Tobia Ravà e la Giornata della Cultura Ebraica 2016

 

Da secoli la stampa è lo strumento della divulgazione della cultura.

Incisioni e riproduzioni a varie tecniche, fin dal Rinascimento, hanno agevolato la conoscenza le opere degli artisti fuori dai loro atelier e sono state basilari per lo sviluppo dell’ Arte e della sua storia. Le mostre sono un’ invenzione relativamente recente: un tempo le opere venivano realizzate su commissione e passavano direttamente dall’atelier dell’artista alla destinazione del committente e, a meno che non si trattasse di commissioni per luoghi pubblici, una volta arrivate a destinazione erano visibili a pochi.

Le riproduzioni a stampa, più ancora dei disegni, hanno permesso alle opere di essere conosciute fino a molto lontano dalla loro area geografica di origine.

Lo stesso vale per i libri a stampa: una vera rivoluzione nel mondo del sapere, della quale la famiglia Soncino è stata protagonista.

Oggi, con i media che abbiamo a disposizione, dalla fotografia al video, da internet alla tv, il ruolo della stampa non è più quello di diffondere geograficamente la conoscenza dell’arte fra i conoscitori e gli addetti ai lavori ma di renderla accessibile a tutti. L’arte da bene di lusso per pochi, può diventare un bene di più ampio “consumo”, termine convenzionale ma quanto mai inappropriato al quale sarebbe da preferire l’espressione “strumento di crescita”.

Mostre temporanee e collezioni pubbliche permanenti rendono già avvicinabile l’Arte a chiunque ma le riproduzioni a stampa permettono anche l’avvicinamento al collezionismo per chi non desidera investire in più costose opere uniche e costituiscono un interessante punto di partenza per chi vuole avvicinarsi a questo mondo.

il ghetto di venezia - CopiaTobia Ravà, che alla sperimentazione tecnica ha sempre dato grande spazio, si è cimentato nella sua carriera con diverse pratiche incisorie, dalle antichissime acquaforte, acquatinta e puntasecca, alla serigrafia, passando per la linoleumgrafia, fino a tecniche meno consuete come la resinografia polimaterica, e la pirografia su plexiglass.

fiborosa 03 - Copia - CopiaL’incisione non è confinata a un suo periodo preciso ma ha sempre accompagnato tutta la sua produzione pittorica e scultorea come una costante sempre molto amata dal pubblico e abbraccia la sua prima produzione pre-numerica, di solito affrontata con le pratiche incisorie più antiche, fino alle sue più conosciute opere “Ghematriche”, che si inoltrano nel mondo della cabala e che Ravà affronta con tecniche incisorie più recenti e sperimentali.

Nelle opere a stampa di Tobia Ravà, così come nei suoi pezzi unici, la parola e i molteplici valori che le attribuisce la cultura cabalistica, sono protagoniste.

216La parola e la lingua sono il tema della Giornata della Cultura Ebraica del 2016 il cui titolo  è “Lingue e dialetti ebraici”. Il grande complesso della lingua Ebraica è stato definito dalla European Association for the Preservation and Promotion of Jewish Culture and Heritage (AEPJ) “una gioiosa Babele che attraversa millenni e continenti”.

Le opere di Tobia Ravà, sono complesse e affascinanti stratificazioni di significati, leggibili a più livelli, da quello più semplice, immediato ed estetizzante, fino a quello più profondo, ermetico e cabalistico.

La combinazione di lettere e numeri, che ai profani può apparire come una “gioiosa Babele”, è in realtà uno strumento straordinariamente colto e profondo per approfondire la conoscenza del mondo a livelli sempre più sottili.

La produzione a stampa di queste opere è, in parallelo, un mezzo prezioso per avvicinare un pubblico sempre più ampio all’Arte di Ravà e al mondo della Cabala.

 

Tobia Ravà

“Fogli celesti”

18 settembre – 9 ottobre 2016

Inaugurazione domenica 18 settembre, ore 11.30

Museo della Stampa -Casa Stampatori Soncino

Via Lanfranco, 6-8, 26029, Soncino (CR)

 

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LA CASA DEGLI STAMPATORI  EBREI E LA STORIA DELLA FAMIGLIA SONCINO

http://www.museostampasoncino.it

Così scriveva Israel Nathan al figlio nel colophon del primo libro da lui stampato.
“Tu costruirai l’edificio del mondo, innalzerai le corna della sapienza e produrrai libri mediante la stampa; in questo vi sono due utilità somme: l’una è che prestissimo se ne produrranno molti, fintanto che la terrà sarà colma di sapere, l’altra è che il loro prezzo non arriverà a quello dei libri scritti con la penna o con lo stilo e chi non avrà sostanze sufficienti per acquisti costosi li comprerà a vil prezzo e al posto dell’oro darà l’argento”
Masseket Berakot, 1483.

