Massimiliano Alioto, “Codex Corruptionis”

Di cosa può parlare un artista in un ottimo momento della sua carriera in uno scenario prestigioso e internazionale come quello della Biennale di Venezia in un momento di tensione economica, politica e sociale come quello che stiamo vivendo?

Massimiliano Alioto sceglie di parlare di Corruzione: una scelta coraggiosa, un argomento scomodo che affronta, come suo solito, senza compromessi sviluppando la sua narrazione in una composizione monumentale di 89 piccole tele che occupano un’intera parete del Padiglione Arabo Siriano.

Invito Padiglione Arabo Siriano, 55a Biennale di Venezia

Invito Padiglione Arabo Siriano, 55a Biennale di Venezia

“Codex Corruptionis” è il nome dell’installazione: un titolo latino per indicare una caratteristica endemica dell’uomo, la corruttibilità, che sempre è esistita e che sempre esisterà. Un nome che da l’idea di una grande “antologia della corruzione” in cui trovano spazio oggetti del desiderio, lusinghe, specchietti per le allodole, serpenti tentatori e anime dannate.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis "Excrucior", 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis “Excrucior”, 2013, olio su tela, 30×30

Alioto sviluppa un discorso profondo e analitico che tocca ogni aspetto del problema e lo fa restando lontano da quella retorica che avrebbe impoverito il suo lavoro rendendolo stereotipo. Lo sguardo di Alioto è uno sguardo indagatore e profondo con una cifra stilistica che lo contraddistingue che è un’ironia sottile e tagliente che gli permette di guardare il mondo dalla giusta distanza, senza chiamarsi fuori dalle tematiche che affronta e al contempo senza farsi travolgere dall’emotività e dal lirismo.

La sua composizione ha una forma circolare, una forma che torna spesso anche all’interno dei singoli quadri fra spire di serpenti o di fumo, in vortici di insetti e vermi e che crea un senso di stordimento: le dimensioni della composizione la rendono incombente sullo spettatore che si sente risucchiato in questa ridda di immagini da cui non riesce a togliere lo sguardo sollecitato da mille immagini.

Codex Corruptionis

Codex Corruptionis

La pittura di Massimiliano Alioto mostra in questa serie tutto il suo patrimonio genetico  e il suo imprinting artistico.

È una pittura nutrita di passato sia a livello formale che contenutistico e allo stesso tempo contemporanea.

I riferimenti cronologici della sua iconografia rimandano al presente, soprattutto nell’immaginario legato al cibo, al fast-food

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Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

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Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

ma ci sono molti riferimenti anche al passato. La corona che cinge una nuvola di fumo è una citazione perfetta di quella con cui gli angeli incoronano la Vergine nella Madonna Salting di Antonello da Messina, il mesciroba fatto di due Nautilus è mutuato da quello del XVI secolo conservato al Museo degli Argenti di Firenze, le piante sotto vetro rimandano alle antiche pratiche officinali.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Antonello da Messina, Madonna Salting, 1460-1469, olio su tavola, Londra, National Gallery

Antonello da Messina, Madonna Salting, 1460-1469, olio su tavola, Londra, National Gallery

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Fra le piccole tele compare anche una scultura dipinta: si tratta di una citazione, limitata al solo eloquentissimo volto, del monumento a fra Girolamo Savonarola che si trova a Ferrara nella piazza omonima. Il più grande fustigatore della decadenza e della corruzione dei suoi tempi è qui ridotto però a un semplice fermacarte, quasi ad indicare come oggi non esista una figura corrispettiva, un vero contrappeso alla corruzione e alla sua spettacolarizzazione mediatica.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Stefano Galletti, Fra Girolamo Savonarola, 1875, Ferrara

Stefano Galletti, Fra Girolamo Savonarola, 1875, Ferrara

Accanto al frate predicatore trovano posto i ritratti allegorici di Lucrezia e Cesare Borgia, figli di Papa Alessandro VI, che scomunicò Savonarola per aver puntato il suo dito contro l’intera famiglia Borgia accusandola di aver accelerato la corsa della moralità della Chiesa verso il precipizio. Anche in questo caso siamo di fronte a un riferimento colto, un altro esempio di pittura che parla di sé stessa citando il Ritratto di Cesare Borgia di Altobello Melone e il ritratto di Ritratto di Lucrezia Borgia come Flora di Bartolomeo Veneto. Ovviamente tradotti nell’idioma di Alioto e ridotti a teschi ornati degli attributi che li identificano.

