Tobia Ravà. Da’at I numeri della creazione

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Domenica 17 aprile 2016 ha inaugurato al Palazzo Ducale di Sabbioneta, umanistica “città ideale” in provincia di Mantova,  un’ampia personale di Tobia Ravà dal titolo “Da’at, I numeri della creazione”. Circa novanta opere che si dipanano in undici sale partendo dai poco conosciuti dipinti pre-numerici e spaziano tra pittura, scultura, grafica e lightbox.

 

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Tobia Ravà

Per un critico confrontarsi con Tobia Ravà è sempre una bella occasione per tornare alle radici del proprio lavoro: interpretare un mondo e avvicinarlo al pubblico, obiettivo che la critica d’arte tende a volte a perdere di vista abbandonandosi a virtuosismi con l’intento di fare a propria volta un’opera d’arte letteraria.

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Tobia Ravà, Dag cabal tropicale verde, 2014, bronzo da fusione a cera persa tirato al nitrato di ferro, cm. 47 x 29 x 14

Mi ha sempre affascinato la complessità dei livelli di lettura nelle opere di questo artista: sono bellissime al primo approccio, nella loro profondità prospettica e nell’unicità del loro stile, ma è quando si scopre la stretta interconnessione significante tra le lettere e i numeri che le compongono che si capisce di essere di fronte a una porta aperta su altri livelli. Lettere e numeri non solo concorrono a creare il soggetto dell’opera ma arricchiscono il suo significato attraverso la loro combinazione cabalistica.

La visione del mondo di questo artista è stimolante e costringe a mettersi in gioco e ad andare oltre i binari dell’arte contemporanea: Ravà affonda le proprie radici nella cultura ebraica, per lo più poco nota al mondo dei “gentili” e, all’interno di questa, spazia nel territorio di alcune correnti mistiche di interpretazione complessa, dalla Kabbalah al Chassidismo. Ciò che Ravà attinge da questi ambiti ermetici lo rielabora e lo restituisce attraverso modalità espressive assai diversificate: dalla pittura alla scultura, passando per i lightbox.

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Tobia Ravà, I lombi del miracolo, Bosco camomilla, 2016, resine e tempere acriliche su tela, cm. 80 x 60

Le opere di Ravà sono uno strumento di comprensione del mondo che avanza, come un processo alchemico, per stadi progressivi e, se si vuole procedere oltre il primo affascinante livello estetico, si trovano nascoste alcune chiavi di interpretazione: lettere e numeri che compongono i suoi soggetti, secondo l’interpretazione cabalistica, sono un mezzo per dare un ordine al caos del mondo.

Maria Luisa Trevisani, curatrice della mostra insieme a Mauro Romanini, ha definito lo stile di Ravà “concettualismo estetico” e mai definizione mi è parsa più adeguata.

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Tobia Ravà, Codice RaMHal, 2010, raso acrilico, sublimazione bifacciale, cm. 178 x 135

Leggere l’ordine dell’universo significa scoprire la perfezione divina che si manifesta nella materialità sensibile del regno vegetale, animale e umano. Ravà rappresenta raramente l’uomo in modo diretto ma piuttosto attraverso le architetture, frutto del suo intelletto, che hanno antropizzato l’ambiente.

Il titolo della mostra “Da’at, i numeri della creazione”, fa riferimento a Da’at, sfera della conoscenza all’interno dell’albero sefirotico della vita, e suggerisce proprio questo processo.

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Tobia Ravà, Jerusalem – Codice celeste, 2012, sublimazione su raso acrilico, cm. 170 x 117

La bellezza di ogni opera nasconde una via d’ accesso alla conoscenza attraverso la quale si inizia un viaggio alla scoperta dell’universo sensibile.

 

In occasione di questa mostra è stato edito un catalogo che include anche un mio testo accanto a quelli di Maria Luisa Trevisani, Gadi Luzzato Voghera, Ermanno Tedeschi, Siro Perin, Giuseppe Balzano, Roy Doliner e un’intervista di Arturo Schwarz a Tobia Ravà.

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Tobia Ravà

Da’at. I numeri della creazione

A cura di Maria Luisa Trevisani e Mario Romanini

Sabbioneta (MN), Palazzo Ducale

17 aprile – 29 maggio 2016

 

HYENA SOLO SHOW2001-2016, quindici anni di opere

 

 

Dieci anni insieme a un artista sono tanti e in un decennio si impara a conoscersi davvero bene.

Ho iniziato a lavorare con Hyena nel 2006. Ho visto nascere il suo lavoro, discusso fino a tarda ora di nuovi progetti, scritto tantissimi testi critici, comprato e venduto non so più quante opere.

Hyena ha tutte le caratteristiche che deve avere un artista di successo:

– ha una grande curiosità accompagnata da una cultura multidisciplinare che spazia dalla pittura, al cinema alla musica, fino alla poesia

– ha uno stile definito che si riconosce fra mille tentativi di imitazione e che sa rinnovarsi pur rimanendo fedele a sé stesso

– è un vero professionista, serio, concreto e affidabile (perché con la formula “genio e sregolatezza” non si va da nessuna parte)

Seguire un artista nella doppia veste di critico e mercante è un’ esperienza ricca e varia il cui esito naturale non poteva che essere una mostra monografica per celebrare i suoi primi 15 anni di carriera.

