Licabe Steiner: grafica e impegno civile

“Per Albe il piacere dell’invenzione formale e il senso globale della trasformazione della società non erano mai separati”.

Italo Calvino

Mi sono avvicinata a Licalbe Steiner perché sono stati insegnanti di Bruno Canova al Convitto Rinascita di Milano e, attraverso di loro, volevo capire qualcosa in più del percorso di questo artista che amo molto al quale ho dedicato una mostra monografica per il Giorno della Memoria del 2017.

Ho trovato molto di più: un mondo intero.

Lica e Albe Steiner erano un duo affiatatissimo. Hanno partecipato attivamente, come partigiani, alla Resistenza Italiana e, come molti combattenti che ho conosciuto, sono usciti dalla guerra con un’energia speciale, con la forza di chi ha lottato per i propri ideali e per un Paese nuovo, con la voglia di vivere il dopoguerra e l’Italia liberata, al massimo.

Non credo che le due cose siano scindibili. La guerra e l’impegno civile e politico sono stati una parte integrante della loro formazione umana che si è riflettuta nel loro lavoro, conferendo ad esso grinta e freschezza.

È affascinante conoscere una vita così piena e vulcanica, così ricca di progetti di successo.

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La mostra di Reggio Emilia coniuga Arte e Storia, accompagnando in modo vivace il visitatore attraverso anni molto intensi del nostro Paese.

Nel suggestivo spazio della Sinagoga di via dell’Aquila si ha modo di scoprire, per esempio che gli Steiner sono stati ideatori del design di prodotti che tutti abbiamo usato: le penne Aurora, il collirio Stilla (vedere quel flacone esposto come un oggetto “vintage” mi ha fatto riflettere molto sulla mia età!) e, sopra tutti, il marchio Coop. E si scopre così che il primo supermercato Coop in assoluto nacque proprio a Reggio Emilia, culla del cooperativismo, ed esiste ancora, nel centrale Corso Garibaldi.

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Lica e Albe parteciparono anche allo stupendo progetto del Museo del Deportato di Carpi realizzato dallo studio BBPR (Belgioioso, Banfi, Peressutti e Rogers), in collaborazione con Giuseppe Lanzani e Renato Guttuso.

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Ma si scopre anche come gli Steiner siano stati non solo insegnanti ma fra i fondatori dei Convitti Rinascita, un’entusiasmante realtà che ho conosciuto studiando Bruno Canova che si formò proprio come artista in uno di essi sotto la guida di Albe. Una forma scolastica auto-organizzata, e di impostazione democratica, basata sui valori della Resistenza, che nacque come idea nel 1944 fra i prigionieri del camp spécial di Schwarz-See. I Convitti si proponevano di dare una formazione a tutti coloro che avevano perso gli anni di scuola a causa della guerra. Era un progetto entusiasmante che mirava alla costruzione di un “nuovo uomo italiano” formato e consapevole intellettualmente e civilmente ma anche con un patrimonio culturale spendibile sul lavoro nel contesto di un’Italia tutta da ricostruire.

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Preziosi e importanti per capire il contesto di vita degli Steiner sono i loro disegni privati: delicati regali di Albe a Lica, appunti di viaggio o di vacanze ma altrettanto pregnanti sono pensieri e scritti di intellettuali e compagni di vita e di lotta che hanno ispirato le loro scelte e il loro lavoro.

In mostra sono esposti anche manifesti a contenuto politico e a sostegno di cause internazionali.

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Il senso di gran parte della mostra si trova, a mio avviso, in un pensiero di Albe del 1971:

“Nella critica alla propaganda vi sono due criteri: quello politico e quello estetico o artistico.

Qual è il rapporto fra questi due criteri? […] Le opere di propaganda che  mancano di qualità culturali, non hanno forza per quanto siano avanzate dal punto di vita politico […]”.

La mostra è stata presentata da Fondazione Palazzo Magnani insieme a Coop Alleanza 3.0 e curata da Anna Steiner –la figlia- su progetto dallo studio Origoni-Steiner.

Nel 1938 Albe Steiner sposa Lica e insieme si distinguono per l’impegno professionale e civile che ha contrassegnato la loro vita, iniziato durante gli anni bui del fascismo, cementato nella lotta di Resistenza e proseguito poi con la didattica e la comunicazione sociale.