E cosa dire di quel perfetto turbante orientale ornato da una preziosa corona, capolavoro di pittura, curatissimo nei dettagli preziosi, perfetto nella morbidezza opulenta del tessuto. Una metonimia artistica che rimanda a Il festino di Baldassarre di Rembrandt dal quale Alioto riprende il copricapo di uno sbalordito re di Babilonia, sorpreso e spaventato durante un banchetto da una mano apparsa dal nulla che incide sulla parete una profezia in lettere ebraiche annunciando la divisione del suo regno fra Medi e Persiani per volere di Dio, come punizione per la sua brama di potere e le sue mancanze.

Massimiliano Alioto; Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto; Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Rembrandt, il festino di Baldassarre, 1636, olio su tela, Londra, National Gallery

Rembrandt, il festino di Baldassarre, 1636, olio su tela, Londra, National Gallery

Quasi una serie nella serie sono le tele raffiguranti teschi, eterni, atemporali che completano questo quadro di indagine diacronica. Teschi coperti di insetti che ammiccano all’analogo soggetto dell’ Et in arcadia ego di Guercino,

Guercino, Et in arcadia ego, 1618-1622, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini

Guercino, Et in arcadia ego, 1618-1622, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

teschi riempiti di banconote che escono dalle cavità come tibie incrociate, teschi coronati da diademi che ricordano For the love of God il cranio tempestato di diamanti di Damien Hirst.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

work in progress

work in progress

Questo complesso, tormentato lavoro allegorico è l’equivalente delle danze macabre medievali, incarna un coacervo di paure millenaristiche che anche oggi, un po’ in ritardo rispetto allo scadere del millennio, pervadono la nostra società sgomenta e impreparata di fronte a un’era che si chiude e a un’altra incerta e indefinita che si apre.

Questa analisi visiva dell’animo umano ricorda le teorie di un etologo eccezionale come Desmond Morris: gli uomini non sono angeli decaduti ma scimmie evolute[1], a volte grandi, a volte mostri ma sempre animali, con tutti gli istinti della loro specie.

Alioto sceglie di parlare dell’uomo per metafore che attingono i loro argomenti dal regno animale, con l’approccio scientifico di un naturalista e con la stessa ironia didascalica che ha utilizzato Esopo nelle sue Favole ed ecco comparire il topo travestito la pavone, il serpente incantatore che si perde in spire di fumo, la gazza ladra e poi insetti, larve e una danza di vermi che si arrotolano su loro stessi come menzogne.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Di fronte a questa installazione si è affascinati e ipnotizzati. Alioto fa provare all’osservatore la stessa sensazione di stordimento ed esaltazione che prova l’animo umano di fronte alla lusinga del successo: accelera il ritmo e calca i toni fino ad arrivare a quella tela rotonda al centro della composizione che è la chiave di volta di tutto il discorso.

Qui lo sguardo eccitato da quest’orgia di immagini arriva e trova una tregua, una pausa incantata.

Un cuore sospeso in una nuvola di fumo, una tela tonda, perfetta, in una miriade di tele quadrate e spigolose. È dal cuore che si irradia quel rigor mortis dei sentimenti, quell’aridità che porta alla corruzione. Ma il cuore è anche la chiave per il processo inverso, per il rinsavimento, per il ripristino dei valori calpestati.

foto 1 (2)

Ho avuto il piacere di partecipare a questa eccezionale ricerca fin dal suo inizio, scrivendo il testo critico al catalogo che ha accompagnato l’opera, mentre Massimiliano dipingeva. Il mio testo e i quadri sono stati frutto di una ricerca congiunta e multidisciplinare, di un confronto fra storia, etologia, spiritualità, pittura. Lo scambio di fonti, spunti e consigli mentre i reciproci lavori erano ancora “in progress” ha reso questo complesso lavoro un viaggio affascinante alla ricerca di una scomoda parte dell’uomo.

