Correggio e Parmigianino, Arte a Parma nel Cinquecento

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Due opere del Correggio, La Pietà e il disegno per il parapetto della Cattedrale di Parma, di proprietà  della Fondazione “Il Correggio”, della quale ho l’onore di essere vice-presidente, sono presenti alla mostra “Correggio e Parmigianino, arte a Parma nel Cinquecento” dal 12 marzo al 26 giugno 2016 alle Scuderie del Quirinale di Roma.

La mostra, della quale la Fondazione è uno degli enti patrocinatori, è curata da David Ekserdjian, uno dei più importanti studiosi del Correggio e si preannuncia un grande successo, con opere incredibili provenienti da mezzo mondo.

Ekserdjian

La Pietà (olio su tavola, cm. 34,2 x 29,2) è un’opera giovanile, databile indicativamente fra il 1518 e il 1520. Acerba per alcuni versi ma estremamente raffinata per altri. Il primo aspetto che balza all’occhio è la narrazione affettiva del soggetto, nella quale Correggio era maestro e grazie alla quale si è distinto su tutti i suoi contemporanei. Il soggetto deriva direttamente dalla tipologia del Vesperbild tedesco, la raffigurazione della Madonna con in grembo il corpo del Cristo morto, poco diffusa in Italia fra fine Quattrocento e inizio Cinquecento e trattata da Correggio in questa piccola tavola ad uso devozionale, con grande intimità, ponendo l’accento più sul legame umano fra Maria e Cristo che sul loro ruolo divino. In particolare la vicinanza dei volti fra i due personaggi è un elemento nuovo in questo tipo di raffigurazione come anche il modo della Vergine di sorreggere la gambe del figlio, accavallando la destra sulla sinistra per non fare scivolare il corpo. Entrambi i gesti sono un modo di Maria di stringere a sé il figlio privo di vita in un ultimo, toccante abbraccio.

Un altro elemento imprescindibile di quest’opera è il paesaggio sullo sfondo: uno squarcio di luce che illumina la scena piuttosto cupa. Il fondo arboreo del dipinto si apre, sulla sinistra in una veduta chiara e nebbiosa, composta per velature delicate, che rivela il debito del Correggio con la pittura di Leonardo da Vinci.

Correggio,_pietà

 

Lo Studio per il parapetto della Cattedrale di Parma, un piccolo disegno a sanguigna e inchiostri su carta, oltre ad essere un documento  del “making of” del capolavoro epocale del Correggio maturo, la cupola affrescata del Duomo di Parma, ci mostra la straordinaria abilità dell’Allegri disegnatore.

Il Correggio, noto per il suo colorire, mostra in quest’opera tutta la sua padronanza del disegno e della composizione, rivelando di essere un artista completo, padrone dei volumi corporei e di un tratto morbido e deciso allo stesso tempo.

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I due prestiti della Fondazione Il Correggio alla mostra romana dunque aprono e chiudono la parabola artistica del Correggio, accompagnandoci dalla sua giovinezza alla sua maturità attraverso strumenti espressivi diversi, nella conoscenza di questo colosso del Rinascimento.

Un’altra opera presente in mostra, alla quale la nostra Fondazione è particolarmente legata, è “Il Creatore in gloria fra gli angeli”, dei Musei Vaticani. La tela, cimasa del Trittico di Santa Maria della Misericordia, smembrato e disperso, per la prima volta esce dai Musei Vaticani per una mostra come originale del Correggio e non più come “maniera del Correggio” dopo la nostra riattribuzione.

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Fra gli sponsor della mostra non si può non citare Webranking, azienda leader nel search marketing con base a Correggio, che ha creduto nel sostegno della cultura e delle eccellenze artistiche del territorio.

 

La carne e lo spirito: “Giove ed Io”

Margherita Giove ed Io

Quando un pittore che ha lavorato tutta la vita sul Sacro a fine carriera si confronta col profano, beh, possono nascere opere imprevedibili che rivelano qualcosa in più sulla sua personalità.

Antonio Allegri, Giove ed Io, 1531, olio su tela, 163,5 x 74, Vienna Kunsthistoriches Museum

Antonio Allegri, Giove ed Io, 1531, olio su tela, 163,5 x 74, Vienna Kunsthistoriches Museum

Ecco Giove ed Io, 1531, uno dei capolavori del Correggio, dipinto per Federico II Gonzaga (che aveva un certo gusto per i dipinti erotici, come testimoniano gli affreschi di Palazzo Te).

