Fabio Giampietro, “The leap”

Seguo il lavoro di Fabio Giampietro da anni e trovo che parlare di paesaggi urbani per la sua produzione sia estremamente limitante.

Fabio Giampietro, HPS-The Crane, 2018,
sottrazione di olio su tela, 140 x 120

Le opere della personale “The leap” alla Galleria de’ Bonis di Reggio Emilia
(15 dicembre 2018 – 19 gennaio 2019) fanno parte della serie “Hyperplanes of Simultaneity” e, più che descrittive, postatomiche o surreali come talora sono state definite, sono piuttosto estremamente simboliche e il paesaggio diventa solo un pretesto, una porta per un altrove che è dentro di noi.

Fabio Giampietro, cervelli in fuga, 2015, olio su tela, 40 x 30

Quando ci troviamo sulla sommità di uno dei grattacieli di Fabio Giampietro siamo in realtà sull’orlo della nostra interiorità e ci affacciamo sulla nostra mente.

L’entrare in profondità dentro di noi esercita sulla maggior parte delle persone un’attrazione e un rifiuto che mandano in cortocircuito il nostro cervello paralizzandoci. È la stessa cosa che capita quando ci troviamo ad un’altezza elevata: la percezione della distanza da terra viene aumentata dal nostro cervello per indurci a metterci al sicuro senza rischiare di cadere (High place phenomenon), ma in molti al contempo scatta un altro istinto che nel mondo scientifico si chiama “Appel du vide”, richiamo del vuoto, il forte istinto di buttarsi.

Questi due istinti che generano un misto di ansia, aumento adrenalinico e piacere, scattano anche di fronte alle tele di Fabio Giampietro e questo è uno dei motivi che le rende così magnetiche.
La possibilità di esperirle anche attraverso la realtà virtuale rende l’esperienza ancora più forte e totalizzante.

Per entrare dentro di sé, accettare anche le parti più difficili del nostro essere è necessario spiccare un salto, lasciarci alle spalle la sicurezza della nostra realtà materiale e lasciarci andare alla scoperta di qualcosa di nuovo e misterioso vivendo la vertigine e non opponendoci ad essa.

Fabio Giampietro, HPS – The Crane, 2018, sottrazione di olio su tela, 110 x 80

Gli edifici di questi dipinti, spersonalizzati e per lo più senza traccia umana, rappresentano proprio il mondo parallelo che c’è dietro le nostre sicurezze, le nostre convinzioni, la nostra quotidianità rassicurante.

Quasi tutti restano incantati davanti alle opere di questa serie ma si tratta di uno stupore composto.

È nel momento in cui indossano l’oculus e si immergono nella realtà virtuale che tratti importanti della loro personalità escono mettendone a nudo l’approccio allo sconosciuto.

C’è chi si incanta con entusiasmo, chi si paralizza terrorizzato, ci è ritroso ma poi si lascia convincere, chi toglie subito l’oculus per non farsi vedere insicuro, chi rifiuta la possibilità di perdere il controllo.

Fabio Giampietro, HPS- Sails, 2018, sottrazione di olio su tela, 110 x 80

Trovo le opere di Fabio Giampietro molto…”terapeutiche”: sono un’opportunità per lasciarsi andare, esplorare i propri limiti, sfidare con il gioco le proprie paure e fare un “salto nel vuoto” dentro di noi.

Fabio Giampietro
“The leap”
15 dicembre 2018 – 19 gennaio 2019
Galleria de’ Bonis
Reggio Emilia, Viale dei Mille, 44/B
Tel. 0522 580605, cell. 338 3731881
info@galleriadebonis.com
Instagram: @galleriadebonis
www.facebook.com/galleriadebonis

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In contemporanea: una rete di gallerie d’arte che adotta il “Reggio Emilia approach” su “Collezione da Tiffany”

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Collezione da Tiffany, sito di riferimento per il collezionismo e il mercato dell’arte in Italia, ha pubblicato una mia bella intervista a cura di Nicola Maggi (che potete leggere qui) su In contemporanea, la rete di gallerie d’arte di Reggio Emilia e che sto curando.

Un progetto in crescita, nato nel 2014, che sta diventando ormai un piccolo riferimento per la vita culturale del territorio.

Credo molto nella cooperazione e, con In contemporanea, ho voluto portarla anche nel mio lavoro nel mercato dell’arte.

Volete saperne di più?

Potete leggere l’In contemporanea-pensiero qui

Oppure potete visitare direttamente il sito del progetto: www.incontemporanea.eu

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Renato Guttuso e la società davanti al caminetto

Le opere che più mi affascinano sono quelle apparentemente semplici che catturano magari per la loro pulizia formale, ma delle quali si scoprono dettagli rivelatori che le rendono incredibilmente, enigmaticamente ricche ed eloquenti.

Si tratta di opere parlanti che però raccontano qualcosa solo a chi vuole stare ad ascoltare o meglio, a vedere. Diversamente mostrano soltanto una superficie gradevolmente ordinaria.

Guttuso, Caminetto, 1984, olio su tela, 150 x 125,5

Dunque Guttuso, con questo dipinto, ci trasporta davanti a un caminetto, un caldo scoppiettante fuoco in un interno borghese. Sono alcuni dettagli che ci danno questa indicazione di ceto: il marmo, usato al posto della pietra persino per la soglia, l’ottone che protegge il pavimento in parquet dalle scintille e sul quale si riflettono le fiamme, con un piccolo virtuosismo pittorico. Persino l’aver scelto non una sedia qualsiasi come elemento in primo piano ma una Thonet non è un dettaglio casuale.

In basso a sinistra, appoggiata in un angolo, per terra c’è una caffettiera napoletana evidentemente fuori posto. In un vero interno la caffettiera sarebbe stata di servizio, in porcellana decorata e si sarebbe trovata su un tavolino. Questa anomalia indica che l’oggetto, di evidente origine popolare,  deve essere letto in chiave simbolica.

Il libretto rosso sulla mensola del camino è una chiara allusione al libretto rosso di Mao e all’impegno politico di Guttuso che ha pervaso tutta la sua vita e gran parte della sua carriera artistica.

L’uovo nel portauovo davanti al libretto è forse l’elemento più enigmatico. Apparentemente un simbolo di perfezione e dell’origine della vita che ha radici antichissime nell’icnografia artistica (l’esempio più noto potrebbe essere la “Pala di Brera” di Piero Della Francesca con l’uovo che pende dall’alto sul capo della Vergine e del Bambino), ma non è raffigurato nella sua interezza. L’aver collocato l’uovo nel portauovo riporta il simbolo in una dimensione quotidiana a voler ricordare la perfezione si, ma anche il nutrimento. Una immagine insomma di un Guttuso intellettuale ma con i piedi per terra, soprattutto se accostata alla caffettiera napoletana.

Nella sua lettura completa l’opera appare come uno spaccato metaforico della società, con le sue stratificazioni, quelle più palesi e quelle più nascoste: la componente borghese, la facciata, la componente popolare, ai margini ma che si impone all’attenzione, la parte politicizzata rappresentata da quel piccolo libretto rosso squillante come una spia di allerta.

Ecco come, un’immagine apparentemente semplice può nascondere, per chi la sa guardare, una mondo intero.