Alioto Copertina Codex Corruptionis

Codex Corruptionis sarà visibile alla Biennale di Venezia, Padiglione Arabo Siriano, Isola di San Servolo, fino al 24 novembre 2013.

Potrete acquistare il libro direttamente dal sito di Maretti Editore  a questo link: http://www.marettieditore.com/shop.php?idc=4&idp=79

Se volete saperne di più su Massimiliano Alioto vi rimando al suo blog massimilianoalioto.wordpress.com

e al suoi social

http://www.facebook.com/Massimilianoalioto

http://www.twitter.com/MaxAlioto

http://pinterest.com/maxalioto


[1] “I viewed my fellow man not as a fallen angel, but as a risen ape”, Desmond Morris, The Naked Ape: A Zoologist’s Study of the Human Animal, 1967

Freaky?

In questi giorni ho guardato a ripetizione “I fink u freeky” il video del trio sudafricano Die Antwoord diretto da un grande fotografo: Roger Ballen.

foto di Roger Ballen dal video “I fink u freeky” di Die Antwoord

foto di Roger Ballen dal video “I fink u freeky” di Die Antwoord

Nell’iconografia di questo video, urtante, fastidiosa, magnetica, c’è tutta la poetica di Ballen.

Il fotografo newyorchese, che dagli anni ‘70 vive in Sudafrica, ha uno sguardo sulla realtà e sulla sua bellezza estremamente libero e trasversale in cui ho ritrovato il mio.

Nell’intervista che accompagna il dietro le quinte del video è lui stesso ad affermare come i bizzarri soggetti delle sue immagini siano per lui esattamente uguali ai soggetti cosiddetti “normali”.

I primi riferimenti che l’occhio educato all’ immagine crede di scorgere in questo video sono agli zingari di Koudelka,

Koudelka, Zingari

ai freaks di Diane Arbus,

Diane Arbus, Freaks

Diane Arbus, Freaks

Diane Arbus, Freaks

alla street art, prima fra tutti quella di Basquiat.

Basquiat

Basquiat

Ma anche ai video musicali diretti da Floria Sigismondi (uno fra tutti “the beautiful people” di Marylin Manson).

In realtà quello che emerge dalle immagini di Ballen è molto di più. Non si tratta di un “gusto del bizzarro” quanto piuttosto di una visione più ampia e più scevra di sovrastrutture estetizzanti della vita stessa.

Dove va cercata la bellezza? Dove la normalità? E’ davvero la regolarità soltanto che attrae e gratifica l’occhio umano? Secondo Ballen no.

Un pensiero critico e indipendente, abbastanza smaliziato da non cadere in clichè, ha come mezzo di indagine uno sguardo curioso e aperto.

“I fink u freeky” ha un che di liberatorio e, secondo me, completamente privo dell’aspetto morboso della curiosità. E’ il lato “b” della vita finalmente portato sul lato “a”. Non c’è derisione né spettacolarizzazione del brutto, ma semplicemente, meravigliosamente, un resettamento dei canoni estetici.

Il concetto di Bellezza spesso si veste di un’accezione esclusivista, che non ammette alla propria corte che un ridottissimo, artificiosissimo, numero di elementi animati e inanimati. Ballen con le sue immagini apre finalmente le porte del palazzo a tutti e a tutto, mostrando quanto può essere varia, insolita, sfaccettata, scioccante, sgradevole, rumorosa, sporca, divertente, intrigante, nuova la bellezza se solo non ci si ostina a cercarla in una sola direzione. Anzi, perché parlare ancora di bellezza?