Gli Steiner nel 1939 aprono insieme uno studio di grafica e lavorano alla stampa clandestina antifascista. Appena terminata la guerra sono tra i fondatori dei Convitti della Rinascita, curano due mostre a Palazzo Reale sulla Liberazione e sulla Ricostruzione e sono redattori grafici de “Il Politecnico” diretto da Elio Vittorini. Partono, poi, alla volta del Messico per riunire la famiglia di Lica, e si trovano a lavorare con i muralisti tra cui Siqueiros, Rivera e altri e Hannes Meyer, tra gli esuli della scuola Bauhaus. Rientrano in Italia per partecipare alle prime elezioni libere del 1948, dove riprendono il loro lavoro professionale.

Nelle sale della Sinagoga viene presentata la produzione del loro Studio L.A.S. dai primi lavori del 1939 fino alla Liberazione e al viaggio in Messico (1946-1948), in una narrazione scandita dalle diverse sezioni – ricerca grafica e foto-grafica, editoria, pubblicità e allestimenti, marchi, presentazione di prodotto, manifesti e grafica di impegno civile, formazione professionale – per arrivare infine a toccare anche l’attività di Lica, dal 1974, anno in cui muore Albe, alla sua scomparsa, nel 2008.

LICALBE STEINER. Alle origini della grafica italiana

11 Febbraio 2017 – 16 Aprile 2017
Reggio Emilia, Sinagoga, via dell’Aquila

Orari:
da venerdì a domenica – 10/13 e 15/19
da lunedì a giovedì solo per le scuole (su prenotazione)

Contatti:
Palazzo Magnani – Biglietteria Tel. 0522 454437 – 444446 – info@palazzomagnani.it

Bruno Canova, “Mai più”, Giorno della Memoria 2017

Quest’anno il mio lavoro su Arte e Shoah In occasione del Giorno della Memoria sarà diverso da quello delle edizioni precedenti: non più una collettiva di artisti contemporanei ma una monografica di un autore storicizzato.

La mostra che ho curato e che sarà allestita a Palazzo dei Principi di Correggio dal 22 gennaio al 26 febbraio 2017 negli spazi espositivi del Museo Il Correggio sarà una personale di Bruno Canova.

L’esposizione fa parte di un progetto internazionale, curato da me e da Lorenzo Canova, che vede coinvolto l’Istituto di Cultura Italiana di Lisbona che ospiterà, in contemporanea alla mostra di Correggio, disegni e grafiche dello stesso autore.

bruno-banovaBruno Canova (1925 – 2012) è stato un grande interprete dell’arte italiana che ha vissuto la terribile esperienza del campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. La mostra indagherà un aspetto in particolare della Shoah attraverso le opere di chi ha vissuto la guerra e la persecuzione in prima persona. Un approccio del tutto nuovo per esplorare ogni modo in cui l’arte può essere interprete e portavoce della storia.

Artista militante e antifascista, attivo nella Resistenza partigiana e per questo arrestato e deportato come prigioniero politico nel campo di concentramento di Brüx nel Sudetenland, Canova, nonostante il vissuto personale di oppositore politico, non ha messo solo il suo vissuto personale al centro del suo lavoro, ma ha dedicato molto spazio, nel suo narrare, alla persecuzione antiebraica. La maggior parte delle opere in mostra appartengono a un ciclo unitario di dipinti intitolato “L’arte della Guerra”, il cui nucleo principale risale agli anni ’70.  Si tratta di opere di medie e grandi dimensioni, fra le quali si distinguono numerosi collage realizzati con documenti, quotidiani e manifesti dell’epoca che danno al lavoro un taglio quasi scientifico.

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Bruno Canova, La Cosa immonda, 1974, collage, acrilico e tecnica mista su tela, cm. 153 x 222

Attraverso le opere di Canova è possibile trovare l’intera parabola di nascita, sviluppo e fine del Nazifascismo.