“Hyena Solo Show, 2001 – 2016, quindici anni di opere” è un percorso che si snoda attraverso tutti i capitoli principali della storia di Hyena.

La mostra si apre con “Catone e la Route 181”, progetto con il quale Hyena mosse i primi passi nell’arte contemporanea, con scatti realizzati nel sud della Francia, a Saintes-Maries-de-la-Mer, durante il raduno dei gitani per la festa di Santa Sara nel 2001.

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Catone e la Route 181, 2003, tecnica mista su metallo, cm. 75 x 100

Ampio spazio è dedicato alle serie sul nudo femminile che hanno reso famoso l’artista e che celebrano la donna sotto diversi aspetti, da quello di “dea madre” a quella di “compagna e amante”.

Hyena, 70100, Venere XXI, 2006, tecnica mista su juta, 150 x 100

Venere XXI, 2006, tecnica mista su juta, 150 x 100

Presenti, inoltre, opere della serie “Landscape”, che coniuga suggestioni padane con il paesaggismo giapponese passando attraverso echi nordeuropei,

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Landscape, 2010, tecnica mista su tela, 80 x 120

accanto alle opere della suggestiva serie “Roots” con i suoi alberi dalle radici fluttuanti nel vuoto

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Roots, 2009, tecnica mista su tela, cm. 130 x 90

La passione per la musica, che da sempre accompagna Hyena accanto a quella per la fotografia, ha dato vita alla serie “II/IV/I” dedicata al jazz e alla danza contemporanea con le prime opere che contengono movimento e un accenno di colore.

Hyena, MMVIII, PAG 59, 2008, 120 x 100, x mail

Senza titolo, 2008, tecnica mista su tela, cm. 120 x 100

Hyena, 80103, MMVIII, pag 31, 2008, 120 x 100 x mail

Senza titolo, 2008, tecnica mista su tela, cm. 120 x 100

Ultimo lavoro, infine, la serie “Vanitas”, nature morte di ispirazione rinascimentale che riflettono sulla caducità della vita.

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Vanitas, 20016, tecnica mista su tela, cm. 80 x 80

In mostra ho dato spazio anche a anche diverse curiosità, importanti nel percorso artistico di Hyena, dai libri d’artista a video e cortometraggi.

Hanno sostenuto la mostra Comune di Correggio, Galleria de’ Bonis, Banca Generali Private Financial Planner

Non vi resta che andarla a vedere.

Hyena, Solo Show

2001 – 2016, quindici anni di opere

A cura di Margherita Fontanesi

Museo “Il Correggio”, Palazzo dei Principi, C.so Cavour, 7, Correggio (RE)

27 febbraio – 27 marzo 2016

Orari di apertura: sabato 15,30-18,30, domenica 10-12,30 e 15,30-18,30, gli altri giorni su appuntamento.

Catalogo disponibile in mostra.

Info: tel. 0522 691806, museo@comune.correggio.re.it, http://www.museoilcorreggio.org

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LA SELVA OSCURA – Giornata della Memoria 2015

 

la_selva_oscuraLA SELVA OSCURA

17 gennaio – 13 febbraio 2015

inaugurazione domenica 18 gennaio h. 17.00

Museo “Il Correggio”, Correggio (RE)

il 27 gennaio 2015 ricorre il 70° anniversario della liberazione del Campo di Concentramento di Auschwitz-Birkenau da parte dell’Armata Rossa.

Sarà una ricorrenza particolarmente sentita, a livello mondiale, anche perché di anno in anno, i testimoni diretti sono sempre meno.

“La Selva Oscura” è la mostra collettiva che ho curato per questa ricorrenza e mette a confronto artisti ebrei e non sul tema della memoria  della Shoah attraverso la metafora del bosco e degli alberi.

Nella cultura ebraica il bosco è strettamente legato alla memoria: si usa infatti piantare alberi, o interi boschi, per ricordare le vittime della Shoah e i “giusti”, i non ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista.

L’albero e il bosco sono metafore delle vittime dell’Olocausto ma possono assumere anche un’accezione più vicina al concetto di “selva oscura” dantesca nella quale “la diritta via era smarrita”. Il bosco si connota in questo caso come luogo dello smarrimento dell’umanità intera di fronte a quel capitolo oscuro della Storia che è stata la “Soluzione Finale” nazista.

I boschi sono stati altresì luoghi di episodi di eroica resistenza ebrea: in molte foreste dalla Bielorussia alla Lituania, si sono nascosti, organizzandosi militarmente, gruppi di ebrei sfuggiti alla distruzione dei ghetti e ai campi di sterminio e da lì hanno sferrato disperate offensive ai nazisti o hanno cercato di creare punti di raccolta e resistenza per salvare quanti più ebrei possibile.

Il bosco e gli alberi mi sono sembrati quest’anno la giusta metafora per parlare dell’Olocausto e gli artisti che ho coinvolto hanno saputo tradurre questi spunti in opere di grande forza.

Parteciperanno alla collettiva “La Selva Oscura”

Alessandro Bazan, Fulvio Di Piazza, Kim Dorland, Manuel Felisi, Giovanni Frangi, Fabio Giampietro, Hyena, Giorgio Linda, Raffaele Minotto, Luca Moscariello, Barbara Nahmad, Simone Pellegrini, Pierluigi Pusole, Tobia Ravà, Max Rohr, Hana Silberstein.