La storia della stampa si intreccia con il borgo di Soncino e con le vicende di una famiglia di ebrei provenienti da Spira, città tedesca situata vicino a Magonza. A causa delle numerose persecuzioni anti-ebraiche, la famiglia del medico-rabbino Israel Nathan fu costretta ad allontanarsi da Spira giungendo così a Soncino ove, sotto il benestare dei duchi di Milano, si insediò (1441) svolgendo inizialmente un’attività feneratizia. Proprio in quegli anni il borgo di Soncino viveva il suo rinascimento con un notevole sviluppo di iniziative artigianali, culturali e commerciali ed è in questa comunità tanto attiva che gli affari degli Ebrei prosperarono.

La fondazione del Monte di Pietà (1472), ubicato in prossimità della sede in cui operavano gli Ebrei, ne ostacolò il lavoro stimolandoli ad intraprendere una nuova attività, quella di stampatori. Israel Nathan ebbe dunque l’intuizione di applicare la recente tecnica della stampa a caratteri mobili alla sua lingua e di impiantare a Soncino una tipografia ebraica. Nel 1488 fu stampata la prima Bibbia completa di segni vocalici in ebraico. In una marca tipografica si legge: …. Da Sion uscirà la legge e la parola del Signore da Soncino…..

 

 

 

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Tobia Ravà. Da’at I numeri della creazione

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Domenica 17 aprile 2016 ha inaugurato al Palazzo Ducale di Sabbioneta, umanistica “città ideale” in provincia di Mantova,  un’ampia personale di Tobia Ravà dal titolo “Da’at, I numeri della creazione”. Circa novanta opere che si dipanano in undici sale partendo dai poco conosciuti dipinti pre-numerici e spaziano tra pittura, scultura, grafica e lightbox.

 

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Tobia Ravà

Per un critico confrontarsi con Tobia Ravà è sempre una bella occasione per tornare alle radici del proprio lavoro: interpretare un mondo e avvicinarlo al pubblico, obiettivo che la critica d’arte tende a volte a perdere di vista abbandonandosi a virtuosismi con l’intento di fare a propria volta un’opera d’arte letteraria.

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Tobia Ravà, Dag cabal tropicale verde, 2014, bronzo da fusione a cera persa tirato al nitrato di ferro, cm. 47 x 29 x 14

Mi ha sempre affascinato la complessità dei livelli di lettura nelle opere di questo artista: sono bellissime al primo approccio, nella loro profondità prospettica e nell’unicità del loro stile, ma è quando si scopre la stretta interconnessione significante tra le lettere e i numeri che le compongono che si capisce di essere di fronte a una porta aperta su altri livelli. Lettere e numeri non solo concorrono a creare il soggetto dell’opera ma arricchiscono il suo significato attraverso la loro combinazione cabalistica.

La visione del mondo di questo artista è stimolante e costringe a mettersi in gioco e ad andare oltre i binari dell’arte contemporanea: Ravà affonda le proprie radici nella cultura ebraica, per lo più poco nota al mondo dei “gentili” e, all’interno di questa, spazia nel territorio di alcune correnti mistiche di interpretazione complessa, dalla Kabbalah al Chassidismo. Ciò che Ravà attinge da questi ambiti ermetici lo rielabora e lo restituisce attraverso modalità espressive assai diversificate: dalla pittura alla scultura, passando per i lightbox.

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Tobia Ravà, I lombi del miracolo, Bosco camomilla, 2016, resine e tempere acriliche su tela, cm. 80 x 60

Le opere di Ravà sono uno strumento di comprensione del mondo che avanza, come un processo alchemico, per stadi progressivi e, se si vuole procedere oltre il primo affascinante livello estetico, si trovano nascoste alcune chiavi di interpretazione: lettere e numeri che compongono i suoi soggetti, secondo l’interpretazione cabalistica, sono un mezzo per dare un ordine al caos del mondo.

Maria Luisa Trevisani, curatrice della mostra insieme a Mauro Romanini, ha definito lo stile di Ravà “concettualismo estetico” e mai definizione mi è parsa più adeguata.

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Tobia Ravà, Codice RaMHal, 2010, raso acrilico, sublimazione bifacciale, cm. 178 x 135

Leggere l’ordine dell’universo significa scoprire la perfezione divina che si manifesta nella materialità sensibile del regno vegetale, animale e umano. Ravà rappresenta raramente l’uomo in modo diretto ma piuttosto attraverso le architetture, frutto del suo intelletto, che hanno antropizzato l’ambiente.