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Bruno Canova, La strage degli innocenti 2 (Grande Natura Morta), 1990, acrilico su tela, cm. 200 x 200

Il linguaggio artistico fortemente espressionista di Canova si intreccia ai documenti storici e ai ricordi personali in opere alle quali è impossibile sottrarre gli occhi e la coscienza. Nelle sue opere si trovano echi delle avanguardie di inizio Novecento, di Hieronymus Bosch e dei suoi quadri brulicanti di figure mostruose e disperate, della Neue Sachlichkeit ma anche dello stile degli amici e compagni con cui ha condiviso pittura e ideali: Renzo Vespignani, Mario Mafai,  Antonietta Raphaël. Quello di Canova è un simbolismo non onirico ma storico e  bellico al cui servizio è stata declinata la tecnica del collage, impiegata solitamente da movimenti artistici dai contenuti molto distanti da questo, come il futurismo e il dadaismo.

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Bruno Canova, 1938, 1973, collage, acrilico e tecnica  mista su masonite, cornice intagliata, cm. 186 x 123

Le opere di Bruno Canova sono dirette e senza compromessi, attingono trasversalmente a tecniche e riferimenti storico artistici, restano impresse a lungo negli occhi e nella memoria tenendo viva una pagina di Storia che non dev’essere dimenticata e allo stesso tempo aprono un discorso più ampio sulla guerra e sulle sue conseguenze.

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Bruno Canova, tavola del libro “L’arte della guerra”, 1969-1972, grafite e tecnica mista su carta applicata su lastre di zinco, cm. 35 x 50

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Bruno Canova, tavola del libro “l’arte della guerra”, 1969-1972, grafite e tecnica mista su carta applicata su lastre di zinco, cm 35 x 50

 

 

Il Segreto dei Giusti

 

Da dove nasce una mostra?

Questa in particolare è nata da un luogo: il Giardino dei Giusti del museo Yad Vashem di Gerusalemme, Il Memoriale per la Shoah, dove ho incontrato le storie di uomini che hanno rischiato la vita per salvare altri uomini.

Poi l’idea di questa mostra si è rafforzata con la lettura di un libro: “La bontà insensata, il segreto degli uomini Giusti” di Gabriele Nissim che sonda il confine fra eroismo e normalità affrontando tante storie di vite strappate alla Shoah.

Infine si è sviluppata con l’incontro di artisti e galleristi speciali che mi hanno prestato o prodotto per questa occasione opere stupende con le quali abbiamo messo in luce quello che è il segreto degli uomini Giusti.

Non da ultimo è stato determinante il contributo di alcuni storici con i quali  ho avuto importanti scambi di opinioni che mi hanno aiutato a non farmi confondere dall’emotività perché non è con questa che si capisce la Storia  e nemmeno si fa una buona mostra.

Una leggenda ebraica che compare nel Talmud di Babilonia narra che, dall’inizio del mondo fino alla fine dei giorni, ci siano sempre 36 uomini giusti, inconsapevoli di esserlo e ignoti a tutti;  uomini che svolgono lavori umili, dai quali dipende il destino dell’umanità. È grazie a loro se Dio risparmia il mondo dalla distruzione nonostante i peccati degli uomini.

Secondo la leggenda ogni volta che uno dei Giusti porta a termine il suo compito e scompare viene sostituito da un altro .

Uno dei compiti dell’Arte Contemporanea dovrebbe essere quello di interpretare la realtà odierna e renderla più comprensibile. Gli artisti hanno una sensibilità particolarmente acuita che permette loro di captare i cambiamenti nella società e nella Storia nonostante la ridottissima distanza temporale che, come sempre quando si è troppo a ridosso dall’oggetto dell’osservazione, li rende incomprensibili ai più.

Gli artisti dovrebbero essere insomma le avanguardie del nostro tempo e interpretarne lo spirito, quello che Hegel, nelle sue lezioni sulla filosofia della storia, chiamava Zeitgeist.

Il linguaggio per immagini dell’Arte figurativa, elude la ragione e viene interpretato direttamente dalla sensibilità individuale. Fa appello a una sfera emotiva di vissuto personale che può diventare una leva importante per muovere e sostenere la ragione nella comprensione di fatti più grandi dell’Uomo.

Troppo raramente l’Arte Contemporanea si accosta ad altre discipline come strumento di conoscenza complementare e questa sua assenza la impoverisce molto relegandola spesso a status symbol intellettuale, a nicchia di speculazione filosofica per pochi o, peggio ancora, finisce per chiudersi in un circolo autoreferenziale in cui chi la produce, chi la interpreta, chi la espone e chi la vende fa riferimento solo ad essa stessa isolandola dal resto del mondo.