La realizzazione della mostra è stata possibile grazie al contributo del Comune di Correggio (RE), delle Gallerie de’ Bonis, Bonioni, Bonelli, Studio Raffaelli Fabbrica Eos, Restarte e del laboratorio di ricerca d’ Arte Contemporanea PaRDes.

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Per vedere e geolocalizzare tutti gli eventi nel mondo organizzati per la Giornata della Memoria del 2015 il Memorial and Museum Auschwitz-Birkenau ha istituito la piattaforma 70.auschwitz.org, nella quale si può avere un’idea della vastità delle celebrazioni previste in questo 70° anniversario e sul quale è mappata anche la nostra mostra.

Per la mostra è stato edito da Vanilla Edizioni un catalogo con testi miei e di Maria Luisa Trevisan.

Qui la versione e-book

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GALLIANI INCONTRA MORANDI, LA POETICA DEL SILENZIO

 

Omar Galliani 16 paesaggi per Giorgio, matita nera s carta e anello oro, 34.5x49 cm.

Omar Galliani 16 paesaggi per Giorgio, matita nera s carta e anello oro, 34.5×49 cm.

Le poetiche di due artisti silenziosi, che preferiscono alle parole il fruscio della matita, si trovano idealmente a confronto sulle colline bolognesi.

A Grizzana Morandi, in provincia di Bologna, la casa tanto cara a Giorgio Morandi, per lui rifugio, oasi creativa e “buen retiro”, ospita per la prima volta, come sede espositiva, le opere di un altro artista: Omar Galliani che ha fatto conoscere il grande disegno italiano in tutto il mondo.

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Le stanze abitate da Morandi e dalle sue sorelle, popolate dagli oggetti che hanno costituito la sua quasi ascetica poetica visiva, dall’11 luglio al 30 ottobre 2014, accolgono le opere di Omar Galliani che, a ben guardare, hanno diversi aspetti propri anche dell’universo morandiano.

Omar Galliani

Omar Galliani

«Cosa unisce e cosa divide le cifre del fare?», si chiede Omar Galliani. «Le geografie e gli spostamenti dei segni non hanno per nostra fortuna regole addomesticate dalla subordinazione storica degli eventi. Il silenzio meticoloso della pennellata o il graffiare e sfumare del disegnare hanno in comune l’attesa e il tempo. Un tempo sospeso tra la prospettiva incerta di una strada in salita che si riempie di passi o il profilo tremulo di un’ombra di un calice sulla parete. Rimuovere il tempo non significa collassarci dentro, ma sostenere che il tempo non è finito come l’opera mai finita di Giorgio. Aggiungere nuovi fogli e nuove opere in questa casa, collocata sul ciglio di una strada comune quanto unica, non significa fermarsi a… ma ripartire sui tuoi passi».

Omar Galliani. Sui tuoi passi, 1986, carboncino su carta intelata,  cm 125x200

Omar Galliani. Sui tuoi passi, 1986, carboncino su carta intelata, cm 125×200

Ed è proprio “Sui tuoi passi” il titolo di una delle opere di Galliani realizzata nel 1986 ma esposta al pubblico per la prima volta solo in questa occasione, un pezzo con l’inconfondibile impronta di Galliani ma allo stesso tempo molto evocativo dell’universo paesaggistico morandiano. Accanto a quest’opera trova posto “Paesaggio dei miei veleni” e “Iris per Giorgio”, quest’ultima realizzata appositamente per questa mostra. Accanto a questi pezzi completano la lettura di Galliani del genius loci morandiano una serie di 16 disegni preparatori che trovano il loro spazio nei locali dei “Fienili del Campiaro”.

La casa di Morandi, un vero e proprio microcosmo di oggetti e affetti, dalle cui finestre si possono ritrovare rivedere i suoi paesaggi, sempre realizzati stando all’interno, protetto dalla cornice della finestra che gli ritagliava un pezzo di mondo (e ci si stupisce di vederli veri e colorati e non nella loro più nota bidimensionalità di grafite) accoglie in un modo molto naturale le opere di Galliani. Questi, lungi dal voler emulare il Maestro bolognese – nel cinquantesimo anniversario della sua scomparsa- si propone di raccoglierne il lavoro idealmente mai finito: per Galliani aggiungere “nuovi fogli e nuove opere in questa casa, collocata sul ciglio di una strada comune quanto unica, non significa fermarsi a… ma ripartire sui tuoi passi” come Galliani stesso afferma.

Omar Galliani, Un iris per Giorgio, matita nera su carta + anello d'oro, 78,5x107 cm

Omar Galliani, Un iris per Giorgio, matita nera su carta + anello d’oro, 78,5×107 cm

La mostra si inserisce in una più ampia rassegna che prevede anche la mostra fotografica di Luciano Leonotti, che per la prima volta fotografa nella sua interezza “Casa Morandi” e l’inaugurazione di “Fienilelab”, il laboratorio d’arte che ospita una mostra di studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna (Francesca Bertazzoni, Jessica Ferro, Nicola Montalbini, Eldi Veizaj), alle prese con morfologia e morfogenesi da “Historia Naturalis”.

 

“RANGAVALLI”, I MANDALA DI PHILIP TAAFFE

Philip Taaffe, Rangavalli IX, 1989, olio su carta, 68,5 x 68,5cm

Philip Taaffe, Rangavalli IX, 1989, olio su carta, 68,5 x 68,5cm

Un oggetto mistico, uno strumento di conoscenza, un simbolo antico e magnetico, ecco cos’è un mandala.

