“Il lavoro rende liberi” e altre menzogne. Arte e Olocausto

Agostino Barbieri, il lavoro è libertà

Agostino Barbieri, il lavoro è libertà

L’arte ha un ruolo chiave negli anni della Seconda Guerra Mondiale: in mano a nazisti e fascisti diventa uno strumento importante della propaganda di regime e in mano ai perseguitati diventa un forte mezzo di denuncia.

L’arte è scelta da entrambe le parti per diversi motivi:
le inclinazioni personali di Hitler e Mussolini, che si sentivano pittori e architetti mancati, hanno fatto intuire loro la potenzialità delle immagini e la loro straordinaria presa emotiva sulle persone.

Dagli anni venti in tutt’Europa si assiste a una grande fioritura di avanguardie artistiche: in ogni Paese si sviluppano nuove modalità espressive e una vivace  ricerca formale; per i regimi diviene naturale affidare all’arte, un’arte “addomesticata”, il proprio messaggio nell’intento di nobilitarlo.

Alcuni aspetti della concezione hitleriana di propaganda sono questi:

– La propaganda è emotiva e non razionale
– deve essere compresa dai membri meno educati della società
– le immagini parlano più chiaramente delle parole
– una bugia grossa è più sostenibile di molte piccole
– accusa i tuoi oppositori di ciò che tu stesso stai facendo

La creazione di un’arte di regime sfrutta dunque lo slancio espressivo dell’arte ma incanalandola all’interno del proprio sistema di propaganda.

Questa operazione ha esiti molto diversi in Germania e in Italia:
in Germania Hitler trova in Josef Goebbels la persona perfetta per coordinare la vita culturale del Reich. Il risultato è il silenziamento di tutte le avanguardie artistiche e la creazione di un’arte nazista in cui tutti gli artisti si esprimono con gli stessi stilemi imposti dalla Camera di Cultura del Reich.

Wilhelm Sauter, Ostkämpfer, 1944, acquistato da Hitler

Wilhelm Sauter, Ostkämpfer 1944

Scrive Goebbels nel 1933:

Anche la politica è un’arte… e noi che diamo forma al moderno sistema Tedesco ci sentiamo artisti a cui è stata data la responsabilità di formare, dal grezzo materiale della massa, la solida struttura di un popolo…..questo è il dovere (dell’artista), quello di dare forma, di togliere la malattia per creare la libertà della salute.

In Italia invece Mussolini affida questo compito a Margherita Sarfatti che, pur affiancata da artisti e accademici come Ardengo Soffici e Ugo Ojetti, non riesce a imporre un’unica linea espressiva e l’arte fascista si ritrova ad essere un amalgama di tendenze inconciliabili: classicismo, neoprimitivismo, futurismo.

Il regime fascista aveva lasciato che gli artisti declinassero i contenuti politici ognuno secondo il proprio linguaggio. Se questo costituì un insuccesso per la propaganda fascista fu una gran fortuna per l’arte italiana, che salvò dall’omologazione la complessità artistica di quel periodo.

 

Renato-Bertelli-Profilo-continuo-1933

Renato Bertelli, Profilo continuo, 1933

Otto Von Kursell, ritratto di Hitler

Otto Von Kursell, Ritratto di Hitler

D’altro canto l’arte è utilizzata come strumento espressivo anche dai perseguitati.

Ci sono artisti, ebrei e non, che pre-sentono quello che sta succedendo in Europa e raccontano per immagini l’inizio delle persecuzioni antiebraiche come fa per esempio Mark Chagall.

Marc Chagall. Crocefissione bianca, 1938

Marc Chagall, Crocefissione bianca, 1938

Molti artisti sono deportati in campi di concentramento e di sterminio per le loro origini ebraiche o come detenuti politici per le loro idee. In alcuni casi gli artisti trovano nel disegno uno strumento di salvezza:
è il caso di Aldo Carpi (nipote di un ebreo convertito al cristianesimo) che viene arrestato per delazione di un collega e deportato a Mauthausen e poi a Gusen per aver difeso una sua allieva ebrea all’accademia di Brera dove insegna pittura. A Gusen disegna per un capitano medico delle SS che lo aveva preso a benvolere e che lo aiuta a salvarsi. Durante la prigionia però realizza anche molti disegni segreti per descrivere la vita nel campo che oggi sono preziosi documenti di testimonianza.