Se quella dei 36 Giusti è una leggenda biblica, l’esistenza di tanti Giusti fra le Nazioni è realtà.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, in tutto il mondo, persone eccezionali nella loro normalità, hanno salvato tantissime vite umane dalla Shoah.

Nel 1963 il museo Yad Vashem, ha istituito una commissione, guidata da un membro della Corte Suprema Israeliana che, con rigorosi criteri di selezione, ha iniziato a valutare le storie degli ebrei salvati dall’Olocausto. “Giusto fra le Nazioni” è il riconoscimento più alto per lo Stato israeliano e la commissione dello Yad Vashem garantisce ai Giusti comprovati la Nazionalità onoraria, un sostegno economico e, in caso di necessità, un sostegno per le cure mediche. Fino agli anni Novanta per ciascuno dei Giusti riconosciuti veniva piantato un albero nel Giardino dei Giusti del museo poi, essendo terminato lo spazio per le piantumazioni, i loro nomi hanno trovato posto in un muro all’interno del giardino stesso.

Mirko Baricchi, Paul Beel, Ariela Böhm, Alfio Giurato, Fosco Grisendi, Ester Grossi, Lea Golda Holterman, Federico Infante, Massimo Lagrotteria, Marco Martelli, Matteo Massagrande, Sonia Maria Luce Possentini, Matteo Pugliese, Tobia Ravà, Max Rohr, Matteo Tenardi, Wainer Vaccari sono gli artisti che ho scelto per raccontare questa pagina di Storia.

Il Comune di Correggio, Galleria de’ Bonis, Bonelli Lab, Bonioni Arte, Punto sull’Arte, Cardelli & Fontana Arte Contemporanea , Galleria Restarte, Spazio Testoni, Federico Rui Arte Contemporanea  e M77 Gallery sono stati i partner che hanno reso possibile questa mostra.

Il conteggio della commissione di Yad Vashem è arrivato a riconoscere ad oggi  25.700 Giusti, dei quali 634 italiani .

Un numero così superiore al 36 della leggenda del Talmud restituisce una certa speranza nell’umanità e nelle persone sulle quali il suo destino poggia.

 

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LA SELVA OSCURA – Giornata della Memoria 2015

 

la_selva_oscuraLA SELVA OSCURA

17 gennaio – 13 febbraio 2015

inaugurazione domenica 18 gennaio h. 17.00

Museo “Il Correggio”, Correggio (RE)

il 27 gennaio 2015 ricorre il 70° anniversario della liberazione del Campo di Concentramento di Auschwitz-Birkenau da parte dell’Armata Rossa.

Sarà una ricorrenza particolarmente sentita, a livello mondiale, anche perché di anno in anno, i testimoni diretti sono sempre meno.

“La Selva Oscura” è la mostra collettiva che ho curato per questa ricorrenza e mette a confronto artisti ebrei e non sul tema della memoria  della Shoah attraverso la metafora del bosco e degli alberi.

Nella cultura ebraica il bosco è strettamente legato alla memoria: si usa infatti piantare alberi, o interi boschi, per ricordare le vittime della Shoah e i “giusti”, i non ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista.

L’albero e il bosco sono metafore delle vittime dell’Olocausto ma possono assumere anche un’accezione più vicina al concetto di “selva oscura” dantesca nella quale “la diritta via era smarrita”. Il bosco si connota in questo caso come luogo dello smarrimento dell’umanità intera di fronte a quel capitolo oscuro della Storia che è stata la “Soluzione Finale” nazista.

I boschi sono stati altresì luoghi di episodi di eroica resistenza ebrea: in molte foreste dalla Bielorussia alla Lituania, si sono nascosti, organizzandosi militarmente, gruppi di ebrei sfuggiti alla distruzione dei ghetti e ai campi di sterminio e da lì hanno sferrato disperate offensive ai nazisti o hanno cercato di creare punti di raccolta e resistenza per salvare quanti più ebrei possibile.

Il bosco e gli alberi mi sono sembrati quest’anno la giusta metafora per parlare dell’Olocausto e gli artisti che ho coinvolto hanno saputo tradurre questi spunti in opere di grande forza.