L’etimo della parola viene dal sanscrito “essenza” (manda)”, possedere” o “contenere” (la).

Il mandala è una forma circolare simbolica che allude all’origine dell’universo che da un punto si è sviluppato in un’essenza ampia e complessa, ma rappresenta anche la maturazione della propria consapevolezza umana, la riflessione dal sé verso il tutto: il passaggio dall’ inconscio individuale all’inconscio collettivo.

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Chartres, Cattedrale, rosone del transetto nord

Chartres, Cattedrale, rosone del transetto nord

 Il primo mandala noto è una ruota solare paleolitica trovata nell’Africa del sud ma queste forme sono da sempre presenti in ogni cultura, da oriente a occidente: nell’induismo, nel buddismo, nel cristianesimo, presso gli indios americani. Persino Jung li studiò in quanto simboli archetipici per vent’anni e scrisse sull’argomento ben quattro saggi.

il primo mandala disegnato da Jung

il primo mandala disegnato da Jung

Nelle filosofie orientali i mandala vengono usati come strumento per la meditazione e il fine della costruzione di un mandala è la ricostruzione di un ordinamento precedentemente in vigore.

Singolare è la definizione che ne diede Giuseppe Tucci, grande figura di orientalista, padre della tibetologia contemporanea: ‘psicocosmogramma’ nel mandala infatti  è rappresentata in forma sintetica la serie di nessi e legami che fanno della realtà, apparentemente frammentata negli innumerevoli elementi che la compongono, un tutto organico e coerente fin nella sue parti più infinitesimali.

Vishnu Mandala

Vishnu Mandala

Anche nell’occidente contemporaneo c’è chi si avvicina ai mandala, come Philip Taaffe (Elizabeth, New Jersey, 1955) con la sua serie “Rangavalli”, presentata allo Studio d’Arte Raffaelli di Trento (29 maggio – 30 settembre 2014). Taaffe scopre un particolare tipo di mandala chiamato “Rangavalli” durante un viaggio in India negli anni Ottanta, in cui rimane incantato dai disegni che la mattina le donne eseguono con farina di riso e curcuma sulla soglia di casa per tenere lontani gli spiriti maligni (e, più prosaicamente, le formiche).

I mandala di Taaffe, in linea con la tutta la sua pittura, galleggiano fra la tradizione antica, lo psichedelico (anzi, lo psicocosmogramma) e il pop perché Taaffe è pur sempre un artista contemporaneo e occidentale. Punti e linee sinuose si intrecciano nei motivi del “nodo infinito” declinato in numerose varianti.

Philip Taaffe, Rangavalli V, 1989, olio su carta, 68,5 x 68,5cm

Philip Taaffe, Rangavalli V, 1989, olio su carta, 68,5 x 68,5cm

Questi mandala devono essere rimasti impressi negli occhi e nel cuore dell’artista che, nel 2014, ne propone una nuova, più ricca ed elaborata serie. In mostra a Trento sono accostate opere della fine degli anni Ottanta con opere del 2014 che permettono di attraversare insieme all’artista l’evoluzione del suo approccio al soggetto.

E’ sempre affascinante il modo in cui Taaffe elabora tradizioni antiche e tribali in linguaggio contemporaneo creando opere ipnotiche che sembrano cariche di proprietà curative per lo spirito.

 

Philip Taaffe, Rangavalli Painting A, 2014, tecnica mista su tela, cm 32,4 x 33,6

Philip Taaffe, Rangavalli Painting A, 2014, tecnica mista su tela, cm 32,4 x 33,6

Philip Taaffe, Rangavalli

Trento, Studio d’Arte Raffaelli

29 maggio – 30 settembre 2014

philiptaaffe.info

 

 

5 BUONI MOTIVI PER VEDERE LA MOSTRA DI FRIDA KHALO A ROMA

  1. Nuoterete nel colore

L’arte è strettamente legata alla latitudine in cui nasce. Clima, colori, temperamento del luogo influenzano le forme e ancor più i colori. Frida e la sua pittura sono figlie del Messico rivoluzionario e sono un’esplosione di colori caldi rinfrescati da verdi tropicali e blu ultramarini.

Di fronte a questi dipinti intensi e palpitanti di vita, amore, dolore e gioia gli occhi si riempiono di colori che resteranno con voi a lungo

 

Frida Kahlo, Mosè o Nucleo Solare, 1945, olio su faesite

Frida Kahlo, Mosè o Nucleo Solare, 1945, olio su faesite

 

  1. Esorcizzerete i vostri fantasmi

Questa è una mostra decisamente catartica. Un viaggio nella storia di una donna la cui vita è stata segnata da drammi fisici e sentimentali e che li ha attraversati guardandoli dritti negli occhi, senza mai sfuggire al dolore e alla paura ma abbracciandoli, cercando di conoscerli profondamente, talvolta ironizzando su di essi e su sé stessa.

Una grande lezione.

 

Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine e un colibrì,1940, olio su lamina metallica, 63,5 x 49,5

Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine e un colibrì,1940, olio su lamina metallica, 63,5 x 49,5

 

  1. Scoprirete nuovi orizzonti

Perché, diciamolo, la pittura messicana non è che sia così conosciuta in Europa.

