dell’uomo.

Alioto Copertina Codex Corruptionis

Codex Corruptionis sarà visibile alla Biennale di Venezia, Padiglione Arabo Siriano, Isola di San Servolo, fino al 24 novembre 2013.

Potrete acquistare il libro direttamente dal sito di Maretti Editore  a questo link: http://www.marettieditore.com/shop.php?idc=4&idp=79

Se volete saperne di più su Massimiliano Alioto vi rimando al suo blog massimilianoalioto.wordpress.com

e al suoi social

http://www.facebook.com/Massimilianoalioto

http://www.twitter.com/MaxAlioto

http://pinterest.com/maxalioto


[1] “I viewed my fellow man not as a fallen angel, but as a risen ape”, Desmond Morris, The Naked Ape: A Zoologist’s Study of the Human Animal, 1967

I GIARDINI DELL’ANIMA

I giardini dell'anima

Dalla mia conferenza “I giardini dell’anima”, Correggio Art Home, 24 febbraio 2013

 

Cos’è un giardino?

Il giardino è uno spazio naturale delimitato e modificato dall’uomo per ricavarne un’oasi privata.

Il giardino rispecchia il modo in cui uomini di diverse epoche e latitudini hanno addomesticato la natura in base a motivi di ordine religioso, filosofico, sociale, politico, culturale rispecchiando il modo in cui gli uomini hanno visto il mondo nel corso della storia.

L’approccio degli artisti al tema del giardino è sempre stato, sia a livello concettuale che  stilistico molto diverso da quello con il paesaggio. Il giardino nell’arte diventa spesso infatti la metafora di qualcos’altro.

Nel Medioevo due sono i grandi poli tematici che si rincorrono a questo proposito: l’Hortus conclusus, metafora della verginità di Maria e l’Hortus deliciarum, il giardino delle delizie, luogo dei piacerti terreni e sensuali della corte.

Image

Bottega di Martin Shongauer, “La caccia mistica dell’unicorno” (particolare)

Nella letteratura e nell’arte di tutti i tempi e di tutti i luoghi torna spesso il Giardino dell’Età dell’Oro, un posto mitico teatro di un tempo perfetto in cui gli uomini vivevano felici e liberi da malattia, morte, peccato.

Image

Lucas Cranach il Vecchio “l’Età dell’Oro”, 1530

 

Tutti e tre i grandi monoteisimi, Cristianesimo, Ebraismo e Islam, figurano l’aldilà come un giardino: sembrerebbe dunque che l’uomo veda la felicità perfetta e ideale nella comunione con la natura.

Image

Fratelli Limbourg, miniatura da “Les très riches heures du duc de Berry”, 1416 ca.

Image

“L’imperatore Babour controlla le piantagioni del giardino della fedeltà”, manoscritto XVI sec.

Molti dei romanzi dell’età cortese sono ambientati (in toto o in parte) in giardini più o meno realistici: il Decameron di Giovanni Boccaccio,

Image

Illustrazione dal “Decamerone” di Boccaccio

l’Hypnerotomachia Polyphili di Francesco Colonna,

Image

Illustrazione dall’”Hypnerotomachia Polyphili” di Francesco Colonna

il Roman de la Rose di Guillaume de Lorris e Jan de Meun.

Image

Illustrazione per il “Roman de la Rose”, 1475

Un altro tema che attraversa tutta la storia dell’arte riproponendosi ciclicamente è quello del “giardino d’amore”: il giardino diventa luogo di incontri romantici ed erotici, luogo di seduzione, felicità e piacere. La differenza fra “Giardino del Paradiso” e “Giardino d’amore” è che in quest’ultimo gli amanti possono godere  liberamente dei frutti del giardino senza incorrere in divieti. Banditi da questi giardini sono i temi di ubbidienza, disubbidienza e peccato. Spesso in questa ambientazione sono presenti anche simboli di altri aspetti dei piaceri dei sensi come il cibo e la musica sotto forma di tavole imbandite e musici che a volte abbandonano i loro strumenti per prendere parte ai banchetti. Non di rado compare anche una fontana che allude alla simbolica e mitica fonte dell’eterna giovinezza.

Image

Jean Antoine Watteau,”I piaceri dell’amore”, 1719 ca.

Completamente diversi sono i valori e i significati che ruotano intorno ai giardini raffigurati dagli artisti cinesi e giapponesi. Penso ai giardini di Hokusai e di Hiroshige: essenziali e “puliti” che invitano alla meditazione e alla ricerca di un equilibrio interiore. Il giardino non è altro che il riflesso esteriore di questa astrazione: un ordine e un’armonia naturali ed esteriore che fungono da modelli per l’ordine e l’armonia interiori.

Image

Katsushika Hokusai, “Iris”, 1814

Image

Hiroshige Utagawa, “Ciliegi in fiore”, 1856-58

I pittori romantici raramente si confrontano con il tema del giardino, presi piuttosto dalla vastità e dalla incontrollabilità della natura selvaggia. Il giardino, piccola porzione di natura recintata e plasmata ad arte dall’uomo, è quanto più lontano si possa pensare dal concetto romantico di “sublime”, da quei paesaggi che attraggono e spaventano. Proprio per questa sua caratteristica di finitezza e questo senso di irruenza naturale imbrigliata il giardino si è rivelato in pochi, magnifici dipinti romantici una metafora perfetta per parlare di quella parte dell’anima più intima o piuttosto di quella parte che si sente ingabbiata, limitata come un giardino di fronte alla vastità del mondo.