Parteciperanno alla collettiva “La Selva Oscura”

Alessandro Bazan, Fulvio Di Piazza, Kim Dorland, Manuel Felisi, Giovanni Frangi, Fabio Giampietro, Hyena, Giorgio Linda, Raffaele Minotto, Luca Moscariello, Barbara Nahmad, Simone Pellegrini, Pierluigi Pusole, Tobia Ravà, Max Rohr, Hana Silberstein.

La realizzazione della mostra è stata possibile grazie al contributo del Comune di Correggio (RE), delle Gallerie de’ Bonis, Bonioni, Bonelli, Studio Raffaelli Fabbrica Eos, Restarte e del laboratorio di ricerca d’ Arte Contemporanea PaRDes.

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Per vedere e geolocalizzare tutti gli eventi nel mondo organizzati per la Giornata della Memoria del 2015 il Memorial and Museum Auschwitz-Birkenau ha istituito la piattaforma 70.auschwitz.org, nella quale si può avere un’idea della vastità delle celebrazioni previste in questo 70° anniversario e sul quale è mappata anche la nostra mostra.

Per la mostra è stato edito da Vanilla Edizioni un catalogo con testi miei e di Maria Luisa Trevisan.

Qui la versione e-book

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“IN ABSENTIA”

In Absentia, collettiva in memoria di Lucia Finzi, vittima della Shoah

In Absentia, collettiva in memoria di Lucia Finzi, vittima della Shoah

Ciascuno di noi ha un nervo scoperto e il mio – umanamente e professionalmente – è decisamente la storia della Shoah.

Il progetto ARS – Art Resistance Shoah a cui ho dato vita insieme al collega Salvatore Trapani, è arrivato alla sua seconda mostra.

Quest’anno siamo partiti non dalla grande Storia ma da una singola storia locale, quella di Lucia Finzi, una donna ebrea di Correggio (Comune che ha ospitato la mostra), deportata e uccisa ad Auschwitz. Alla famiglia di Lucia Finzi non è rimasto assolutamente nulla di lei, se non i ricordi e una copia della foto tessera della carta d’identità.

Lucia Finzi (per gentile concessione della famiglia Finzi)

Lucia Finzi
(per gentile concessione della famiglia Finzi)

“In absentia”, Il titolo di questa collettiva, allude proprio alla sua assenza, la sua e quella di tutte le vite cancellate dal nazifascismo. Un’assenza che abbiamo cercato di colmare con i nostri strumenti. In risposta a beni sequestrati e distrutti abbiamo offerto opere d’arte, alcune delle quali realizzate proprio per questa mostra e ispirate alla storia di Lucia, arrivata a noi attraverso i racconti del nipote Guido. In risposta alla distruzione abbiamo scelto la creazione, in risposta all’omologazione imposta alle menti dalla dittatura abbiamo voluto sottolineare la libertà di pensiero e la ricchezza della varietà di espressione.

Se il nazifascismo ha cercato di cancellare l’arte di opposizione, l’arte che sveglia le coscienze, oggi con questo progetto possiamo provare a ridare spazio a tutte le voci che sono state soffocate, come quella di Lucia Finzi e lo facciamo attraverso lo strumento che ci è proprio: l’arte. Uno strumento che non riporta date o numeri, non mette in ordine avvenimenti, non trascrive documenti ma evoca atmosfere, piange, urla, commuove, ci catapulta dentro un coacervo di sentimenti attraverso i quali la storia si fissa nella nostra mente e facciamo davvero nostra l’idea di “mai più”.

Abbiamo cercato di raccontare per sensazioni la storia di Lucia Finzi che è la storia di tante altre vittime; una singola storia che è riflesso della “grande storia” segnata da tappe drammatiche: le leggi razziali, la fuga in cerca di un nascondiglio sicuro, i rastrellamenti, gli arresti, le deportazioni, i campi di concentramento, la morte. Un climax di violenza che non riusciamo nemmeno a immaginare e che questi artisti hanno evocato.

Per raccontare l’inenarrabile abbiamo cercato una storia locale, poco conosciuta, che potesse aggiungere un tassello a quanto già si sa − o si crede di sapere − sull’Olocausto. Quindi abbiamo invitato degli artisti che la raccontassero e ognuno di loro ci ha sorpreso, restituendoci un racconto per sensazioni molto più ricco e profondo di quello che avrebbe potuto essere una narrazione tradizionale.