Per saperne di più:

il sito di Roger Ballen  www.rogerballen.com

La galleria di riferimento per le opere di Ballen in Italia  www.galleriaminini.it

Il sito di Die Antwoord   www.dieantwoord.com

la Fondazione Roger Ballen per lo sviluppo della Fotografia in Sud Africa  www.rogerballen.org

Sonia Maria Luce Possentini, Alfabetiere dei sentimenti

Sonia Maria Luce Possentini, Alfabetiere dei sentimenti, A, 2012, tecnica mista su carta, cm. 30 x 30

Sonia Maria Luce Possentini, Alfabetiere dei sentimenti, C, 2012, tecnica mista su carta, cm. 30 x 30

Sonia Maria Luce Possentini, Alfabetiere dei sentimenti, P, 2012, tecnica mista su carta, cm. 30 x 30

Queste sono le tre opere che Sonia Maria Luce Possentini ha donato a Artemergenza.

Si tratta di immagini nate ascoltando le voci dei bambini che vivono nei campi per sfollati dopo i terremoti di quest’ultimo mese. La scelta del soggetto è strettamente legata al lavoro di  Sonia come illustratrice di libri per l’infanzia ma anche alla destinazione dei proventi di questa iniziativa, che saranno impiegati per la ricostruzione delle scuole colpite dal sisma.

“A” come affetti

“C” come casa

“P” come paura

Il terremoto ha costretto molti di noi a riscrivere il proprio alfabeto, a ridefinire le proprie priorità ad ancorarsi ai propri affetti e Sonia ha saputo dare la migliore forma visiva a questo complicato groviglio emozionale, con la delicatezza che le è propria, come sempre in punta di matita

Il Terremoto in Emilia

La torre dell’orologio di Finale Emilia credits: La Presse

Da molti giorni non aggiorno il mio blog: i terremoti che hanno colpito l’Emilia Romagna, la mia regione, in questo periodo hanno tenuto la mia attenzione lontana da qui.

Sono stati giorni sottosopra, giorni di insicurezza, di paura, di dolore, ma tutto in Emilia sta ripartendo. Con coraggio, tenacia, voglia di vivere e con la solidarietà che da sempre ha caratterizzato questa terra, l’Emilia sta ricominciando a vivere.

Il bisogno di aiuti qui è ancora tantissimo e per questo, come primo post dopo questo lungo periodo di pausa, voglio segnalare alcune iniziative di solidarietà che sono nate anche nel settore dell’arte.

A Reggio Emilia Ateliers Viaduegobbitre organizza  per sabato 23 giugno 2012, dalle ore 10 alle ore 24, una vendita di opere d’arte donate da artisti internazionali e di libri illustrati donati da case editrici italiane, per sostenere un progetto di recupero degli edifici scolastici colpiti dal terremoto

L’Iniziativa è realizzata in collaborazione con Provincia di Reggio Emilia, Comune di Reggio Emilia, Musei Civici di Reggio Emilia, Fondazione Palazzo Magnani, Reggio Children, Arci RE, Circolo degli Artisti di Reggio Emilia, Galleria 8,75 Artecontemporanea, Flag No Flags, Illustrati Logos, CNA Reggio Emilia, Stefano Bartoli Cornici, CSArt – Comunicazione per l’Arte.

A questo progetto partecipa anche Sonia Maria Luce Possentini, l’artista (e amica) di cui ho già scritto a proposito di Arte Resistenza e Shoah ).

Un’altra iniziativa, ideata da Alberto Agazzani, che parte da Reggio Emilia è “ARTquake, il sussulto dell’arte“. Si tratta di una raccolta di opere donate da artisti di ogni provenienza che verranno esposte in una mostra ai Chiostri di San Domenico di Reggio Emilia dall’11 luglio al 5 settembre. Le opere saranno acquistabili con un’offerta minima. I fondi raccolti saranno messi a disposizione per la ricostruzione dei comuni di Rolo (RE), Cavezzo (MO) e Quistello (MN).

Da Modena muove invece TERREMOTO, OPERE D’ARTE ALL’ASTA PER FINANZIARE LA RICOSTRUZIONE, organizzata da Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Fotografia e Galleria Civica di Modena in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Modena e di Reggio Emilia.

Si tratta questa volta di un’asta, condotta da Filippo Lotti, amministratore delegato di Sotheby’s, che avrà luogo il 27 giugno nei locali dell’ex ospedale di Sant’Agostino. Fra gli artisti partecipanti Nobuyoshi Araki, Daido Moriyama, Hiroshi Sugimoto, Guido Guidi, Franco Fontana, Mauro Restiffe, Akram Zaatari, Mounir Fatmi, Sebastian Szyd, Swetlana Heger, Walter Niedermayr, Ivan Moudov, Gabriele Basilico.