Giulio Romano, Giove e Olimpia, Mantova, Palazzo Te

Giulio Romano, Giove e Olimpia, Mantova, Palazzo Te

Ripercorriamo la storia: Giove si innamora della bella Io e per non farsi scoprire dalla gelosissima Giunone scende sulla terra avvolto in una nube e con questo stratagemma possiede Io. Giunone poi, non nuova a questi scherzi del consorte, scopre l’inganno – nonostante Giove avesse trasformato Io in una giumenta per depistare la moglie – e vessa Io riducendola in schiavitù finché non arriva Mercurio, invocato da Giove, a liberarla. La storia va avanti ancora a lungo, fra mille peripezie e personaggi che però al Correggio non interessano. Correggio va subito al cuore del racconto, dipingendo l’incontro fra Giove ed Io, furtivo, passionale, travolgente. L’incontro fra carne umana e spirito divino, quello spirito che si concretizza soltanto nell’istante in cui sfiora la pelle di Io.

Giove ed Io rappresenta in realtà, più che l’omonimo mito, l’eterno dualismo fra sensualità e spiritualità che il Correggio ha saputo superare con un’interpretazione tantrica ante litteram.

In tutta la serie de “Gli Amori di Giove”, i più celebri fra i pochi dipinti di soggetto profano del Correggio, Giove ed Io si distingue su tutti per una passionalità travolgente ma non licenziosa o ammiccante. Soltanto divinamente (in ogni senso) intensa.

Il Correggio, Leda e il cigno, 1530-31, olio su tela, 152 x 191, Berlino, Gemäldegalerie

Il Correggio, Leda e il cigno, 1530-31, olio su tela, 152 x 191, Berlino, Gemäldegalerie 

Il Correggio, Danae, 1531-32, olio su tela, 161 x 193, Roma, Galleria Borghese

Il Correggio, Danae, 1531-32, olio su tela, 161 x 193, Roma, Galleria Borghese

Il Correggio, Ganimede e l'aquila, 1531-32, olio su tela, 163,5 x 70,5, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Il Correggio, Ganimede e l’aquila, 1531-32, olio su tela, 163,5 x 70,5, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Il valore aggiunto che Correggio riesce a conferire alla sua Io è la passione resa in modo molto naturalistico e coinvolto, com’è proprio dell’Allegri che si conferma anche nel soggetto profano maestro dei sentimenti che non gli sono dunque ispirati solo dalla fede. Quanto a Giove Correggio, a differenza degli altri artisti, ha la brillante intuizione di raffigurarlo non nascosto dalla nube ma fatto della nube stessa. Il suo corpo divino sembra materializzarsi solo nel punto e nel momento in cui entra in contatto con la carne umana della ragazza desiderata.

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Il realismo morbido con cui rende l’opima fisicità di Io e l’altrettanto naturalistica evanescenza con cui dipinge il dio-nuvola (una nuvola scura che scendendo sulla giovane preda l’avrebbe avvolta occultando la vista del loro incontro) traducono questo incontro di divino e umano che non è solo un amore profano ma anche un anelare dell’uomo al divino attraverso l’amore sensuale.

Un particolare rivelatore sembra avvalorare questa tesi: nell’angolo in basso a destra c’è un cervo dipinto che sembra quasi un ripensamento. Il cervo sembra colto nell’atto di bere l’acqua ai piedi di Io. Accanto ad esso si trova un otre, antico simbolo convenzionale per la sorgente di un fiume. Questa associazione di simboli rimanda al Salmo 42: “ Come la cerva anela ai corsi delle acque così la mia anima anela a Te, o Dio”.

La grandezza del Correggio, rispetto ad artisti predecessori, coevi e successivi, sta nello sviluppare l’opera non in modo narrativo ma emozionale, con un taglio verticale e centrato sul soggetto senza elementi di distrazione. Il vero contenuto è l’espressione del sentimento.

Bartolomeo Di Giovanni, Giove ed Io, 1488

Bartolomeo Di Giovanni, Giove ed Io, 1488

La modernità nella resa di questo soggetto, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, sta nel fatto che il poeta latino descrive una Io che fugge nei  boschi per paura di Giove, mentre la Io dipinta dal Correggio prende piacere dalla sua evanescente essenza. Correggio descrive dunque anche concettualmente un piacere che non solo si dà da parte maschile ma si riceve godendone anche da parte femminile: un punto di vista per i tempi quantomeno inusuale.

Secondo Strzygowski potrebbe derivare da  “Satiro che bacia una donna vista di schiena” del Museo Archeologico di Venezia. Ci sono molte opere dell’antichità con coppie poste in posizioni simili.