Aldo Carpi, Carro di morti davanti al deposito del crematorio ormai pieno

Aldo Carpi, Carro di morti davanti al deposito del crematorio ormai pieno

Durissima è l’esperienza di David Olère, artista ebreo deportato ad Auschwitz dove è costretto nel terribile corpo del Sonderkommando, i detenuti che si dovevano occupare di eliminare i corpi dei compagni uccisi. Olère si salva anche disegnando per le SS, decorando le loro lettere e facendo ritratti. L’artista ci ha lasciato un corpus ampio e durissimo di disegni e dipinti, realizzati durante la sua intera vita dalla liberazione in poi che, con una grande crudezza analitica raccontano la vita ad Auschwitz e gli incubi dei prigionieri.

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David Olère, Il cibo dei morti per i vivi

Felix Nussbaum, anch’egli ebreo, invece non si salva, è ucciso ad Aushwitz nel 1944. Di lui ci restano dipinti stupendi e carichi di una angoscia quasi tangibile che raccontano la sua vita da braccato con la presenza costante della paura dell’arresto. Nussbaum, che proveniva da una famiglia ebrea tedesca benestante e patriottica non si capacita di come il suo stesso stato gli dia la caccia e lo voglia vedere morto e vive con grande conflittualità il suo essere ebreo come identità che da una parte lo pervade e lo identifica profondamente, ma dall’altra lo espone continuamente al pericolo.

Felix Nussbaum, autoritratto con carta di identità ebraica, 1943

Felix Nussbaum, Ritratto con carta di identità ebraica, 1943

Ci sono poi artisti come Bruno Canova che vengono arrestati in quanto antifascisti e vivono la durezza del campo di concentramento ( Canova fu deportato a Brux, nel Sudetenland) ma, una volta liberato, dipinge per anni il suo vissuto trattando molto però anche l’orrore dell’Olocausto dei suoi compagni ebrei senza fermarsi alla sua sola esperienza personale.

8 Bruno Canova 'Una nazione padrona del mondo', 1973

Bruno Canova, Una nazione padrona del mondo, 1973

Negli anni dell’Olocausto e in quelli che lo precedono dunque l’arte è protagonista in diversi modi: da una parte come strumento di regime, commissionata, non libera nei contenuti e nemmeno nelle forme. L’arte di regime veicola un messaggio di forza e di salute in primis, usa uno stile figurativo e classicheggiante (per lo meno in Germania). Ogni forma d’arte che esulava da questi schemi era fuorilegge e veniva bollata come “arte degenerata”. Spesso si ricorreva a sculture bronzee grandiose che arrivavano anche a 20 metri di altezza e, sotto forma di uomini atletici, incarnavano gli ideali del partito nazista.

josef Thorak Comradeship

Josef Thorak, Comradeship

A fronteggiarsi con questa c’è l’arte dei perseguitati, soprattutto artisti ebrei e antifascisti, un’arte libera che racconta la realtà dietro la menzogna creata dall’arte di regime, parla di condizioni di vista disumane, racconta la realtà dei ghetti e quella dei campi di concentramento e di sterminio. Si tratta di un’arte per lo più espressionista, non “facile”, non “gradevole” ma dura e spinosa come la realtà, in molti casi è un’arte clandestina, sono disegni fatti con una matita trovata fortunosamente, con un pezzo di carbone, su fogli di recupero piegati e nascosti gelosamente. I perseguitati dipingono per testimoniare, per non impazzire, per cercare un legame con la realtà e per avere qualcosa da mostrare temendo di non essere creduti una volta liberi.

Il confronto di queste due parti ricorda la storia del piccolo pastore ebreo Davide, che diventerà re, contro il gigante dei Filistei Golia, in lotta contro il popolo di Israele.

 

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