La primavera culturale Italiana: M^C^O

La crisi economica sta portando con sé risvolti sociali non indifferenti, e il mondo dell’arte ne è coinvolto così come ogni altro settore.

Finanziamenti tagliati fino al 60-70% nel pubblico, scarse o scarsissime risorse economiche nel privato e un conseguente immobilismo terrorizzato stanno rendendo quasi impossibile continuare a lavorare nell’ambito delle arti figurative e della cultura in generale. I giovani lavoratori di arte, cultura, spettacolo vivono realtà al limite dell’incredibile.

Da diversi angoli del Paese però sembra iniziare a soffiare il vento del cambiamento.

Spuntano come funghi spazi culturali occupati che coraggiosi e vitalissimi gruppi auto organizzati stanno salvando da vendite scellerate, degrado, incuria.

L’ultima di queste avventure si chiama MACAO.

Il 5 maggio un gruppo di lavoratori dell’arte ha occupato la torre Galfa, un’enorme stabile di 33 piani completamente vuoto da 15 anni, in zona stazione centrale e ha dato vita al nuovo centro per le Arti  e la Cultura di Milano.

Obiettivo di questo nuovo progetto è quello di creare cultura e arte dal basso, attraverso una gestione condivisa e partecipata,  riappropriandosi di spazi inutilizzati e morti cui ridare vita in autonomia e fuori dalle logiche per cui, come si legge in uno dei testi programmatici del movimento, “la cultura è sempre più condannata ad essere servile e funzionale ai meccanismi di finanziarizzazione”.

Dal “Manifesto di MACAO” si legge anche: “Siamo quella moltitudine di lavoratori delle industrie creative che troppo spesso deve sottostare a condizioni umilianti di accesso al reddito, senza tutela, senza alcuna copertura in termini di welfare e senza essere nemmeno considerati interlocutori validi per l’attuale riforma del lavoro, tutta concentrata sullo strumentale dibattito intorno all’articolo 18. Siamo nati precari, siamo il cuore pulsante dell’economia del futuro, e non intendiamo continuare ad assecondare meccanismi di mancata redistribuzione e di sfruttamento. Apriamo MACAO perché la cultura si riprenda con forza un pezzo di Milano, in risposta a una storia che troppo spesso ha visto la città devastata per mano di professionisti di appalti pubblici, di spregiudicate concessioni edilizie, in una logica neo liberista che da sempre ha umiliato noi abitanti perseguendo un unico obiettivo: fare il profitto di pochi per escludere i molti”.

L’approccio di MACAO è lo specchio di questo nuovo clima che si inizia a respirare: un atteggiamento propositivo ed entusiasta, ironico e fattivo, costruttivo e concreto. In pieno stile “organizzati e lotta”

L’impatto mediatico di MACAO è stato impressionante: su Facebook da 7 maggio, ad oggi la sua pagina conta 29109 (VENTINOVEMILAECENTONOVE!) “mi piace”. Sono presenti anche su Twitter e Instagram con un aggiornamento continuo in tempo reale e un linguaggio vivace e festoso.

Il 15 maggio la Torre Galfa è stata sgomberata, ma il presidio continua ogni giorno e ogni notte ai piedi del palazzo.

L’esperimento MACAO è stato un gesto forte e vitale che, insieme a tante altre realtà (Teatro Valle e Cinema Palazzo di Roma, Sale Docks di Venezia, Teatro Coppola di Catania, Asilo della Creatività e della Conoscenza di Napoli, Teatro Garibaldi Aperto di Palermo ) ha dato una scrollata alla scena culturale italiana.

In momenti di crisi drammatica come quello che viviamo questi scoppi di vitalità, di voglia di costruire, di rischiare sulla propria pelle per impostare un nuovo futuro sono un segnale non meno importante dello spread in aumento.

Per saperne di più (e non è mai abbastanza…) http://www.macao.mi.it