 

Frida Kahlo, L'abbraccio amorevole dell'Universo, la terra (il Messico), io, Diego e il signor Xolotl, 1949, olio su masonite

Frida Kahlo, L’abbraccio amorevole dell’Universo, la terra (il Messico), io, Diego e il signor Xolotl, 1949, olio su masonite

 

  1. Capirete che Frida non dipingeva solo sé stessa

Ritraeva soprattutto sé stessa, intensamente sé stessa, con la curiosità di chi si vuole capire ma in mostra troverete anche altri soggetti come meravigliose, nature morte, sconosciute ai più, colorate, succose e polpose ma anche carichissime di significati simbolici neanche tanto velati. Nature morte fatte di frutti tropicali, nature morte viste da un’altra latitudine, con significati sottesi talvolta tragici ma sempre accompagnati da un filo di ironia.

 

Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943, olio su tela, 63 x 81,5

Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943, olio su tela, 63 x 81,5

 

  1. Sveglierà il vostro spirito ribelle

…perché ce l’avete uno spirito ribelle, vero?

 

Il busto in gesso

Il busto in gesso

 

Frida Kahlo

a cura di Helga Prignitz-Poda

Roma, Scuderie del Quirinale

20 marzo- 31 agosto 2014

 

 

 

Luca Pignatelli e l’astrazione

Luca Pignatelli, La caccia, 2014, tecnica mista su carta, 157 x 247,5

Luca Pignatelli, La caccia, 2014, tecnica mista su carta, 157 x 247,5

Fermento e stile in questi giorni vanno di pari passo in Via Mecenate a Milano dove, al civico 77 Giuseppe Lezzi ha aperto  M77gallery, il suo nuovo spazio espositivo nel quale Luca Pignatelli ha presentato la sua ultima produzione: una serie di lavori su carta dal titolo Off Paper.

Pignatelli è a un cambio di rotta nella sua produzione e Off paper è la serie che sancisce il suo affascinante approccio all’astrazione. Mentre in contemporanea al Museo di Capodimonte a Napoli è in corso un’altra sua monografica, curata da Achille Bonito Oliva, nella quale dominano le sue opere a tema scultoreo e classico.

La monografica di Milano segna una nuova tappa del viaggio di Pignatelli nella trascrizione del mondo. E’ caratterizzata da un’astrazione quasi tribale che presenta ancora qualche traccia di figurazione, opere che mi hanno molto affascinato e che portano echi lontani evocando lo stridore  di una pietra che migliaia di anni fa tracciava graffiti sulle rocce della Valcamonica. Sono segni che avvincono lo sguardo che in essi cerca storie e immagini senza trovare né le une ne’ le altre in modo compiuto.

Luca Pignatelli, Cosmographie 8818, tecnica mista su carta, 272,7 x 400

Luca Pignatelli, Cosmographie 8818, tecnica mista su carta, 272,7 x 400

Un altro gruppo di opere suggerisce poi un’astrazione più compiuta ma anche composta e calibrata. Sono segni che, come traduce Michele Bonuomo, curatore della mostra, sembrano voler misurare lo spazio. La ricerca sul segno è in queste opere importante quanto quella sui materiali che diventano essi stessi linee, fondi e campiture.

Luca Pignatelli, Icona, 2014, tecnica mista su carta intelata, 197 x 171,3

Luca Pignatelli, Icona, 2014, tecnica mista su carta intelata, 197 x 171,3

Le nuove opere hanno attirato un pubblico selezionato, fatto di collezionisti provenienti da tutt’Italia, giornalisti, critici, galleristi italiani e stranieri e il meglio degli artisti contemporanei. Sguardi sorpresi e affascinati, la circospezione di chi studia lungamente i pezzi da ogni angolazione come per carpire il segreto di una nuova ricerca artistica.

Luca Pignatelli, Off paper

30 maggio – 27 settembre 2014

M77 Gallery

Via Mecenate, 77, Milano

 

FULVIO DI PIAZZA “PACIFIC”

Milano, Galleria Giovanni Bonelli, 21 febbraio – 30 marzo 2014

La nuovissima serie di opere della sua ultima monografica alla Galleria Giovanni Bonelli di Milano cattura il visitatore che si sente prima incuriosito e affascinato, poi avvinto progressivamente da quelle spire vegetali, antropo o zoomorfe, che ne avvolgono l’attenzione trascinandolo dentro il quadro.

Fulvio Di Piazza, De buchi neri e grandi rivelazioni, 2013, olio su tela, 120x80 cm

Fulvio Di Piazza, De buchi neri e grandi rivelazioni, 2013, olio su tela, 120 x 80 cm

I punti di riferimento culturali e le fonti di ispirazione di questi nuovi lavori, come riferisce l’artista stesso,  sono due:

Il 2° principio della termodinamica in base al quale l’energia non si crea né si distrugge ma passa da uno stato di disponibilità a uno di non disponibilità. La Natura è in grado di operare anche il procedimento inverso, rendendo le risorse nuovamente utilizzabili ma con tempi molto più lunghi rispetto a quelli con cui l’uomo consuma le fonti.

Il secondo, è il celebre saggio di Jeremy Rifkin “Entropia” che mette in guardia circa la possibilità della fine delle fonti energetiche disponibili sul nostro pianeta.

Lo sfruttamento delle risorse e la ricerca di un equilibrio nel rapporto con la natura si conferma essere più che un tema caro a Di Piazza un tratto distintivo alla base della sua identità artistica.