Da questa storia nasce la nostra idea di creare una mostra collettiva attraverso la quale ogni artista possa aggiungere un tassello a questa storia cancellata. Nella ricerca degli artisti, durante lunghe chiacchierate con i galleristi che hanno preso parte al progetto, ci siamo imbattuti anche in opere già esistenti che abbiamo scelto di inserire nella mostra come elementi mancanti al nostro discorso.

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Abbiamo cercato di raccontare per sensazioni la storia di Lucia Finzi che è la storia di tante altre vittime; una singola storia che è riflesso della “grande storia” segnata da tappe drammatiche: le leggi razziali, la fuga in cerca di un nascondiglio sicuro, i rastrellamenti, gli arresti, le deportazioni, i campi di concentramento, la morte. Un climax di violenza che non riusciamo nemmeno a immaginare e che questi artisti hanno evocato.

Ne è uscita una mostra ricca e varia accompagnata, al momento dell’inaugurazione da un approfondimento storico artistico di Salvatore Trapani sul tema di Arte e Damnatio Memoriae, da un intervento di Beniamino Goldstein, rabbino capo di Modena e Reggio e da una meravigliosa performance di danza del ballerino minimalista Giuseppe Palombarini su musiche tratte dal fil “Il pianista” di Roman Polanski.

Salvatore Trapani e Rav Goldstein durante la conferenza inaugurale "In Absentia vs Damnatio Memoriae"

Salvatore Trapani e Rav Goldstein durante la conferenza inaugurale “In Absentia vs Damnatio Memoriae”

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Gli artisti che abbiamo selezionato sono Massimiliano Alioto, Gabriele Arruzzo, Francesco De Grandi, Omar Galliani, Tea Giobbio, Giuseppe Gonella, Svitlana Grebenyuk, Ali Hassoun, Massimo Lagrotteria, Trento  Longaretti, Hermann Nitsch, Luca Pignatelli, Silvio Porzionato, Paolo Quaresima, Aldo Sergio, Giovanni Sesia, Cristiano Tassinari,  Santiago Ydañez.

E’ stato fondamentale inoltre la partecipazione davvero sentita di tutte le gallerie di riferimento: La Galleria de’ Bonis, Italian Factory, Bonelli Lab, BiasuttiBisutti, la Galleria Restarte e la Galleria Forni.

Come ha detto Fania Brankovskaja, partigiana e testimone ebrea lituana sopravvissuta alla distruzione del ghetto di Vilnius  che abbiamo avuto l’onore di avere come ospite, “Queste opere sono come tante porte, ognuno può trovare la più vicina alla propria sensibilità per entrare nella Storia”.

Margherita Fontanesi, Salvatore Trapani e Fania Brancovskaja

Margherita Fontanesi, Salvatore Trapani e Fania Brancovskaja

Guido Finzi ha raccontato a noi la storia di sua zia Lucia, noi l’abbiamo raccontata ai nostri artisti, i nostri artisti la raccontano al loro pubblico che ne parlerà a famigliari e amici.

Dalla mostra  è nato una pubblicazione in doppio formato: cartaceo ed ebook scaricabile gratuitamente o ordinabile a questo link:

http://www.vanillaedizioni.com/shop/arte/in-absentia/

Su una sola cosa Hitler aveva ragione: l’arte è davvero uno strumento potente.

THE ARCHITECTURE OF DOOM. La filosofia nazista della bellezza attraverso la violenza

Noi dobbiamo creare l’Uomo Nuovo così che la nostra razza non soccomba alla degenerazione dei tempi moderni

Adolf Hitler, 1935

The architecture of doom

L’arte ha avuto una funzione importante  per la comunicazione del regime nazista ma non si immagina fino in fondo quanto.

Può aiutare ad avere una diversa visione sul tema “Architecture of Doom” (titolo originale “Undergångens arkitektur”) un film-documentario scritto, prodotto e diretto dallo svedese Peter Cohen nel 1989 e premiato l’anno successivo alla Berlinale, che purtroppo non è stato ancora tradotto in italiano (esiste soltanto in Inglese, tedesco, svedese e portoghese) né diffuso nel nostro Paese.

Il film esplora l’ossessione di Hitler per l’arte, dalle sue prime prove frustrate come artista, alla sua profonda conoscenza di artisti e movimenti fino alla strumentalizzazione che ne ha fatto a fine di propaganda politica nell’intero corso del suo regime.