Ara Grimani, Museo archeologico di venezia

Ara Grimani, Museo archeologico di Venezia

Non è tuttavia certo che Correggio conoscesse direttamente questi modelli. E’ probabile che Allegri abbia composto insieme diversi modelli antichi mediati da disegni fatti da artisti romani della cerchia raffaellesca e Giulio Romano potrebbe aver avuto un ruolo chiave nel fornire al Correggio questi modelli.

(Post tratto dalla mia conferenza omonima al Correggio Art Home il 13 ottobre 2013)

 

ARTE E RESISTENZA, PENNELLI E STEN

Arte e resistenza: un binomio che ha dato esiti diversi da Paese a Paese lasciando sempre tracce forti e documenti importanti.

In Italia la fascistizzazione di cultura e arte avvengono tra il 1925 e il 29. Un’arte di opposizione al fascismo si propone, salvo per poche eccezioni, solo sporadicamente prima del 1936. Più ci si inoltra nella Seconda Guerra Mondiale più l’iniziale speranza, che pervadeva la maggior parte degli artisti, scema lasciando spazio a disincanto e, in qualche fortunato caso, ad attivismo.

Un esempio? Renato Guttuso, con “Gott Mit Uns”: 24 tavole illustrate che raccontano gli orrori del nazifascismo.
Guttuso realizza questa serie tra il 1943 e il 1944, nascosto nella tipografia della rivista d’arte “Documento”, durante le lunghe serate di coprifuoco dopo aver partecipato attivamente all’ultimo tentativo di difendere la città dall’occupazione tedesca, dopo il quale entrerà in clandestinità e si unirà alla Resistenza in modo ancora più partecipe. Gott mit uns verrà esposta subito dopo la guerra alla Galleria La Margherita di Roma per poi essere pubblicata nel 1944 da Antonello Trombadori e. Nel 1960 uscirà una seconda edizione con la prefazione di Noventa.

Renato Guttuso, dalla serie "Gott Mit Uns"

Renato Guttuso, dalla serie “Gott Mit Uns”

Renato Guttuso, studio per la serie "Gott Mit Uns"

Renato Guttuso, studio per la serie “Gott Mit Uns”

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Un altro grande attivista è Mario Mafai, per il quale l’arte è un fatto etico prima che estetico.

La partecipazione di Mafai alla Resistenza è totale, fino al limite dell’irresponsabilità. Di questo periodo l’editore Amerigo Terenzi ricorda:
Durante l’occupazione tedesca nel suo [di Mafai] studio si raccoglievano armi cospirative e si potevano incontrare i più diversi militanti antifascisti. Spesso capitava di trovare bombe, pistole e detonatori in cucina tra i bicchieri e magari in mezzo al carbone. Una volta fu persino smarrita una mina anticarro. Può essere considerato un miracolo se questa disordinata santabarbara non sia mai esplosa facendo saltare tutto il palazzo”.

Particolarmente significativa è la serie di 23 tavolette intitolata “Fantasie” e dipinte da Mafai tra il 1939 e il 1944. Questa serie, composta per urgenza espressiva personale più che per il pubblico, raffigura la barbarie nazifascista in modo piuttosto crudo e ricco di riferimenti a Grosz e a Goya.

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Mario Mafai, “Fantasia n°7: interrogatorio in Via Tasso”

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Mario Mafai, “Fantasia n°1”

La seconda Guerra Mondiale e la dittatura nazifascista trasformarono profondamente l’arte europea e anche quella italiana. I dipinti di quegli anni parlano di identità frantumate, di una Storia che ha perso ogni appiglio nella logica e della cultura di un intero continente completamente rasa al suolo. Il linguaggio figurativo si adegua in modo tormentato a una nuova realtà senza più regole cercando un modo di narrare quello che mai si pensava potesse accadere. Emergono da questi dipinti la brutalità umana, il ritratto di un’umanità vilipesa e sacrificata che porta al moltiplicarsi delle opere con Crocefissioni.

Guttuso, Crocefissione, 1942
Renato Guttuso, Crocefissione, 1942

Giacomo Manzù, "il crocifisso e il generale", 1939-43Giacomo Manzù, “il crocifisso e il generale”, 1939-43

Nasce un nuovo linguaggio che cambierà per sempre il modo di fare arte e resterà come documento indelebile per le generazioni future.