Fulvio Di Piazza, If I had the Tail, 2013, olio su tela, 30 x 40cm

Fulvio Di Piazza, If I had the Tail, 2013, olio su tela, 30 x 40 cm

Le opere di Fulvio Di Piazza – e quest’ultima serie in particolare – hanno colori di un’intensità surreale e magnetica: punti di blu e di giallo in particolare che si rivelano frutti di una ricerca cromatica lunga e raffinata. Questi colori intensi, per cui non trovo inopportuno scomodare l’aggettivo “voluttuosi”, uniti a una dovizia di dettagli che hanno fatto accostare più volte l’arte di Di Piazza al genere dei Capricci, creano un mix quasi lisergico che impedisce di distogliere lo sguardo dalle tele. Ci si lascia così cullare dal piacere dell’osservazione.

Ciò che forse mi ha più affascinato, dal punto di vista pittorico, in questa nuova serie è la strabiliante capacità luministica con cui l’artista crea intensi e lunari notturni, drammatici controluce e quel meraviglioso effetto della luce che filtra dalle finestre delle sue costruzioni fantastiche diventando uno degli strumenti attraverso i quali veniamo risucchiati nei quadri.

Fulvio Di Piazza, Netturbo, 2014, olio su tela, cm 250 x 170 cm.

Fulvio Di Piazza, Netturbo, 2014, olio su tela, cm 250 x 170 cm.

Non è solo lo spettatore che finisce dentro le opere esposte alla Galleria Bonelli, ma sono i singoli elementi stessi che, per effetto dell’ effervescente vivacità artistica di Di Piazza, escono dalle tele e si sparpagliano incontenibili, in tanti ritagli sulla parete, ansiosi di raccontare sé stessi anche fuori dalla rappresentazione corale.

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E proprio mentre ti lasci trascinare dall’artista in questa osservazione del suo “micromondo” a un certo punto hai un sussulto e ti senti…scoperto come un voyeur: uno dieci, cento piccoli occhi sulla tela stanno guardando proprio te! Fulvio di Piazza sembra materializzarsi, come un regista, e l’imbarazzo si scioglie in una risata complice fra artista e osservatore.

Galleria Giovanni Bonelli
via Luigi Porro Lambertenghi, 6
20159 Milano

tel. +39 02 87246945

info@galleriagiovannibonelli.it

da martedì a sabato – 11.00 / 19.00
lunedì su appuntamento

Massimiliano Alioto, “Codex Corruptionis”

Di cosa può parlare un artista in un ottimo momento della sua carriera in uno scenario prestigioso e internazionale come quello della Biennale di Venezia in un momento di tensione economica, politica e sociale come quello che stiamo vivendo?

Massimiliano Alioto sceglie di parlare di Corruzione: una scelta coraggiosa, un argomento scomodo che affronta, come suo solito, senza compromessi sviluppando la sua narrazione in una composizione monumentale di 89 piccole tele che occupano un’intera parete del Padiglione Arabo Siriano.

Invito Padiglione Arabo Siriano, 55a Biennale di Venezia

Invito Padiglione Arabo Siriano, 55a Biennale di Venezia

“Codex Corruptionis” è il nome dell’installazione: un titolo latino per indicare una caratteristica endemica dell’uomo, la corruttibilità, che sempre è esistita e che sempre esisterà. Un nome che da l’idea di una grande “antologia della corruzione” in cui trovano spazio oggetti del desiderio, lusinghe, specchietti per le allodole, serpenti tentatori e anime dannate.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis "Excrucior", 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis “Excrucior”, 2013, olio su tela, 30×30

Alioto sviluppa un discorso profondo e analitico che tocca ogni aspetto del problema e lo fa restando lontano da quella retorica che avrebbe impoverito il suo lavoro rendendolo stereotipo. Lo sguardo di Alioto è uno sguardo indagatore e profondo con una cifra stilistica che lo contraddistingue che è un’ironia sottile e tagliente che gli permette di guardare il mondo dalla giusta distanza, senza chiamarsi fuori dalle tematiche che affronta e al contempo senza farsi travolgere dall’emotività e dal lirismo.

La sua composizione ha una forma circolare, una forma che torna spesso anche all’interno dei singoli quadri fra spire di serpenti o di fumo, in vortici di insetti e vermi e che crea un senso di stordimento: le dimensioni della composizione la rendono incombente sullo spettatore che si sente risucchiato in questa ridda di immagini da cui non riesce a togliere lo sguardo sollecitato da mille immagini.

Codex Corruptionis

Codex Corruptionis

La pittura di Massimiliano Alioto mostra in questa serie tutto il suo patrimonio genetico  e il suo imprinting artistico.

È una pittura nutrita di passato sia a livello formale che contenutistico e allo stesso tempo contemporanea.