Un acquerello di Hitler

Un acquerello di Hitler

un acquerello di  Hitler

un acquerello di Hitler

Hitler ha sempre inseguito un ideale di bellezza classico che ha cercato di replicare ovunque intorno a se: nelle arti visive come nell’urbanistica, come nelle coreografie di discorsi e celebrazioni politico-militari che lui stesso progettava. La sua visione era quella del popolo tedesco come un corpo solo e a questa visione partecipava anche la sua passione per l’architettura che lo accompagnò tutta la vita. I suoi progetti erano architetture solenni e imperiali e anche queste dovevano essere un punto di riferimento forte per il popolo tedesco: edifici che creassero un senso di appartenenza e compattassero il popolo. Quello di Hitler era un sogno corale.

adunate naziste

Il 18 luglio 1937 inaugurava a Monaco la mostra “Entartete kunst” (arte degenerata) 650 opere di 112 artisti  non in linea con le teorie estetiche naziste, opere requisite da musei e collezioni pubbliche di tutta la Germania. La mostra, dal taglio fortemente “didattico”,  viaggiò per quattro anni in Germania e in Austria e fu visitata da 3 milioni di persone. In questa esposizione  c’era tutto il pensiero hitleriano e il suo rapporto con l’arte. Cubismo, espressionismo e tanti altri movimenti artistici non ispirati a canoni di ordine, regolarità, pulizia formale erano considerati sintomi di un malessere della società che doveva essere “curato”. La mostra sottolineava come tutta l’Europa fosse pervasa da quest’arte “corrotta”, che celebrava il brutto e si allontanava sempre più da quella che avrebbe dovuto essere la vera -secondo il pensiero Hitleriano- funzione dell’arte: la celebrazione della grandezza della Germania e del suo popolo ariano. Solo la Germania poteva invertire questa tendenza e risanare l’arte tornando a quel classicismo celebrativo dei fasti nazionali che Hitler proponeva come modello.

folla all'inaugurazione della mostra "Arte degenerata"

folla all’inaugurazione della mostra “Arte degenerata”

Tutto ciò che esulava da questo canone di bellezza fatto di pulizia formale, eleganza di stampo classico  e di celebrazione della prestanza fisica, era da eliminare. Ecco la parola chiave: “eliminare”.

Come dichiarò Hitler all’apertura della Casa dell’Arte Tedesca nel 1937: “Noi abbiamo dato all’arte nuovi, grandi compiti”. La missione di creare una nuova estetica era alla base dell’ideologia nazista e aveva come obiettivo finale quello di creare un nuovo mondo più bello, puro, sano, pulito. Ed ecco altre due parole chiave “bello” e “pulito” che insieme alla già citata “eliminare” delineano un quadro che si fa via via più agghiacciante.

Prima l’eliminazione delle opere d’arte non conformi poi delle persone “non conformi”, malati, disabili fino agli ebrei. Non a caso i ritratti d’avanguardia, nella mostra “Entartete Kunst”, erano accostati a foto di deformità fisiche in un paragone al di fuori di ogni senso di umanità e di moralità.

paragoni fra opere d'arte degenerata e handicap fisici

paragoni fra opere d’arte degenerata e handicap fisici

paragoni fra opere d'arte degenerata e handicap fisici

paragoni fra opere d’arte degenerata e handicap fisici

"Può questa essere chiamata vita?" Il concetto nazista di eutanasia

“Può questa essere chiamata vita?” Il concetto nazista di eutanasia

Hitler, lui per primo artista e appassionato d’arte (e appassionato in questo caso è un termine riduttivo), conosceva bene il valore dell’arte, soprattutto dell’arte “degenerata” e il suo potenziale eversivo, quindi non fece mai distruggere le opere d’arte non in linea con la sua politica culturale ma le fece semplicemente sparire.

In quest’ottica perversa rientravano anche le camere a gas: strumenti per rendere più bello il mondo attraverso la violenza eliminando i nemici del nazismo e della sua presupposta “purezza”.