Massimiliano Alioto, “Codex Corruptionis”

Di cosa può parlare un artista in un ottimo momento della sua carriera in uno scenario prestigioso e internazionale come quello della Biennale di Venezia in un momento di tensione economica, politica e sociale come quello che stiamo vivendo?

Massimiliano Alioto sceglie di parlare di Corruzione: una scelta coraggiosa, un argomento scomodo che affronta, come suo solito, senza compromessi sviluppando la sua narrazione in una composizione monumentale di 89 piccole tele che occupano un’intera parete del Padiglione Arabo Siriano.

Invito Padiglione Arabo Siriano, 55a Biennale di Venezia

Invito Padiglione Arabo Siriano, 55a Biennale di Venezia

“Codex Corruptionis” è il nome dell’installazione: un titolo latino per indicare una caratteristica endemica dell’uomo, la corruttibilità, che sempre è esistita e che sempre esisterà. Un nome che da l’idea di una grande “antologia della corruzione” in cui trovano spazio oggetti del desiderio, lusinghe, specchietti per le allodole, serpenti tentatori e anime dannate.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis "Excrucior", 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis “Excrucior”, 2013, olio su tela, 30×30

Alioto sviluppa un discorso profondo e analitico che tocca ogni aspetto del problema e lo fa restando lontano da quella retorica che avrebbe impoverito il suo lavoro rendendolo stereotipo. Lo sguardo di Alioto è uno sguardo indagatore e profondo con una cifra stilistica che lo contraddistingue che è un’ironia sottile e tagliente che gli permette di guardare il mondo dalla giusta distanza, senza chiamarsi fuori dalle tematiche che affronta e al contempo senza farsi travolgere dall’emotività e dal lirismo.

La sua composizione ha una forma circolare, una forma che torna spesso anche all’interno dei singoli quadri fra spire di serpenti o di fumo, in vortici di insetti e vermi e che crea un senso di stordimento: le dimensioni della composizione la rendono incombente sullo spettatore che si sente risucchiato in questa ridda di immagini da cui non riesce a togliere lo sguardo sollecitato da mille immagini.

Codex Corruptionis

Codex Corruptionis

La pittura di Massimiliano Alioto mostra in questa serie tutto il suo patrimonio genetico  e il suo imprinting artistico.

È una pittura nutrita di passato sia a livello formale che contenutistico e allo stesso tempo contemporanea.

I riferimenti cronologici della sua iconografia rimandano al presente, soprattutto nell’immaginario legato al cibo, al fast-food

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Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

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Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

ma ci sono molti riferimenti anche al passato. La corona che cinge una nuvola di fumo è una citazione perfetta di quella con cui gli angeli incoronano la Vergine nella Madonna Salting di Antonello da Messina, il mesciroba fatto di due Nautilus è mutuato da quello del XVI secolo conservato al Museo degli Argenti di Firenze, le piante sotto vetro rimandano alle antiche pratiche officinali.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Antonello da Messina, Madonna Salting, 1460-1469, olio su tavola, Londra, National Gallery

Antonello da Messina, Madonna Salting, 1460-1469, olio su tavola, Londra, National Gallery

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30 x 30

Fra le piccole tele compare anche una scultura dipinta: si tratta di una citazione, limitata al solo eloquentissimo volto, del monumento a fra Girolamo Savonarola che si trova a Ferrara nella piazza omonima. Il più grande fustigatore della decadenza e della corruzione dei suoi tempi è qui ridotto però a un semplice fermacarte, quasi ad indicare come oggi non esista una figura corrispettiva, un vero contrappeso alla corruzione e alla sua spettacolarizzazione mediatica.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Stefano Galletti, Fra Girolamo Savonarola, 1875, Ferrara

Stefano Galletti, Fra Girolamo Savonarola, 1875, Ferrara

Accanto al frate predicatore trovano posto i ritratti allegorici di Lucrezia e Cesare Borgia, figli di Papa Alessandro VI, che scomunicò Savonarola per aver puntato il suo dito contro l’intera famiglia Borgia accusandola di aver accelerato la corsa della moralità della Chiesa verso il precipizio. Anche in questo caso siamo di fronte a un riferimento colto, un altro esempio di pittura che parla di sé stessa citando il Ritratto di Cesare Borgia di Altobello Melone e il ritratto di Ritratto di Lucrezia Borgia come Flora di Bartolomeo Veneto. Ovviamente tradotti nell’idioma di Alioto e ridotti a teschi ornati degli attributi che li identificano.