I riferimenti cronologici della sua iconografia rimandano al presente, soprattutto nell’immaginario legato al cibo, al fast-food

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Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

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Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

ma ci sono molti riferimenti anche al passato. La corona che cinge una nuvola di fumo è una citazione perfetta di quella con cui gli angeli incoronano la Vergine nella Madonna Salting di Antonello da Messina, il mesciroba fatto di due Nautilus è mutuato da quello del XVI secolo conservato al Museo degli Argenti di Firenze, le piante sotto vetro rimandano alle antiche pratiche officinali.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Antonello da Messina, Madonna Salting, 1460-1469, olio su tavola, Londra, National Gallery

Antonello da Messina, Madonna Salting, 1460-1469, olio su tavola, Londra, National Gallery

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Fra le piccole tele compare anche una scultura dipinta: si tratta di una citazione, limitata al solo eloquentissimo volto, del monumento a fra Girolamo Savonarola che si trova a Ferrara nella piazza omonima. Il più grande fustigatore della decadenza e della corruzione dei suoi tempi è qui ridotto però a un semplice fermacarte, quasi ad indicare come oggi non esista una figura corrispettiva, un vero contrappeso alla corruzione e alla sua spettacolarizzazione mediatica.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Stefano Galletti, Fra Girolamo Savonarola, 1875, Ferrara

Stefano Galletti, Fra Girolamo Savonarola, 1875, Ferrara

Accanto al frate predicatore trovano posto i ritratti allegorici di Lucrezia e Cesare Borgia, figli di Papa Alessandro VI, che scomunicò Savonarola per aver puntato il suo dito contro l’intera famiglia Borgia accusandola di aver accelerato la corsa della moralità della Chiesa verso il precipizio. Anche in questo caso siamo di fronte a un riferimento colto, un altro esempio di pittura che parla di sé stessa citando il Ritratto di Cesare Borgia di Altobello Melone e il ritratto di Ritratto di Lucrezia Borgia come Flora di Bartolomeo Veneto. Ovviamente tradotti nell’idioma di Alioto e ridotti a teschi ornati degli attributi che li identificano.

E cosa dire di quel perfetto turbante orientale ornato da una preziosa corona, capolavoro di pittura, curatissimo nei dettagli preziosi, perfetto nella morbidezza opulenta del tessuto. Una metonimia artistica che rimanda a Il festino di Baldassarre di Rembrandt dal quale Alioto riprende il copricapo di uno sbalordito re di Babilonia, sorpreso e spaventato durante un banchetto da una mano apparsa dal nulla che incide sulla parete una profezia in lettere ebraiche annunciando la divisione del suo regno fra Medi e Persiani per volere di Dio, come punizione per la sua brama di potere e le sue mancanze.

Massimiliano Alioto; Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto; Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Rembrandt, il festino di Baldassarre, 1636, olio su tela, Londra, National Gallery

Rembrandt, il festino di Baldassarre, 1636, olio su tela, Londra, National Gallery

Quasi una serie nella serie sono le tele raffiguranti teschi, eterni, atemporali che completano questo quadro di indagine diacronica. Teschi coperti di insetti che ammiccano all’analogo soggetto dell’ Et in arcadia ego di Guercino,

Guercino, Et in arcadia ego, 1618-1622, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini

Guercino, Et in arcadia ego, 1618-1622, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

teschi riempiti di banconote che escono dalle cavità come tibie incrociate, teschi coronati da diademi che ricordano For the love of God il cranio tempestato di diamanti di Damien Hirst.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

work in progress

work in progress

Questo complesso, tormentato lavoro allegorico è l’equivalente delle danze macabre medievali, incarna un coacervo di paure millenaristiche che anche oggi, un po’ in ritardo rispetto allo scadere del millennio, pervadono la nostra società sgomenta e impreparata di fronte a un’era che si chiude e a un’altra incerta e indefinita che si apre.

Questa analisi visiva dell’animo umano ricorda le teorie di un etologo eccezionale come Desmond Morris: gli uomini non sono angeli decaduti ma scimmie evolute[1], a volte grandi, a volte mostri ma sempre animali, con tutti gli istinti della loro specie.

Alioto sceglie di parlare dell’uomo per metafore che attingono i loro argomenti dal regno animale, con l’approccio scientifico di un naturalista e con la stessa ironia didascalica che ha utilizzato Esopo nelle sue Favole ed ecco comparire il topo travestito la pavone, il serpente incantatore che si perde in spire di fumo, la gazza ladra e poi insetti, larve e una danza di vermi che si arrotolano su loro stessi come menzogne.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Di fronte a questa installazione si è affascinati e ipnotizzati. Alioto fa provare all’osservatore la stessa sensazione di stordimento ed esaltazione che prova l’animo umano di fronte alla lusinga del successo: accelera il ritmo e calca i toni fino ad arrivare a quella tela rotonda al centro della composizione che è la chiave di volta di tutto il discorso.

Qui lo sguardo eccitato da quest’orgia di immagini arriva e trova una tregua, una pausa incantata.

Un cuore sospeso in una nuvola di fumo, una tela tonda, perfetta, in una miriade di tele quadrate e spigolose. È dal cuore che si irradia quel rigor mortis dei sentimenti, quell’aridità che porta alla corruzione. Ma il cuore è anche la chiave per il processo inverso, per il rinsavimento, per il ripristino dei valori calpestati.

foto 1 (2)

Ho avuto il piacere di partecipare a questa eccezionale ricerca fin dal suo inizio, scrivendo il testo critico al catalogo che ha accompagnato l’opera, mentre Massimiliano dipingeva. Il mio testo e i quadri sono stati frutto di una ricerca congiunta e multidisciplinare, di un confronto fra storia, etologia, spiritualità, pittura. Lo scambio di fonti, spunti e consigli mentre i reciproci lavori erano ancora “in progress” ha reso questo complesso lavoro un viaggio affascinante alla ricerca di una scomoda parte dell’uomo.

Alioto Copertina Codex Corruptionis

Codex Corruptionis sarà visibile alla Biennale di Venezia, Padiglione Arabo Siriano, Isola di San Servolo, fino al 24 novembre 2013.