Ogni documentario della propaganda nazista era ricco di paragoni con la bellezza e con opere d’arte, come quello della presentazione del gas Zyklon B che sarebbe poi stato usato nelle camere a gas e che veniva indicato come un “potente ed efficace antiparassitario” che in pochissimo tempo avrebbe potuto eliminare quei tarli che distruggono i begli oggetti dei tedeschi (e l’esempio indicato era una scultura lignea).

Parlare di bellezza e di arte si è rivelato in questo contesto storico pericolosissimo e purtroppo efficacissimo.

Se tutti i totalitarismi hanno strumentalizzato l’arte ai fini di propaganda nessun regime come quello nazista ne ha fatto un credo, l’oggetto di una depravata missione di rinnovamento della Germania in nome della purezza e della bellezza.

Architecture of doom”, attraverso una narrazione chiara e ritmata ma non incalzante e innumerevoli fondamentali filmati e foto d’epoca riesce a restituire con un climax ascendente il disegno di Hitler.

Il documentario non prende in esame soltanto le arti figurative ma anche il rapporto del nazismo con la musica e l’architettura, sempre all’interno dell’epos della nuova Germania dominatrice riuscendo nel difficile intento di scattare una fotografia realistica del contesto storico-culturale senza tingerlo di toni emotivi ma mantenendo un’oggettività storica che è preziosa per la comprensione dell’incomprensibile.

 

Perchè mi occupo di arte e resistenza?

Gli artisti, come terminazioni nervose della società e cassa di risonanza dei cambiamenti, da sempre hanno scritto con pennello, scalpello, macchina fotografica la storia. E quando la storia parla di libertà, in seguito alla caduta di un regime e alla cacciata di un oppressore, l’arte che la racconta diventa particolarmente forte, passionale, indelebile.

La liberazione  dell’Europa e dell’Italia dal Nazifascismo è stata vissuta e raccontata da numerosi artisti che, con le loro opere, hanno documentato un momento storico e creato, in molti casi, un nuovo linguaggio artistico. L’”arte della libertà” è un’espressione di pensiero libera, spontanea, dirompente  che si contrappone al rigido e impersonale conformismo dell’arte di regime.

Artisti come Renato Guttuso, Afro, Marino Mazzacurati, Remo Brindisi in Italia, ma anche Xavier Bueno, Georg Grosz, Otto Dix, Käthe Kollowitz all’estero, sono testimoni di un’epoca e portavoce di una resistenza culturale non meno importante di quella bellica e altrettanto perseguitata.

L’arte della libertà ha tante facce: è arte della sofferenza, per non dimenticare ma è anche arte del cambiamento, della vita, della ricostruzione. Può assumere sfumature ironiche e beffarde quando si contamina con la satira. Dà corpo a diverse sfaccettature dello stesso sentire contribuendo a delineare un quadro completo che va oltre la lettura dei dati storici per entrare nell’animo delle persone.

Alcuni di questi quadri sono un “mai più”, altri un “per sempre”.

Perché passioni così forti non sempre possono essere espresse a parole…

 

Arte, Shoah, Resistenza

Io ho sempre creduto e credo ancora che gli artisti che vivono e operano secondo valori morali, non possano né debbano rimanere indifferenti al conflitto in cui sono in gioco i più alti valori dell’umanità e della civiltà.

Pablo Picasso, 1937

Arte, Shoah, Resistenza è un progetto in cui credo tantissimo e che sto portando avanti con due amici e colleghi: Salvatore Trapani, giornalista e storico dell’arte e Sonia Maria Luce Possentini, artista e illustratrice .

Mentre stavo approfondendo i miei studi sul rapporto fra arte e resistenza ho assistito a una bellissima conferenza di Salvatore che si occupa da anni di arte e shoah. Ci siamo conosciuti e abbiamo deciso di costruire insieme un seminario di approfondimento e formazione su questi due temi.

Nel mentre Sonia, una delle artiste che seguo con la Galleria d’arte de’ Bonis, ha pubblicato un libro illustrato per bambini, di rara intensità: Il volo di Sara che racconta la storia di una bambina vittima della shoah. Le tavole originali e la sensibilità con cui ha affrontato l’argomento mi hanno coinvolto completamente e ho deciso di farla entrare nel progetto mio e di Salvatore, accompagnando il seminario con una mostra composta dalle illustrazioni originali del libro.

E adesso Arte, Shoah, Resistenza ha iniziato a viaggiare, a breve posterò le indicazioni delle prime tappe.

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