E cosa dire di quel perfetto turbante orientale ornato da una preziosa corona, capolavoro di pittura, curatissimo nei dettagli preziosi, perfetto nella morbidezza opulenta del tessuto. Una metonimia artistica che rimanda a Il festino di Baldassarre di Rembrandt dal quale Alioto riprende il copricapo di uno sbalordito re di Babilonia, sorpreso e spaventato durante un banchetto da una mano apparsa dal nulla che incide sulla parete una profezia in lettere ebraiche annunciando la divisione del suo regno fra Medi e Persiani per volere di Dio, come punizione per la sua brama di potere e le sue mancanze.

Massimiliano Alioto; Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto; Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Rembrandt, il festino di Baldassarre, 1636, olio su tela, Londra, National Gallery

Rembrandt, il festino di Baldassarre, 1636, olio su tela, Londra, National Gallery

Quasi una serie nella serie sono le tele raffiguranti teschi, eterni, atemporali che completano questo quadro di indagine diacronica. Teschi coperti di insetti che ammiccano all’analogo soggetto dell’ Et in arcadia ego di Guercino,

Guercino, Et in arcadia ego, 1618-1622, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini

Guercino, Et in arcadia ego, 1618-1622, olio su tela, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

teschi riempiti di banconote che escono dalle cavità come tibie incrociate, teschi coronati da diademi che ricordano For the love of God il cranio tempestato di diamanti di Damien Hirst.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

work in progress

work in progress

Questo complesso, tormentato lavoro allegorico è l’equivalente delle danze macabre medievali, incarna un coacervo di paure millenaristiche che anche oggi, un po’ in ritardo rispetto allo scadere del millennio, pervadono la nostra società sgomenta e impreparata di fronte a un’era che si chiude e a un’altra incerta e indefinita che si apre.

Questa analisi visiva dell’animo umano ricorda le teorie di un etologo eccezionale come Desmond Morris: gli uomini non sono angeli decaduti ma scimmie evolute[1], a volte grandi, a volte mostri ma sempre animali, con tutti gli istinti della loro specie.

Alioto sceglie di parlare dell’uomo per metafore che attingono i loro argomenti dal regno animale, con l’approccio scientifico di un naturalista e con la stessa ironia didascalica che ha utilizzato Esopo nelle sue Favole ed ecco comparire il topo travestito la pavone, il serpente incantatore che si perde in spire di fumo, la gazza ladra e poi insetti, larve e una danza di vermi che si arrotolano su loro stessi come menzogne.

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30x30

Massimiliano Alioto, Codex Corruptionis, 2013, olio su tela, 30×30

Di fronte a questa installazione si è affascinati e ipnotizzati. Alioto fa provare all’osservatore la stessa sensazione di stordimento ed esaltazione che prova l’animo umano di fronte alla lusinga del successo: accelera il ritmo e calca i toni fino ad arrivare a quella tela rotonda al centro della composizione che è la chiave di volta di tutto il discorso.

Qui lo sguardo eccitato da quest’orgia di immagini arriva e trova una tregua, una pausa incantata.

Un cuore sospeso in una nuvola di fumo, una tela tonda, perfetta, in una miriade di tele quadrate e spigolose. È dal cuore che si irradia quel rigor mortis dei sentimenti, quell’aridità che porta alla corruzione. Ma il cuore è anche la chiave per il processo inverso, per il rinsavimento, per il ripristino dei valori calpestati.

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Ho avuto il piacere di partecipare a questa eccezionale ricerca fin dal suo inizio, scrivendo il testo critico al catalogo che ha accompagnato l’opera, mentre Massimiliano dipingeva. Il mio testo e i quadri sono stati frutto di una ricerca congiunta e multidisciplinare, di un confronto fra storia, etologia, spiritualità, pittura. Lo scambio di fonti, spunti e consigli mentre i reciproci lavori erano ancora “in progress” ha reso questo complesso lavoro un viaggio affascinante alla ricerca di una scomoda parte dell’uomo.

Alioto Copertina Codex Corruptionis

Codex Corruptionis sarà visibile alla Biennale di Venezia, Padiglione Arabo Siriano, Isola di San Servolo, fino al 24 novembre 2013.

Potrete acquistare il libro direttamente dal sito di Maretti Editore  a questo link: http://www.marettieditore.com/shop.php?idc=4&idp=79

Se volete saperne di più su Massimiliano Alioto vi rimando al suo blog massimilianoalioto.wordpress.com

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[1] “I viewed my fellow man not as a fallen angel, but as a risen ape”, Desmond Morris, The Naked Ape: A Zoologist’s Study of the Human Animal, 1967