Potrete acquistare il libro direttamente dal sito di Maretti Editore  a questo link: http://www.marettieditore.com/shop.php?idc=4&idp=79

Se volete saperne di più su Massimiliano Alioto vi rimando al suo blog massimilianoalioto.wordpress.com

e al suoi social

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http://pinterest.com/maxalioto


[1] “I viewed my fellow man not as a fallen angel, but as a risen ape”, Desmond Morris, The Naked Ape: A Zoologist’s Study of the Human Animal, 1967

Lucia Conversi e Il viaggio di Ulisse per IPad

Il 3 luglio è uscito su App Store  “Il viaggio di Ulisse”, l’ultima produzione di Elastico (gli stessi autori di Pinocchio, ne ho parlato qui). Anche questo nuovo “libro da giocare”, se possibile più interattivo e coinvolgente del precedente, è stato disegnato da Lucia Conversi.

Sirene

Come appassionata di nuovi media, oltre che come gallerista e amica di Lucia le ho fatto centinaia di domande per cercare di capire come nasce un’opera d’arte digitale come questa e come un’artista può lavorare con strumenti non tradizionali pur senza abbandonare le sue caratteristiche pittoriche.

Eccone alcune:

D: credi che possa nuocere all’immaginazione l’utilizzo di libri sempre
più interattivi e coinvolgenti?

R: credo di no, nella nostra visione delle cose realizziamo qualcosa di diverso dal libro, che non si vuole sostituire ad esso, ma che al contrario può incuriosire e indirizzare al testo originale avvicinando i bambini alla lettura. Il libro interattivo si muove su altri canali, tramite altri mezzi e suggerisce possibilità che danno vie nuove all’immaginazione. Esiste ancora molta ostilità e diffidenza verso questi prodotti ma credo dipenda dal fatto che sono ancora poco diffusi, siamo solo all’inizio di un percorso e come la visione di film e animazioni anche i nostri “books to play” non nuoceranno alle nuove generazioni saranno solo uno stimolo in più.

D: quali sono stati i tuoi modelli di riferimento visivi?

R: non saprei dirti nulla di preciso, solitamente prima di iniziare una nuova app mi tuffo in un periodo di studio sui personaggi e sugli ambienti e pesco un po’ ovunque, guardo tutto quello che mi capita sull’argomento e poi rielaboro dopo aver lasciato sedimentare. Stavolta mi hanno addirittura passato qualche puntata del famoso sceneggiato televisivo, anche quello è stato utile. Ho lavorato anche sui vasi greci, ma cercando di non cadere in un eccesso di decorativismo che avrebbe “raffreddato” l’atmosfera calda e avvolgente che avevo in mente e che ha convinto subito editor e art director del progetto.

Troia in fiamme

D: hai lavorato su una storia antichissima con uno strumento estremamente
moderno, come hai trovato un equilibrio?

R: uno strumento moderno che ti legge la storia se vuoi e ti culla con le musiche composte su misura per l’app…non è difficile, si tratta di sfruttare bene le potenzialità del mezzo e coordinarle per creare una precisa gamma di situazioni non solo visive. Ho fatto solo una parte di tutto questo lavoro, il team è preparato e dopo la realizzazione di Pinocchio abbiamo imparato molto, siamo andati migliorando quanto a cooperazione, eravamo più coesi e rilassati. Il risultato speriamo che lo dimostri.

Il viaggio

D: che differenza c’è fra dipingere e disegnare in maniera tradizionale e
direttamente in digitale? Quale situazione preferisci?

R: premetto che parto da una base disegnata manualmente, in modo tradizionale e proseguo nella realizzazione delle varie parti della scena lavorando in digitale, con vari software di digital painting. Rispetto a un lavoro completamente manuale i vantaggi sono numerosi. Realizzare una scena vuol dire comporla con diverse parti che vengono “animate” dal programmatore e dall’art director, inutile che spieghi il vantaggio di poter lavorare su livelli diversi che possono essere modificati singolarmente. Inoltre i software in questione sono in grado di simulare qualsiasi tecnica di disegno e pittura in modo decisamente realistico e questo ti consente di amalgamare bene il digitale con la base manuale non rinunciando al calore e alla materia del disegno tradizionale. Non parlerei di preferenze ma, pur non volendo cadere nella retorica della bellezza di sporcarsi le mani, devo dire che non vorrei rinunciare alle infinite sfumature che riesco a produrre lavorando manualmente. Credo che per il momento e per il mio livello di tecnica le soluzioni migliori nascano dalla mescolanza di questi due mezzi. L’obiettivo è la comunicazione di un messaggio e qualunque mezzo mi consenta di veicolarlo meglio è ben accetto.

Calipso

D: a che tipo di pubblico pensavi mentre realizzavi le tavole?

R: bambini, bambini sul serio, non adulti che comprano cose da adulti ai loro figli perché piacciono a loro. Per questo l’ultima parola sull’app spetta ai miei nipoti, sono loro che scovano i bug, che sottolineano mancanze e problemi in modo diretto e impietoso. Per questo quando usciamo con un nuovo libro interattivo su App Store siamo fiduciosi che piacerà anche agli altri bambini.

Potete trovare un altro mio articolo sullo stesso argomento qui e colgo l’occasione per ringraziare Chiara Serri e CSArt