Il titolo della mostra “Da’at, i numeri della creazione”, fa riferimento a Da’at, sfera della conoscenza all’interno dell’albero sefirotico della vita, e suggerisce proprio questo processo.

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Tobia Ravà, Jerusalem – Codice celeste, 2012, sublimazione su raso acrilico, cm. 170 x 117

La bellezza di ogni opera nasconde una via d’ accesso alla conoscenza attraverso la quale si inizia un viaggio alla scoperta dell’universo sensibile.

 

In occasione di questa mostra è stato edito un catalogo che include anche un mio testo accanto a quelli di Maria Luisa Trevisani, Gadi Luzzato Voghera, Ermanno Tedeschi, Siro Perin, Giuseppe Balzano, Roy Doliner e un’intervista di Arturo Schwarz a Tobia Ravà.

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Tobia Ravà

Da’at. I numeri della creazione

A cura di Maria Luisa Trevisani e Mario Romanini

Sabbioneta (MN), Palazzo Ducale

17 aprile – 29 maggio 2016

 

Il Segreto dei Giusti

 

Da dove nasce una mostra?

Questa in particolare è nata da un luogo: il Giardino dei Giusti del museo Yad Vashem di Gerusalemme, Il Memoriale per la Shoah, dove ho incontrato le storie di uomini che hanno rischiato la vita per salvare altri uomini.

Poi l’idea di questa mostra si è rafforzata con la lettura di un libro: “La bontà insensata, il segreto degli uomini Giusti” di Gabriele Nissim che sonda il confine fra eroismo e normalità affrontando tante storie di vite strappate alla Shoah.

Infine si è sviluppata con l’incontro di artisti e galleristi speciali che mi hanno prestato o prodotto per questa occasione opere stupende con le quali abbiamo messo in luce quello che è il segreto degli uomini Giusti.

Non da ultimo è stato determinante il contributo di alcuni storici con i quali  ho avuto importanti scambi di opinioni che mi hanno aiutato a non farmi confondere dall’emotività perché non è con questa che si capisce la Storia  e nemmeno si fa una buona mostra.

Una leggenda ebraica che compare nel Talmud di Babilonia narra che, dall’inizio del mondo fino alla fine dei giorni, ci siano sempre 36 uomini giusti, inconsapevoli di esserlo e ignoti a tutti;  uomini che svolgono lavori umili, dai quali dipende il destino dell’umanità. È grazie a loro se Dio risparmia il mondo dalla distruzione nonostante i peccati degli uomini.

Secondo la leggenda ogni volta che uno dei Giusti porta a termine il suo compito e scompare viene sostituito da un altro .

Uno dei compiti dell’Arte Contemporanea dovrebbe essere quello di interpretare la realtà odierna e renderla più comprensibile. Gli artisti hanno una sensibilità particolarmente acuita che permette loro di captare i cambiamenti nella società e nella Storia nonostante la ridottissima distanza temporale che, come sempre quando si è troppo a ridosso dall’oggetto dell’osservazione, li rende incomprensibili ai più.

Gli artisti dovrebbero essere insomma le avanguardie del nostro tempo e interpretarne lo spirito, quello che Hegel, nelle sue lezioni sulla filosofia della storia, chiamava Zeitgeist.

Il linguaggio per immagini dell’Arte figurativa, elude la ragione e viene interpretato direttamente dalla sensibilità individuale. Fa appello a una sfera emotiva di vissuto personale che può diventare una leva importante per muovere e sostenere la ragione nella comprensione di fatti più grandi dell’Uomo.

Troppo raramente l’Arte Contemporanea si accosta ad altre discipline come strumento di conoscenza complementare e questa sua assenza la impoverisce molto relegandola spesso a status symbol intellettuale, a nicchia di speculazione filosofica per pochi o, peggio ancora, finisce per chiudersi in un circolo autoreferenziale in cui chi la produce, chi la interpreta, chi la espone e chi la vende fa riferimento solo ad essa stessa isolandola dal resto del mondo.

Se quella dei 36 Giusti è una leggenda biblica, l’esistenza di tanti Giusti fra le Nazioni è realtà.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, in tutto il mondo, persone eccezionali nella loro normalità, hanno salvato tantissime vite umane dalla Shoah.

Nel 1963 il museo Yad Vashem, ha istituito una commissione, guidata da un membro della Corte Suprema Israeliana che, con rigorosi criteri di selezione, ha iniziato a valutare le storie degli ebrei salvati dall’Olocausto. “Giusto fra le Nazioni” è il riconoscimento più alto per lo Stato israeliano e la commissione dello Yad Vashem garantisce ai Giusti comprovati la Nazionalità onoraria, un sostegno economico e, in caso di necessità, un sostegno per le cure mediche. Fino agli anni Novanta per ciascuno dei Giusti riconosciuti veniva piantato un albero nel Giardino dei Giusti del museo poi, essendo terminato lo spazio per le piantumazioni, i loro nomi hanno trovato posto in un muro all’interno del giardino stesso.