Caspar David Friedrich ne “La terrazza del giardino” del 1811-12 rappresenta due paesaggi uno nell’altro, come scatole cinesi: in lontananza il paesaggio naturale, vario, irregolare, soleggiato, in primo piano un giardino fatto di aiuole geometriche e vialetti di ghiaia, cinto da un muretto e delimitato da un cancello chiuso, con due leoni di pietra a fare da guardia, avvolto nella penombra. Nel giardino siede una donna intenta nella lettura, la vediamo solo di spalle, anche la sua postura ci rivela come sia raccolta in se stessa. Il giardino rappresenta l’interiorità della donna raccolta nella lettura, il paesaggio soleggiato rappresenta il mondo al di fuori di lei.

Image

Caspar David Friedrich, “La terrazza del giardino”, 1811-12

Un’interpretazione simile è quella che propone Goustave Courbet in “Signora alla terrazza o la signora di Francoforte”, 1842 ca. Lo spazio rappresentato si articola fra la terrazza, ideale prolungamento delle mura domestiche, il giardino, spazio liminare fra casa e spazio aperto e il paesaggio esterno, il mondo. La donna seduta in terrazzo ha lo sguardo perso nel vuoto e rapito nei suoi pensieri, non nota neanche lo spettacolare tramonto che incendia il cielo intorno a lei. Sembra quasi di entrare nei suoi pensieri, sembra di avvertire i sussurri e le grida del suo sdoppiamento di signora alto-borghese, divisa fra le sicurezze della casa, della famiglia, delle convenzioni sociali e il desiderio di lasciarsi trasportare dall’avventura, di conoscere la vastità e l’imprevedibilità del mondo, qui presenti nella natura e in quel tramonto di fuoco.

Image

Goustave Courbet, “Signora alla terrazza” o “La signora di Francoforte”, 1842

I giardini nell’arte sono tutto questo: uno spazio sottratto al mondo, un rifugio segreto, un luogo ideale di piacere, un’evasione dai tormenti della vita che sembrano placarsi solo a contatto con la natura, una natura però trasformata dall’uomo a sua immagine e somiglianza, che rispecchia la cultura del suo tempo con i suoi limiti, i suoi sogni, le sue trasgressioni.

Image

Jean Honorè Fragonard, “L’altalena”, 1770

Il mio nuovo libro e un Correggio ritrovato

Image

Da poco è uscito per Silvana Editoriale Correggio. Il Trittico di Santa Maria della Misericordia in Correggio di cui sono autrice e curatrice insieme a Gianluca Nicolini e Giuseppe Adani.

Il libro, realizzato dalla Fondazione Il Correggio in collaborazione con i Musei Vaticani, è la storia di un’importante scoperta artistica: la riattribuzione al Correggio di un’opera meravigliosa per tanti anni misconosciuta dalla critica: la tela centrale (e unica superstite) del Trittico della Misericordia realizzato tra 1520 e 25 circa per la Chiesa di Santa Maria della Misericordia di Correggio.

L’analisi del dipinto è stata affrontata in modo completo e multidisciplinare da un team scientifico eccezionale, con cui è stato un vero onore lavorare

Io ho seguito l’analisi critica dell’opera e il raffronto comparativo con altre opere del Correggio e di artisti a lui contemporanei.

Gianluca Nicolini (co-curatore ) si è occupato della ricostruzione della storia dell’opera, passaggio per passaggio, dalla sua prima vendita al suo ingresso nelle Collezioni Vaticane –dove tutt’ora  si trova-, attraverso i documenti d’archivio e la loro interpretazione: una vera caccia al tesoro in mezza Italia.

Rodolfo Papa ha affrontato l’analisi iconologica del dipinto finalizzata alla comprensione e alla corretta collocazione della tela in un sistema di valori che lo smembramento del trittico aveva cancellato, o per lo meno confuso e lo ha fatto con un saggio di raro spessore culturale e teologico.

Ulderico Santamaria e Fabio Morresi del Laboratorio di Diagnostica perla Conservazioneed il Restauro dei Musei Vaticani, hanno condotto le analisi scientifiche non invasive sull’opera che hanno attestato come si tratti di una tela cinquecentesca –e non seicentesca come fin’ora si era pensato- e sicuramente originale, non di mano di un copista.

Claudio Rossi de Gasperis, dei Musei Vaticani, ha seguito il restauro e l’analisi della tecnica pittorica.

Il libro è aperto da tre preziosi saggi introduttivi di: Antonio Paolucci, David Ekserdjan e Giuseppe Adani che hanno sostenuto e caldeggiato le ricerche.

Non sono poche le difficoltà che si incontrano confrontandosi con un’opera del genere, controversa per anni e ospitata in uno dei più prestigiosi musei del mondo.

Non è mai semplice riattribuire un dipinto al suo autore legittimo dopo anni di infuocati dibattiti critici a livello mondiale, ma è stata una sfida totalizzante, che mi ha assorbito per due intensi anni condotta con rigore e ampiezza di vedute da un gruppo di lavoro molto affiatato.

Lavorare con studiosi come questi è una crescita e uno scambio quotidiano.

E trovare il proprio libro sugli scaffali delle librerie e dei bookshop in due lingue…non ha prezzo.

Bentornato Correggio!

Per informazioni sulla distribuzione:

Fondazione Il Correggio / Correggio Art Home

info@correggioarthome.it

0522-732072