Mirko Baricchi, Paul Beel, Ariela Böhm, Alfio Giurato, Fosco Grisendi, Ester Grossi, Lea Golda Holterman, Federico Infante, Massimo Lagrotteria, Marco Martelli, Matteo Massagrande, Sonia Maria Luce Possentini, Matteo Pugliese, Tobia Ravà, Max Rohr, Matteo Tenardi, Wainer Vaccari sono gli artisti che ho scelto per raccontare questa pagina di Storia.

Il Comune di Correggio, Galleria de’ Bonis, Bonelli Lab, Bonioni Arte, Punto sull’Arte, Cardelli & Fontana Arte Contemporanea , Galleria Restarte, Spazio Testoni, Federico Rui Arte Contemporanea  e M77 Gallery sono stati i partner che hanno reso possibile questa mostra.

Il conteggio della commissione di Yad Vashem è arrivato a riconoscere ad oggi  25.700 Giusti, dei quali 634 italiani .

Un numero così superiore al 36 della leggenda del Talmud restituisce una certa speranza nell’umanità e nelle persone sulle quali il suo destino poggia.

 

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LA SELVA OSCURA – Giornata della Memoria 2015

 

la_selva_oscuraLA SELVA OSCURA

17 gennaio – 13 febbraio 2015

inaugurazione domenica 18 gennaio h. 17.00

Museo “Il Correggio”, Correggio (RE)

il 27 gennaio 2015 ricorre il 70° anniversario della liberazione del Campo di Concentramento di Auschwitz-Birkenau da parte dell’Armata Rossa.

Sarà una ricorrenza particolarmente sentita, a livello mondiale, anche perché di anno in anno, i testimoni diretti sono sempre meno.

“La Selva Oscura” è la mostra collettiva che ho curato per questa ricorrenza e mette a confronto artisti ebrei e non sul tema della memoria  della Shoah attraverso la metafora del bosco e degli alberi.

Nella cultura ebraica il bosco è strettamente legato alla memoria: si usa infatti piantare alberi, o interi boschi, per ricordare le vittime della Shoah e i “giusti”, i non ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista.

L’albero e il bosco sono metafore delle vittime dell’Olocausto ma possono assumere anche un’accezione più vicina al concetto di “selva oscura” dantesca nella quale “la diritta via era smarrita”. Il bosco si connota in questo caso come luogo dello smarrimento dell’umanità intera di fronte a quel capitolo oscuro della Storia che è stata la “Soluzione Finale” nazista.

I boschi sono stati altresì luoghi di episodi di eroica resistenza ebrea: in molte foreste dalla Bielorussia alla Lituania, si sono nascosti, organizzandosi militarmente, gruppi di ebrei sfuggiti alla distruzione dei ghetti e ai campi di sterminio e da lì hanno sferrato disperate offensive ai nazisti o hanno cercato di creare punti di raccolta e resistenza per salvare quanti più ebrei possibile.

Il bosco e gli alberi mi sono sembrati quest’anno la giusta metafora per parlare dell’Olocausto e gli artisti che ho coinvolto hanno saputo tradurre questi spunti in opere di grande forza.

Parteciperanno alla collettiva “La Selva Oscura”

Alessandro Bazan, Fulvio Di Piazza, Kim Dorland, Manuel Felisi, Giovanni Frangi, Fabio Giampietro, Hyena, Giorgio Linda, Raffaele Minotto, Luca Moscariello, Barbara Nahmad, Simone Pellegrini, Pierluigi Pusole, Tobia Ravà, Max Rohr, Hana Silberstein.

La realizzazione della mostra è stata possibile grazie al contributo del Comune di Correggio (RE), delle Gallerie de’ Bonis, Bonioni, Bonelli, Studio Raffaelli Fabbrica Eos, Restarte e del laboratorio di ricerca d’ Arte Contemporanea PaRDes.

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Per vedere e geolocalizzare tutti gli eventi nel mondo organizzati per la Giornata della Memoria del 2015 il Memorial and Museum Auschwitz-Birkenau ha istituito la piattaforma 70.auschwitz.org, nella quale si può avere un’idea della vastità delle celebrazioni previste in questo 70° anniversario e sul quale è mappata anche la nostra mostra.

Per la mostra è stato edito da Vanilla Edizioni un catalogo con testi miei e di Maria Luisa Trevisan.

Qui la versione e-book

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